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Descrizione a cura della band

Nowhere better than this place, somewhere better than this place,
(In nessun luogo meglio che qui, altrove meglio di qui) è il racconto di una terra dalle forti evocazioni, tra il mare e i monti, i fiumi e la laguna, tra l'oriente e l'occidente. Spazi dell'anima che alimentano chi sa coglierne il suo ritmo o che allo stesso modo aiuta a spinge a cercare altrove a chi è alla ricerca di una sua dimensione (altri luoghi, altre profondità, altri punti di vista?...).

Nowhere better than this place si apre sugli echi acustici di “Feedin Roots” una leggera ballata popolare sulle promesse di fratellanza di un vivere sincero nelle antiche culture rurali. Dove finiscono tali promesse nel tempo e l'abitudinarietà del quotidiano d'oggi?
A chiarire subito l'impronta folk medioevale ci pensa il secondo brano “XIII Century blues” per lasciare poi spazio alla composizione più complessa e ricca di spunti armonici del terzo brano: LED. Primo singolo scelto e complemento sonoro per l'omonimo video, in LED troviamo l'ampio ventaglio di strumentazione utilizzato dal gruppo in queste registrazioni. Il soggetto qui è l'immagine che ci creiamo di noi attraverso il rifletterci nelle cose che abbiamo attorno.
La rarefatta So High rinuncia alla voce per lasciare spazio alle sezioni d'archi, ad una tromba monumentale ma intima e ai delay elettrici. Un pesante tappeto sonoro che anticipa Eyes in Windows, brano che ammicca a territori tra Tom Waits e l'HavyMetal.
Con Wood Jacked ci si ritrova ancora nel territorio più classico del folk rock inglese anni settanta... daltronde si è quel che si mangia!
Con Clouds and Leather si affronta in uno dei brani più emotivi di questo ascolto. Un’onda di chitarra acustica che sfocia solo alla fina nel canto... “tra il tempo e la luce del nostro coraggio, mi domandi di viaggiare per credere, ma chiedendo le prove per questa battaglia, cosa è che succederà in quel che raggiungeremo?”
Disco è la svolta rock. Unico pezzo con batteria (elettronica ed acustica) e abbondanti chitarre elettriche per creare eterogeneità e non rischiare di omologarsi ad un unico stile.
Don't get down first, dai toni country, è l’invito a non cedere alle dipendenze degli stereotipi (e delle dipendenze).
E mentre il fiume scorre e il penultimo brano - Mosquito, dragged by the river - leggero rimalza tra una riva e l'altra verso il mare arriva il tempo per L'Om... brano lento ed importante, fortemente orchestrato (qui hanno trovato spazio sezioni di timpani, cori, archi quasi da film) con un finale ad effetto, lungo che porta l'ascoltatore più curioso e audacie a far entrare l'ascoltatore in un mantra .

Al termine dell' Om una lunga coda, una nenia medioevale che con fare ripetitivo riporta là, dove c’eravamo persi o ritrovati.


Se ne consiglia l'ascolto comodamente seduti in poltrona davanti al caminetto o viaggiando tra boschi e le campagne, con i propri tempi...

Credits

BAND e composizioni di:
Devid Strussiat : voce, chitarre acustiche, lap steel, flauti, tar
Marco Fumis: chitarre elettriche, percussioni ed effetistiche
Marco Stafuzza: viella, mandola, ghironda, crota
Simone Paulin: tromba, flicorno, harmonium e percussioni
Stefano Rusin: contrabbasso, basso elettrico e occasionalmente Bassotuba
Stefano Razza: Batterie e percussioni


Produzione, registrazioni e mixaggio: Devid Strussiat e Marco Beltramini
Art: Devid Strussiat
Supporto tecnico e merchandise: Cooperativa Sociale Thiel

Commenti

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