Con i Casino Royale suona ancora la quarantena

Alioscia Bisceglia racconta il progetto "Quarantine Scenario", con cui, assieme a colleghi e scrittori, ha dato vita a un lungo album per raccontare due mesi di claustrofobia e introspezioni a Milano. Che è anche diventato un film di Pepsy Romanoff
27/06/2020 18:37

La quarantena è stata dura per tutti. C'è chi però l'ha vista come un'opportunità di raccontare quello che stavamo vivendo tutti, coinvolgendo un sacco di musicisti e non solo, da Federico Dragogna a Howie B, da Alessandro Baricco a Max Casacci, Dj Gruff e tanti altri. Parliamo di Alioscia Bisceglia, frontman dei Casino Royale, ha appena pubblicato Quarantine Scenario.

Quarantine Scenario è un disco di 28 tracce, della durata di un'ora e quaranta minuti, che ha l'intento da fare da colonna sonora di quel periodo assurdo della nostra vita che abbiamo vissuto tra il marzo e il giugno scorso. Un album che è diventato anche un film per la regia di Pepsy Romanoff, una sorta di Koyaanisqatsi – folle lavoro di Godfrey Reggio con le musiche di Philip Glass – versione covid e in cui le suggestive immagini d'archivio del regista si sposano con la musica di Quarantine Scenario. Il film completo è di un’ora e quaranta, e si potrà vedere in anteprima il 6 luglio in Triennale a Milano.

TRACKLIST

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Da dove nasce Quarantine Scenario?

Stiamo lavorando a un ep, Polaris, da un po’, comunque ognuno di noi fa una vita dove la musica non è più la priorità primaria, però per noi è comunque importante comunicare ancora oggi il nostro punto di vista. Scenario è una traccia che comparirà nell’ep e contiene un messaggio parlato. Mentre ero in quarantena ho iniziato a immaginarmi una colonna sonora di questo momento, qualcosa di condiviso che congelasse questa situazione che stiamo vivendo. Scenario secondo me aveva un messaggio utile e positivo, parlava di un qualcosa che ci mancava come lo stare insieme, quindi ho iniziato a condividerlo con alcuni amici.

Avevi lasciato qualche indicazione?

Ho chiesto di fare un'interpretazione libera di Scenario e di non usare la voce del pezzo, non mi interessava avere un remix, anche perché sai che palle un’ora e mezza con sto messaggio che si ripete. A me interessava più vedere cosa nasceva dall’ascolto del brano. Piano piano ho passato in rassegna l’agenda: alcuni hanno subito detto di sì, una buona percentuale mi ha detto che aveva un blocco creativo a causa della situazione e solo dopo qualche tempo mi hanno mandato un contributo. Penso che quel testo abbia aiutato, in quel momento è stato un messaggio di conforto efficace. Ma ci sono anche musicisti che non sentivo da tantissimo tempo, come Gruff.

Poi la cosa come si è sviluppata?

C’è stato un effetto un po’ a contagio, io mi sono trovato a fare il motivatore e il produttore esecutivo. Alla fine è un album quando io volevo solo pubblicare un teaser, è diventata una cosa molto complessa ma anche unica. Sentivo quotidianamente chi voleva partecipare per vedere a che punto era. Questa cosa mi ha permesso di rimanere in contatto con un casino di gente e di confrontarmi in una maniera intima e personale, alla fine quella narrazione è una funzione anche un po’ angosciante, però è lo stato emotivo di quel momento. A me non fregava un cazzo che poi finisse su Spotify o cose così, l’unica cosa che in effetti mi sarebbe piaciuta fare ma che poi non è stato possibile era una canzone unica.

E com’è diventato un film, invece?

Stavo parlando con DeeMo, che si è occupato dell’artwork, e mi ha detto: "sembra una colonna sonora senza film". Io avrei voluto fare un podcast dove si premeva play e si sentiva il disco tutto di filato, senza pause. Quando ho cominciato a farlo sentire, man mano che cresceva, tutti ci vedevano una colonna sonora. Allora ho contattato Pepsy Romanoff, lui mi ha detto che non riusciva a girare niente, però aveva a disposizione un software con cui gli era più facile consultare il suo archivio di filmati. Ha un sacco di file preziosi, che denotano anche la lucidità di filmare anche nei momenti più impensabili. Per lui è stata l’occasione di mettere a mano al suo materiale.

Adesso lo state proiettando allo spazio Contemporary Cluster di Roma. Che posto è?

È una galleria un po’ strana perché offre delle esperienze particolari, è un contenitore di più fluido di un museo. Stavano facendo questa rassegna chiamata Remember Rekorda, tra l’altro ispirata a un nostro verso di The Future, io dovevo dare un contributo audio, invece ho proposto questo progetto. Del film in galleria hanno una preview di 40 minuti, il film completo è di un’ora e quaranta e lo manderemo in anteprima il 6 luglio in Triennale a Milano.

Qual è il punto forte del disco?

È un lavoro sincero: magari c’era chi a casa aveva un suo studio e riusciva a registrare in maniera più pulita, ma parecchie cose sono incise con i cellulari. Per dire, il pezzo di Gloria Campaner e Alessandro Baricco è stato registrato con lei che suonava e lui che, in contemporanea, batteva sulla macchina da scrivere, e mi è arrivato come file su WhatsApp. Gloria è una pianista classica eccezionale abituata a ben altri modi di registrazione, ma a me interessava la spontaneità. Oppure, Sergio Maggioni ha registrato il suo cuore mentre ascoltava il brano. Un altro contributo importante è stato quello di Howie B.: lui era nella sua casa nelle isole della Bretagna e in quei giorni erano morti due suoi amici, per cui il suo urlo nel brano è un vero sfogo. Tutto questo messo insieme crea una narrazione intensa, nonostante sia nato tutto per caso. Ed è bello che tutti quelli che hanno preso parte al progetto hanno lavorato gratis e tutti i soldi che ricaveremo dagli streaming e dai vinili, di cui faremo un’edizione limitata, andranno al Naga, un’associazione che fornisce assistenza legale e sanitaria agli immigrati.

Sei soddisfatto?

I feedback sono buoni anche da parte di chi non è della mia generazione e non è abituato a sentire cose di questo genere, secondo me siamo in un momento in cui se si toccano i tasti giusti la gente ha bisogno non di cazzate ma di riflessioni serie. 'Sta mazzata ha portato ancora di più fuori questo bisogno. Prima eravamo in questo trip fatto di Perlage, tutto è possibile e cazzate simili, ora questa angoscia collettiva ci ha ridimensionati. La gente non ha tanto bisogno di tornare al club, che comunque ci manca, ma di sentirsi un po’ meno sola e di ricompattarsi. È successo quello che succede sempre con noi: la gente ci dà per morti, poi noi ci inventiamo qualcosa e riusciamo a risalire. Se in altri momenti magari siamo stati un po’ condizionati anche noi, questo giro mi accorgo le energie che stiamo mettendo in moto esprimessero un bisogno collettivo. Ho sensazioni positive anche se all’ascolto può sembrare un bel calcio nei coglioni (ride, ndr).

Lo scenario che si vede nel film è mutevole e molto rallentato. Per te come è stato?

Nel prossimo ep uno dei brani si chiama Fermi alla velocità della luce, secondo me siamo in un momento così. Quando ho visto il film la prima volta – forse perché mi ero fumato un cannone – non potevo credere che fosse così didascalico. Ci sono delle riprese panoramiche che danno l’idea di come il tempo stia correndo veloce senza fermarsi. Allo stesso momento, hai moltitudini di persone in cui ti puoi sentire solo ma sei comunque uno di loro. Questa colonna sonora supporta questi stati d’animo che sono simili a quelli provati in quarantena, il sentire minuscoli di fronte all’immensità del mondo. È una cosa che fa parte del nostro inconscio, sono sensazioni ancestrali. Sono domande che fanno parte dell’essere umano, questo momento ha conciliato gli animi più sensibili. Poi comunque in quarantena aspettavamo la striscia di Zerocalcare per farci due risate. È stata anche una sorta di meditazione forzata, quantomeno per me che ero da solo.

Come pensi che verrà preso un disco così lungo in un momento in cui la musica dura sempre meno?

Ci sono due modi di ascoltare Quarantine Scenario: uno è immersivo, l’altro è schiacciare play e farsi i cazzi propri. Penso che la cosa migliore sia che sia tutto sospeso, bisogna dedicarsi un’ora e quaranta per perdersi nel disco, adesso sembra un lusso perché non c’è il tempo, la fruizione è tutta rapida, sui social è una scrollata di pollice.

La copertina di Quarantine Scenario.La copertina di Quarantine Scenario.

Come vedi Milano ora?

Io amo Milano, anche la sua estetica, ma è una città che si fa guardare solo quando è vuota. Milano ha una sua eleganza e un suo stile che non si riescono ad apprezzare se non in momenti particolari. Quando torni da solo a casa alle 4 di mattina, o nei giorni di agosto quando si svuota. Milano ora è completamente diversa. Io nel mio bar, l'Elita, vedo la gente che vuole far festa, ma vedo anche che hanno un modo diverso di relazionarsi. Anche in senso positivo. Io sono terrorizzato perché dal punto di vista imprenditoriale è una merda. Noi siamo un luogo di ritrovo, ma è anche vero che la gente il venerdì prima di andare a Rollover o all’Apollo stava lì. Mi manca quella roba lì e non so se tornerà allo stesso modo.

In Covidland però emerge tutto il lato più angosciante della quarantena in "Zombardia".

Lì è Gianni Miraglia che ha fatto 'sta cosa incredibile. Io ho voluto creare un contrasto tra la sua interpretazione di denuncia e un’arpa, quindi ho contattato un mio amico la cui figlia suona al conservatorio. Quando ho mandato il pezzo concluso alla ragazza e al padre sono rimasti scioccati (ride, ndr), io ero entusiasta. Per me Miraglia è un genio nel suo essere fuori di testa, il suo è un segmento politico, è quello che rende chiaro questo periodo e ha l'intenzione di criticare il sistema di gestione dell’emergenza. Qualcuno mi ha detto che non gli è piaciuto perché tanti hanno cercato una dimensione conciliante, una certa parte "borghese" ha vissuto il periodo come una vacanza.

Cosa ti è mancato di più durante il lockdown?

Durante la quarantena mi sono trovato da solo perché mia moglie e mia figlia erano bloccate in Toscana, quindi ho passato i primi dieci giorni abbastanza scioccato. Io non sto mai da solo, mai. Sono un animale sociale, anche se magari posso sembrare un po’ snob, ma questo perché sono selettivo nei cazzi miei. Mi sono reso conto, quando sono andato a prendere mia moglie e la bambina, di quanto ero stato male prima senza di loro. Mi mancava qualcuno con cui confrontarmi con lo tsunami di riflessioni che facevo. Vivevo queste montagne russe di preoccupazioni senza poterne parlare con qualcuno mi ha messo alla prova, ne ho iniziato a chiacchierare in maniera indiretta facendo questo lavoro. Sembravo Peppino De Filippo in Natale a casa Cupiello, col pigiama col cardigan. Per dire io cucino molto, in quarantena mi facevo il minestrone e mi durava una settimana. Mi facevo solo i creme caramel: ne mangiavo uno, poi mi facevo una canna alle dieci di sera, mi svegliavo alle tre e prima di andare a dormire me ne mangiavo altri tre in chimica.

Avevi qualche via di fuga?

Con la scusa di andare a dar da bere alle piante al bar, mi davo appuntamento con un mio amico che lavora in comune e mi confrontavo con lui. Poi mi è venuta la paranoia della riapertura, il pericolo dei bar: quello è un altro tema in cui mi sono infiammato, un po’ per categoria e un po’ perché temevo – e non so se il pericolo è passato – che scattasse quel meccanismo di criminalizzazione verso i locali.

Tre anni fa avete celebrato i vent’anni di CRX, quest’anno Sempre più vicini compie 25 anni: come festeggerete?

Casino Royale è una bellissima storia, ma al contempo è sempre un dramma. Io anche quando le cose vanno alla grande dentro non sono contento, ma poi dico sempre "ben fatto". Sempre più vicini e CRX sono due dischi che hanno segnato una strada per la nuova musica italiana, ma se il primo ha cose che c’entrano meno con delle altre, CRX è molto più compatto e coerente. Festeggiamo perché la gente ne parla bene e rende merito, è una cosa che ci fa molto piacere. Il merito di Sempre più vicini è il fatto di essere un disco italiano che poteva sembrare di un gruppo straniero.

Come vedevate la musica italiana?

A noi della musica italiana non fregava niente, anzi era il nostro incubo. Noi ci vedevano un po’ come fighetti figli di nessuno, non ci ha scoperto qualche giornalista di Repubblica, è dal 1987 che siamo in giro. Se non hai padrini nella musica italiana, difficilmente trovi qualcuno che ti sostiene. Negli anni ’90 parlavano degli Almamegretta, dico loro perché sono nostri amici e tra le migliori band italiane, le attenzioni del polo giornalistico capitanato da Assante e Castaldo, che erano quelli che ti dicevano cosa va bene o cosa no, erano più proiettate su qualcosa di vicino a loro. Stesso discorso per i 99 Posse, erano compagni militanti; io vivevo in una casa occupata ed ero anch’io militante, forse non ero così dozzinale. Ci vedevano come troppo alla moda e noi reagivamo di conseguenza, guardavamo male tutti (ride, ndr). Jovanotti una volta ha confidato a un mio amico che mentre era in Polygram gli dissero di andare via perché arrivavamo noi. Ero un po’ comunista, anche se stavo con le major, rompevo i coglioni perché credevo in un cambiamento. Quando vedevo qualcuno che seguiva i trend perdeva subito rispetto, ora sono cambiato, come è cambiato il pop.

E ora?

In Italia funziona il divismo. Io quando ho proposto SalmoGhemon nella televisione commerciale non li volevano vedere. Quando hai l’opportunità di diventare divo perdi il controllo e si afferma l’immagine più che la musica. Se vanno a Sanremo non è per cambiare un format nazionale, è un programma di merda,ma se vai lì il grande pubblico ti riconosce. Noi come italiani siamo affascinati da sta roba qua. I talent puntano sulla personalità, non sul contenuto. Ci è andato Manuel Agnelli, ma di cosa stiamo parlando? Ai giovani di oggi ci scatarro su. Dai cazzo. Adesso che i mondi e i linguaggi sono più mescolati, vale tutto.

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L'articolo Con i Casino Royale suona ancora la quarantena di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 27/06/2020 18:37

Tag: film - album - intervista

Pagine: Casino Royale

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