RETROTERRA: Anima Latina Rubrica

Lucio BattistiLucio Battisti
20/11/2007 di

"Anima Latina" è stato pubblicato per l'etichetta Numero Uno nel 1974. In molti lo considerano il punto massimo toccato da Lucio Battisti nella sua carriera. Un disco che rivendicava l'importanza delle nostre radici latine in un momento dove il prog italiano subiva eccessivamente il fascino della scena americana e inglese. Renzo Stefanel ha dedicato a questo album la sua rubrica Retroterra.


 

No, non è che siamo a corto di argomenti. Ce n'è di dischi e artisti di cui parlare. Ma Lucio è uno di quelli su cui tornare più e più volte. Quasi ogni suo disco meriterebbe un retroterra, dato che è il nostro Beatle. E come i favolosi quattro è ogni giorno svilito e bestemmiato dai babbioni che possiedono i media e ci fanno ascoltare le solite dieci canzoni. Invece in Battisti ruggiva feroce lo spirito di uno sperimentatore avanguardista e popolare al tempo stesso, capace di reinventarsi continuamente fino all'ultimo, a un'età – quella in cui ci ha lasciato – in cui molti hanno tirato i remi in barca da un quindic'anni buoni.
"Anima Latina" è il vertice massimo della sua sperimentazione anni 70, e con ogni probabilità il suo capolavoro di quel decennio (e forse non solo suo). Un disco che mostra una decisa influenza del prog, che nel 74 stava tirando gli ultimi, come si dice qui. Ma Battisti era Battisti. E il prog di "Anima Latina" è un prog a modo suo, inedito, che non ascolterete da nessun'altra parte. Perché – come da titolo – mostra una decisa influenza della musica latino-americana, eredità di un viaggio di venti giorni in Brasile e Argentina col fido Mogol. Ed è un'influenza che trova motivazioni artistico-politiche: "Con l'anglicismo e l'americanismo che ci hanno coinvolto in questi ultimi anni andavamo perdendo, proprio noi mediterranei più di tutti, lo spirito creativo, la vitalità che ci caratterizzano da sempre e che non sono morti, ma semplicemente addormentati dalla sudditanza all'Amerika, dei frigoriferi e dei consumi. L'America Latina mi ha scosso da certi torpori, ma già da qualche anno avevo dentro un senso di rivolta, sentivo che la strada giusta non è quella degli altri, che la cultura degli altri può violentarci, sopraffarci, ma non potrà mai diventare 'nostra'. […] Con la musica brasiliana, argentina, ecc., ho sottolineato questi stati d'animo, ma in pratica ho recuperato il mio stesso spirito creativo mediterraneo, latino come e forse più di quello sudamericano".


Vabbè, se pensiamo a come ancora oggi stiamo a dibattere, in queste paludi, su una via nazionale al rock… Ma poi Battisti ci mette le mani su 'sto mondo latino: lo riempie di influenze che vanno dall'Erik Satie delle "Gymnopédies" ("Abbracciala, abbracciati, abbracciali") allo Charles Ives delle "Songs" ("Il salame"), dal rhythm'n'blues dei Blood, Sweat & Tears al funky feroce di James Brown, dal country della West Coast e del suo adorato Neil Young a strizzatine d'occhio ai compagni di etichetta (e suoi dipendenti, quindi) Premiata Forneria Marconi. Frulla tutto a modo suo, immettendoci robuste dosi del suo stile e della recente passione per l'elettronica, e scodella. E quel che ne esce ha del vertiginoso: "Abbracciala, abbracciati, abbracciali" pare un pezzo dei Massive Attack, in anticipo di vent'anni. Ma sul serio. È già trip hop senza saperlo.

"Due mondi" preannuncia la cassa in quattro della disco (ancora underground), precipitandola in vortice psichedelico di ricami strumentali, sezioni di fiati, acuti tenorili, assoli sfrenati e turbinosi che sfumano lasciando il posto all'elettronica bucolica di "Anonimo" con quella tastiera che Dio bono ora sembra gli Air o quegli stravolti krautrockers dei Popol Vuh. E poi quel finale bandistico che piglia per il culo la sua "I giardini di marzo" a sottolineare che lui non è più quello di prima, no, e vuole "l'azzeramento di una personalità monumentale" come dirà in una celebre intervista. E già, perché tutto l'album, come e più dei precedenti "Il mio canto libero" e "Il nostro caro angelo" è uno stacco netto dai Mogol-Battisti cantori d'amore, con Mogol scatenato a distruggere l'istituzione famiglia e giù a proclamare la necessità filosofica dell'amore libero, con tanto di allusioni massicce ed ermetiche a Nietzsche. Roba che oggi al cardinal Bagnasco piglia un coccolone. 

Proprio "Gli uomini celesti" spara a zero su politica, religione, famiglia e ci traghetta, dopo due alternate take di se stessa e "Due mondi", nel cuore della title track, forse il più bel testo di Mogol, sottilmente antiamerikano, brano musicalmente bellissimo, che coglie l'essenza profonda del Brasile evitando ogni luogo comune. Dopo l'impressionismo avanguardista de "Il salame", con spunti di musica concreta e anticipazioni delle produzioni anni 80 con Panella, arriva la serratissima "La nuova America", incredibile pout pourri di stili. La varietà ritmica di "Macchina del tempo", cuore del disco, finale che intreccia a leitmotiv spunti da tutto l'album, introduce al conclusivo bordone elettronico di "Separazione naturale", con cui si sancisce la fine della coppia. Album da non credere. Impossibile da raccontare. Che spinge a vertiginosi riascolti. E lascia annichiliti. Se non l'avete, non avete idea di cos'è il rock italiano.



 

Tag: Retroterra

Pagine: Premiata Forneria Marconi (PFM) Lucio Battisti

Commenti (10)

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  • Alberto Arcangeli 28/03/2010 ore 10:06 @albertoarcangeli

    .

    Sei lassù? Che figata.

  • Shiva Bakta 28/03/2010 ore 17:03 @shivabakta

    no, era una semplice correzione al post di Damarama

  • Dama Rama 29/03/2010 ore 11:55 @damarama

    Ops :) grazie Shiva...mi ero perso nel mare del nord!

  • Faustiko Murizzi 29/03/2010 ore 14:51 @faustiko

    Adesso... i SILVERCHAIR?!?! Ma dai... ti passo Bijork e Motorpsycho (e se vuoi anche i Ramstein), ma gli altri nomi che hai fatto non mi paiono dei best-seller da competizione, pur essendoci alcuni fra questi che mi piacciono molto (tipo The Knife).

    E veramente: non puoi tirare in ballo i SILVERCHAIR... ti prego, no, no, no!!! :[

  • Dama Rama 29/03/2010 ore 15:04 @damarama

    ahahahahahah hai ragione però mi sono balzati alla mente loro! E cmq parlando di mercato quanto li hanno pompati ai tempi di freak show? Una chicca: copertina e titolo poi scoppiazzati da una delle + brutte band italiane:

    http://www.rockit.it/album/2721/settevite-the-freak-show

    provare per credere :)

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