10 dischi che compiono 50 anni nel 2026

Ma che anno incredibile è stato per la musica italiana il 1976? Tra Battisti, Dalla e De Gregori in stato di grazia, il prog che sfocia nel "jazz acrobatico" e i primi sentori di quello che sarebbe stato il '77, abbiamo pescato 10 album dell'epoca che non hanno perso un grammo della loro qualità

La copertina di "Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera"
La copertina di "Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera"

Ma quanti dischi belli sono usciti nel 1976 in Italia? Tanti, troppi, tanto da rendere più faticoso del solito il nostro consueto giochino di inizio anno. Gli album che compiono il mezzo secolo di vita raccolti in questa playlist sono oggettivamente belli e importanti, ma le esclusioni sono tante e tutte, nessuna esclusa, dolorose. Non rimane che un appello: abbiate pietà! 

AREA – Maledetti (maudits)

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Ultimo album pubblicato per la Cramps, Maledetti (maudits) nasce in un momento di crisi per gli Area, afflitti da frizioni interne (in particolare con Giulio Capiozzo e Ares Tavolazzi), acuite dall’intensa attività live. Per la prima volta, gli Area si avvalgono di ospiti in studio, tra i quali Hugh Bullen, Walter Calloni e Steve Lacy, collaborazioni dalle quali nasce un album visionario, sospeso tra jazz e avanguardia, improvvisazioni e rumorismi assortiti, con i testi di Frankenstein (ovvero Gianni Sassi) a chiudere il cerchio. Il 1976 sarà anche l’anno di Metrodora, esordio solista di Demetrio Stratos, pubblicato dalla stessa Cramps nella collana DIVerso.

Lucio Battisti – Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera

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Una copertina iconica, estratta da un set fotografico di Cesare Montalbetti, e nove canzoni che segnano l’ennesimo trionfo al botteghino di Lucio Battisti. Reduce da un viaggio negli Stati Uniti, il musicista di Poggio Bustone capta l’aria che tira e omaggia la disco music con il singolo Ancora tu e non solo, permettendosi persino il lusso di interpretare una cover, La compagnia di Marisa Sannia, uscita nel 1969. Testi, come al solito, vergati da Mogol. L’album verrà ricordato anche per la presenza in studio di Ivan Graziani, che scambierà la propria chitarra, una Fender Telecaster, con la Epiphone di Battisti, già appartenuta a Eric Clapton.

Edoardo Bennato – La torre di Babele

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Lo stato di grazia di Edoardo Bennato trova conferma con l’uscita di La torre di Babele. Dopo Io che non sono l’Imperatore, il cantautore napoletano affina la propria vena dissacratoria confermando l’amore incondizionato per il rock’n’roll. L’album contiene alcuni dei più importanti tasselli del canzoniere bennatiano, come la title-track, Cantautore (registrata del vivo del fratello Giorgio) e Venderò. In studio offrono il proprio apporto pezzi da novanta come Tony Esposito, Roberto Ciotti, Lucio Fabbri nonché l’altro fratello Bennato, Eugenio. 

Alberto Camerini – Cenerentola e il pane quotidiano

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Il ragazzo arrivato dal Brasile è un cantautore un po’ folle, del tutto immerso negli altrettanto folli anni ’70 italiani. Quando decide di mettersi in proprio, Alberto Camerini ha già un curriculum di tutto rispetto: chitarrista de Il Pacco (c’è anche Eugenio Finardi), sessionman in un album seminale come Volo magico n. 1 di Claudio Rocchi e collaboratore di Stormy Six, Ornella Vanoni, Equipe 84 e tanti altri. Cenerentola e il pane quotidiano è farina del sacco dello Alberto Camerini, che condensa i legami con la terra natia con una robusta estetica rock, non dimenticando di infiocchettare il tutto con testi brillanti e apparentemente scanzonati. Produzione di Paolo Tofani, in studio l’altro Area Patrizio Fariselli oltre a Walter Calloni, Hugh Bullen e Lucio Fabbri. 

Lucio Dalla – Automobili

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Automobili è l’ultimo capitolo della collaborazione tra Lucio Dalla e il poeta e scrittore Roberto Roversi. I due chiudono un favoloso trittico con un concept-album dedicato all’universo dei motori che regala qualche soddisfazione commerciale al futuro cantautore bolognese. Merito della popolare Nuvolari, ma anche di certi piccoli capolavori come Intervista con l’avvocato o Il motore del duemila, che negli anni ’90 diventerà la colonna sonora dello spot televisivo della Fiat Uno. Automobili vede la partecipazione in studio, tra i tanti, dei cori delle Baba Yaga, di Rosalino Cellamare, Ruggero Cini, Tony Esposito, Marco Nanni e Giovanni Pezzoli. Questi ultimi due, da lì a poco, saranno parte integrante del primo nucleo degli Stadio. 

Francesco De Gregori – Bufalo Bill

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Reduce dal successo di Rimmel, Francesco De Gregori sbanca ancora una volta le classifiche di vendita con uno dei suoi album più riusciti. Bufalo Bill è il disco della definitiva consacrazione del cantautore romano, è tra i suoi solchi che trovano spazio canzoni immortali come Atlantide o la title-track. Il tour di presentazione di Bufalo Bill presenterà un imprevisto: il 2 aprile 1976, al palaLido di Milano, un gruppo di estremisti della sinistra extraparlamentare interrompe il concerto dando vita a un grottesco “processo”. Dopo il fattaccio, De Gregori deciderà di ritirarsi dalle scene: per fortuna, troverà il tempo di ripensarci.  

Eugenio Finardi – Sugo 

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Dopo un esordio timido (Non gettate alcun oggetto dal finestrino), Eugenio Finardi “molla le menate” ed esplode. Sugo non sarà solo un successo clamoroso, ma si trasformerà nella colonna sonora di una generazione. Pezzi del calibro di Musica ribelle o La radio entrano in poco tempo nell’immaginario collettivo fino ad arrivare indenni ai nostri giorni. Ma Sugo è tanto altro: le impronte jazz di Quasar, per esempio, la tenerezza di Oggi ho imparato a volare o il tiro di Soldi. A dare man forte al cantautore milanese i musicisti del gruppo Cramps, compreso il vecchio amico Alberto Camerini. 

Rino Gaetano – Mio fratello è figlio unico

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Dopo un esordio forse non del tutto centrato (Ingresso libero), Rino Gaetano firma uno dei suoi capolavori: Mio fratello è figlio unico. La poetica del cantautore di origini calabresi trova la sua dimensione, i riferimenti agli ultimi, agli emarginati. agli sfruttati diventano una costante dei suoi testi, solo apparentemente scanzonati per via di una ironia feroce e non del tutto compresa all’epoca. I tocchi di Luciano Ciccaglioni, di Gaio Chiocco e Arturo Stalteri (entrambi colonne dei Pierrot Lunaire) fanno il resto e consentono il decollo di una carriera artistica chiusa, ahinoi, troppo presto. 

Claudio Lolli – Ho visto anche degli zingari felici

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È il 1976 e i cantautori di casa nostra attraversano un momento felice. Oltre agli album già passati in rassegna escono Non è una malattia di Gianfranco Manfredi, Lilly di Antonello Venditti, Alla fiera dell’Est di Angelo Branduardi, Ballata per quattro stagioni, firmato Ivan Graziani, Via Paolo Fabbri 43, masterpiece di Francesco Guccini. Ma a sorprendere tutti è Claudio Lolli che, dopo tre lavori parecchio cupi, esce fuori con un 33 giri tenero, fresco, vivace, colorato (nonché arrangiato e suonato come si deve): Ho visto anche degli zingari felici. Uscito al prezzo politico di 3.500 lire, si tratta di un concept-album che gira attorno a Bologna e al fermento che in quegli anni circonda piazza Maggiore e dintorni. Non è un caso che Lolli, da lì a poco, diventerà uno dei principali punti di riferimento del movimento del ’77. 

Picchio dal pozzo – Picchio dal pozzo

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Il prog tricolore tiene ancora botta. Nel 1976 vedono la luce LP importanti come Mattanza dei Napoli Centrale, Non è poi così lontano dei Perigeo o Come in un’ultima cena del Banco del Mutuo Soccorso, poi pubblicato nel Regno Unito, con il titolo di As in a Last Supper, dalla Manticore, con testi tradotti da Angelo Branduardi. Poi c’è l’esordio dei Picchio del Pozzo, band costituita da quattro compagni di classe (tra cui Aldo De Scalzi, fratello del più conosciuto Vittorio, quello dei New Trolls), bravi a mettere insieme la loro attrazione nei confronti della scena di Canterbury con Frank Zappa, la musica concreta e l’elettronica. Un suono che i quattro ragazzi definiranno “jazz acrobatico”.

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L'articolo 10 dischi che compiono 50 anni nel 2026 di Giuseppe Catani è apparso su Rockit.it il 2026-01-14 10:30:00

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