“Albergo Intergalattico Spaziale”, il primo disco italiano contro il nucleare

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27/09/2016 di

Italia, 1987. Tramite tre referendum abrogativi, i cittadini decidono (detto in estrema sintesi) che l'energia del Paese non arriverà più da fonti nucleari autoctone. Prima di questo momento, nel nostro paese sono in funzione quattro centrali, e fin dal decennio precedente non mancano preoccupazioni e proteste.

Queste potevano prendere varie forme, più o meno inconsuete, e fra le altre prendono quella di un disco, per la precisione di un concept album che nelle note di copertina recita “Bloccare il piano energetico è l’ultima possibilità che abbiamo per controllare la nostra follia, modificare il modello di sviluppo di questa civiltà e aprire un grande dibattito su come gestire i nostri desideri”. Un disco alquanto anomalo e pressoché inclassificabile, sebbene solitamente inserito all'interno di quel multiforme mondo psichedelico, popolato di gruppi dai nomi più improbabili e dalle ispirazioni più assurde, noto come “prog italiano”.

Però quando nel 1978 esce “Albergo intergalattico spaziale”, primo e unico album dell'omonima band formata da Giacomo "Mino" Di Martino dei Giganti e da sua moglie Edda Di Benedetto (detta Terra) il periodo d'oro dell'ondata è già passato. Per di più, le ragioni cronologiche non sono le sole per le quali è arbitrario collocarlo nel prog, anzi queste a dirla tutta sarebbero le meno rilevanti: il gruppo infatti, chiamato come il locale che i due gestivano a Trastevere, aveva lavorato alle canzoni fra il '74 e il '76, e non è per loro volontà se l'album esce solo due anni dopo. Il motivo del ritardo va ricercato in logiche di etichetta e leggi del mercato: il duo ha un contratto con la EMI che però, quando sente il risultato delle registrazioni, si rifiuta di pubblicarlo, adducendo la seguente motivazione: “Cazzo, non c'è neanche il basso e la batteria?”.

(L'interno del disco, foto via)

Forse qualcuno aveva sottovalutato l'evoluzione di Di Martino, i suoi ascolti non esattamente nazionalpopolari (LaMonte Young, Philip Glass, Steve Reich), la partecipazione al progetto Telaio Magnetico, le frequentazioni underground, fatto sta che effettivamente nell'album (che vede infine la luce senza appoggi, né di EMI né di altri) c'è ben poco dell'innocuo beat dei Giganti, o del pop in generale.

Anche esperimenti e barocchismi à la Balletto di bronzo sembrano roba “facile” e superata, al confronto: in copertina, curata da Virna Comini e Ghigo Agosti, campeggia uno scheletro che regge un cartello con su scritto “Ne m'approchez pas! Je suis radioactif!” (Non avvicinarsi! Sono radioattivo!), e il contenuto non è meno inquietante dell'immagine.
Niente scenari fantasy e tinte lisergiche tipiche del prog di derivazione più british, assente anche la furia barricadera delle frange più politicizzate, per non parlare dell'ottimismo hippie. Risuonano invece una disperata rassegnazione e paesaggi di una spettralità lunare già postatomica e post punk. Disegni di tastiere, synth e voce con un tratto avanguardista, cupo, perturbante, stridente, fatto di dissonanze, silenzi, urla, sospiri, con un Inno alla gioia citato più volte ma sempre in modi sideralmente distanti dal trionfalismo romantico di Beethoven: sono gli squarci sonori aperti dagli Albergo Intergalattico Spaziale su un mondo prossimo a diventare solo una spianata di rovine.



È un disco che potrebbe essere la colonna sonora del viaggio fra le macerie di un reduce da un'apocalisse, e se consideriamo che al momento della pubblicazione incidenti come quelli di Three Mile Island o Chernobyl non sono ancora avvenuti, capiamo che siamo davanti a uno di quei casi in cui ha davvero senso usare la parola avanguardia.


(via)

Tag: progressive Retroterra

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