Fame di informazione e sentimenti: la storia di Alberto Camerini, arlecchino di "Rock’n’roll robot"

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16/05/2016 di

Quando a fine giugno 1981 esce nei negozi “Rudy e Rita”, quinto album di Alberto Camerini, pochi scommetterebbero sul successo stellare di quello strano ragazzo. Da sempre i piedi in due staffe: Italia e Brasile, avendo passato i primi 11 anni della propria vita a San Paolo; centri sociali e mainstream; fondatore de Il Pacco, seminale band milanese che annoverava membri come Eugenio Finardi, Donatella Bardi, Lucio Bardi (oggi con Francesco De Gregori), Lucio Fabbri (PFM, Fabrizio De André), Walter Calloni (Lucio Battisti, Fabrizio De André, Franco Battiato), Pepè Gagliardi, (Ivan Cattaneo), Paolo Donnarumma (Mina, Lucio Dalla, Gianna Nannini, Fabrizio De André, Edoardo Bennato, Riccardo Cocciante, Patty Pravo), Ezio Malgrati (Simon Luca), Ricky Belloni (New Trolls), ma in studio con Ornella Vanoni e in tour con Fausto Leali; prima canzoncine da cantautore fricchettone con un tocco di ritmica brasiliana, poi convertito allo ska e ai suoni distorti. Da sempre servitore di due padroni. E invece, inaspettatamente, con il 45 giri tratto dall’album, “Rock’n’roll robot / Miele”, Camerini ce la fa. Sfonda, diventa un fenomeno generazionale, connota per sempre l’interzona tra veri anni ’70 e veri anni ’80, che per l’Italia si colloca tra il 1978 e il 1983.

(foto via Getty)

Ci mette tutta l’estate a farsi notare e sembra il solito buco nell’acqua, ma poi, incredibilmente, a fine estate, il 45 giri “Rock’n’roll robot” fa capolino nella Top Ten, anche se all’ultimo gradino. Non conquisterà mai la posizione numero uno, ma con tenacia resta tre mesi tra i primi dieci e scala la classifica fino a stazionare al terzo posto nelle tre settimane centrali di novembre. Il 45 giri sarà il 14° più venduto dell’anno e trascinerà l’album fino all’ottavo posto delle charts, facendolo assestare alla 34° posizione tra i 33 giri più venduto dell’anno.

È che ha trovato la quadratura del cerchio: del suo essere sempre in bilico tra due mondi fa il suo punto di forza. Complice uno stage presso la scuola teatrale “Quelli di Grock”, allora diretta da Maurizio Nichetti che ha appena fatto il botto al cinema con film con “Ratataplan” (1979) e “Ho fatto splash” (1980), Camerini si è convinto che Arlecchino è il personaggio che fa per lui. Nelle interviste che la CBS riesce a procurargli perfino su “Ragazza In”, rivista musicale per ragazze alle moda e viatico per il successo, affina il personaggio su cui sta lavorando da un paio d’anni e si fa chiamare pomposamente “duca de Carnevalis, conte di Marmellata, re dei Sambisti-Punkisti-Elettronici-Minimalisti, re della Repubblica di Banana, imperatore delle Lune di Saturno, dei Maccheroni e della Luna”.
Una palese buffonesca autoironia, che non trascura un tocco di tenerezza confessando di chiamare sua figlia Valentina di 4 mesi “Delicious, Livia, Maria, De Luxe, Camerini, duchessa de Carnevalis”. Parrebbe un suicidio, confessarsi padre affettuoso sulla rivista delle adolescenti à la page degli '80 italiani: invece è una finezza che sfonda la porta del cuore delle ragazzine e dà vita alla Camerini-mania, ben più vasta di quello che raccontano i dischi venduti. Nei due anni del suo regno, a vedere Camerini, raccontano i giornali d’allora, arrivano folle di 15.000 adolescenti e carovane di 15 pullman (succederà a Genova, il 2 agosto 1983). Deve fare due concerti al giorno per soddisfare la fetta più giovane del suo pubblico, che, come racconta “La Stampa” a dicembre 1981, annovera “giovani genitori con piccoli bimbi entusiasti, e dodicenni fanciulle truccate alla Pretty Baby scatenate e tutte dotate di foularino da agitare sulla testa durante le sue performances”, le quali strillano “delle proposte molto esplicite e dei complimenti un po' triviali” al suo indirizzo, “tra urla, strepiti e gridolini d'entusiasmo”. “Perché piaci alle ragazzine?”, gli chiede sempre “Ragazza In”. E lui: “Perché loro piacciono a me”. Insiste “Ragazza In”: “E ai ragazzini?”. Lapidaria la risposta: “Perché vorrebbero essere rocker. Aggressivi. Come me”.

Ma soprattutto se stessi, come lui. “Rock’n’roll robot” chiama a raccolta una generazione di preadolescenti come nessuno ha mai fatto prima in Italia, da parte di un fratello maggiore che ha passato tutte le asperità degli anni ’70 (bombe, terrorismo, crisi petrolifera, austerità), da cui pure i bambini non riuscivano a rimanere immuni, e li guida verso un futuro diverso.

Se il mondo ti confonde, non lo capisci più,
se nulla ti soddisfa, ti annoi sempre più.

A essere confuso sul mondo è tanto il preadolescente quanto Camerini stesso, una vita al centro sociale Santa Marta di Milano, a insegnare chitarra tra una canna e l’altra, tra i primi vagiti punk di Jo Squillo e Gianni Muciaccia, uno dei giudici al processo su palco a Francesco De Gregori nel 1976. E che ora nelle interviste prende le distanze dal proprio passato: “Oddio, forse mi starà venendo la mente socialdemocratica, però Camerini non è più leninista, non crede più a una trasformazione violenta della società”. E ancora: “La presa di potere del proletario è ormai un falso mito, una formula vuota che non vuole dire più nulla. Oggi non viviamo più lo scontro di classe, la società è diventata anonima, controllata con il sistema della carota e non con il bastone. Marx questo non l'aveva previsto”, dichiara a “La Stampa” alla fine del 1981, mentre “Rock’n’roll robot” veleggia nelle classifiche.

La noia e l’insoddisfazione, tipicamente adolescenziali, sono anche quelle che hanno convinto Camerini a mollare gli alternativi e la Cramps: “Stavo litigando con quelli della Cramps, la casa discografica. Ci fu una lite con Gigi Noia che sfoderò il suo miglior stile d'ira fredda e silenziosa. Sassi, l'altro socio, tramò intanto di vendermi come schiavo alla Polygram. Ma io non "firmetti" e risposi picche”, aveva spifferato a Gherardo Gentili  di “Tutto Musica e Spettacolo” nel 1980. E quello: “Come mai ti sei guastato con la Cramps?”. La risposta è una bordata: “Perché alla Cramps facevano il bello e il cattivo tempo la maga Finardi e il santone Rocchi”.



(immagine via)


Scienziati ed ingegneri hanno inventato già
una generazione di bambole robot.

Canta così Camerini, dopo uno squillo di trombe sintetizzate da anime giapponesi, con voce in miracoloso equilibrio tra il meccanico e l’emotivo. Sotto, il ritmo meccanico e pulsante, ricco dei suoni da videogames delle tastierine Casio, sulla scia della lezione che gli Orchestral Manouvres in the Dark avevano dato al mondo l’anno prima con le cinque milioni di copie vendute del loro singolo “Enola Gay”. La ricetta di Camerini è la stessa: melodie facili, giri armonici che rimandano alla semplicità del doo-wop sfoggiando la “50 progression” (I – VIm – IIm – V) uniti a suoni tecnologici, che trasudano attrazione e allo stesso tempo angoscia esistenziale nei confronti di quella che era ritenuta l’incipiente era robotica e computerizzata.
Parrà strano ai pischelli d’oggidì, ma tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 il mondo occidentale era pervaso dalla convinzione che il trapasso a una dittatura tecnologica fosse prossimo e inevitabile: dalla metà degli anni ’70 nelle fabbriche ha cominciato a diffondersi l’automazione robotica; le anime robotiche come “Goldrake”  e “Daitarn” spopolano; cupe visioni futuribili abbondano in musica, tra David Bowie e il suo discepolo indesiderato Gary Numan; a maggio del 1981 i Kraftwerk, dopo tre anni di silenzio, hanno invaso il mondo con il loro concept elettronico “Computer World”, e i freddi déi teutoni ne hanno pure pubblicata una versione in italiano pubblicizzata pure a “Discoring”, bibbia dell’adolescente musicofilo italiano, presentandovi “Mini calcolatore” (che non è altro che “Pocket Calculator”).
Ma Camerini non cede all’angoscia, e apre alla speranza: i suoi robot sono bambole, quindi giocattoli, e difatti esplode il ritornello:

C’è questo tipo strano, vedrai ti piacerà,
lui suona la chitarra in una rock’n’roll band
è come un Arlecchino ma non si rompe mai,
attacchi la corrente, si accende e partirà.
Oooh rock’n’roll robot, oooh rock’n’roll robot

 

È la rivelazione al mondo della rinascita della maschera di Arlecchino, che, pur annunciata l’anno prima, era passata quasi inosservata: “Me lo sono trovato addosso, è un personaggio al quale mi sento molto simile. Anche Arlecchino suonava, cantava, ballava, era sempre in movimento […] Questo Arlecchino nevrotico e metropolitano che sono io” (“Ciao 2001”, n. 31, 3 agosto 1980); “Arlecchino viene di lì, dalla "fame" che ho patito alla Cramps, dalla scuola di mimo che ho frequentato, dai libri che ho letto, e dalle esperienze di vita” (“Tutto Musica & Spettacolo”, 1980); “[Arlecchino ha fame] di pace, […] di divertimento, di una vita migliore, ma soprattutto di pace. E le bastonate cui tenta di sfuggire sono quelle del re di plastica, simbolo dell'era elettronica, delle forme oppressive del nostro tempo, della macchina che può essere usata bene, ma anche male” (“La Stampa”, 20 novembre 1981); “Arlecchino non è un pezzo da museo, morto. Arlecchino è il simbolo del proletariato” (“La Stampa”, 11 ottobre 1982); “Arlecchino allora aveva fame, come il popolo, oggi la gente ha sempre fame, ma di informazione, di sentimenti…” (“La Stampa”, 6 agosto 1983). E dunque:

Io ti amo, io ti cerco, io ti voglio, rock’n’roll robot.

L’utopia tecnologica futurista di Camerini diventa sogno di liberazione dalla schiavitù del lavoro, moooolto anni ’70, nella seconda strofa, mentre musica e interpretazione diventano più robotici che mai:

Ha dentro anche un computer e quante cose sa,
un terminale video che t’informerà,
lui lavora duro, tu libera sarai,
di plastica e di acciaio che non si ferma mai.

Rimane poco da dire: il messaggio nella bottiglia è lanciato, a una generazione che ha fame di un mondo diverso. C’è giusto il tempo di ribadire il concetto principale:

Johnny play guitar like the ringing bells, baby baby baby baby baby be good
Johnny play guitar like the ringing bells, baby baby baby baby baby baby baby baby.

Un capolavoro di riferimenti incrociati: uno degli antenati della maschera di Arlecchino è lo Zanni. E Camerini rivela ai giornali che il protagonista della sua canzone è “un robot, uno Zanni che oggi si chiama Johnny”. Ma in “Johnny play guitar” risuona forte lo “Ziggy played guitar, jamming good with Wierd and Gilly” del Bowie 1972 di “Ziggy Stardust”, che Camerini copia spudoratamente nel look piratesco della sua evoluzione in Halloween Jack, il protagonista di “Rebel Rebel” (1974).
In “baby be good” riecheggia ovviamente, rinforzato dalla musica, il “Johnny B Goode” di Chuck Berry (1958), a chiudere un cerchio temporale di ribellione giovanile: “a country boy [that] never ever learned to read or write so well, / But he could play the guitar like ringing a bell” (“un ragazzo di campagna che non ha mai imparato a leggere e scrivere bene, ma sa suonare la chitarra come fosse un campanello”). Non sembra Arlecchino, ragazzo di campagna anche lui, trapiantato in città, che agita i suoi “ringing bells”, i campanelli sul cappello?

(la maschera dello Zanni / Johnny)

E Camerini sul palco cerca la benedizione delle divinità del rock’n’roll: agita l’asta del microfono come Elvis e parla con lui, raccontano le cronache d’epoca. Non solo. Mima i saltelli di Mick Jagger e ne spiega il collegamento indovinate con chi? “Arlecchino è un attore che non morirà mai. I suoi personaggi sono il facchino, il cameriere e la gente di tutti giorni. Una volta era il Mick Jagger alla corte del Re di Francia. Oggi potrebbe essere chiunque” (“Sorrisi e canzoni Tv”, 1982).
Anche Alberto Camerini, cresta punk arancione, re per tre anni del rock italiano.

Tag: Retroterra analisi del testo

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