La storia di Clem Sacco, il geniale precursore del nostro rock demenziale

22/08/2016 di

La serendipità è quella cosa per cui parti a cercare un ago in un pagliaio e finisci a fare l'amore con la figlia del contadino che ci si nascondeva dentro; non a molti capita spesso di trovare figlie di contadine, ma di scoprire o inventare qualcosa di nuovo mentre si cercava tutt'altro, quello accade sicuramente.
Pensate all'America, alla Coca Cola, al viagra o al rock demenziale italiano: tutte cose che ci ritroviamo senza nemmeno averle cercate. Infatti, se è vero che il rock demenziale italiano può riconoscere un suo primo esponente in Clem Sacco, è vero anche che il ragazzone in questione non l'ha mica fatto apposta.

Sacco nasce al Cairo da genitori italiani nel 1933 e si trasferisce appena ventenne a Milano, dove studia canto alla scuola civica, coltivando il sogno di diventare un cantante di musica lirica. È il 1958 quando decide di mollare per sempre i sogni da baritono e dedicarsi anima e corpo alla nuova musica di tendenza che ha già spopolato negli USA: il rock'n'roll.
Rispetto agli artisti dell'epoca come Fausto Denis (poi Leali) o Baby Gate (Mina), Sacco ha una marcia in più: compone da sé i propri testi e scopre fin da subito una propensione all'ilarità. Gli piace ridere e, soprattutto, far ridere il suo pubblico, scrivendo canzoni in onore di figlie di amici ("Agnese Rock", ad esempio, nacque in onore della primogenita di Santé Palumbo, il pianista che introdusse Clem alla musica leggera) e cantando un punk d'avanguardia in "Spacca, rompi, spingi".

Con un'irriverenza simile, l'aperta sfida alla censura e ai ben pensanti lascia sempre la carriera del cantante in bilico. Nel 1961 si esibisce al Teatro Smeraldo di Milano: davanti le telecamere RAI, un Clem Sacco dal fisico scultoreo (dava lezioni di body building, al tempo chiamata "Cultura fisica") si esibisce in mutande leopardate, lanciando uova addosso al pubblico. L'esibizione piace tantissimo ai più giovani ma non alla casa discografica di Sacco, la Durium, che da quel momento decide di puntare su artisti più rassicuranti come Little Tony.

Senza più un contratto, Clem si ritrova allontanato da chiunque non sia Adriano Celentano. Quest'ultimo infatti deve partire per il servizio militare e si accorda con il cantante italo-egiziano, che dovrà sostituire il molleggiato per 15 mesi come cantante nel gruppo dei Ribelli. Sotto la dicitura approvata da ambo le parti "Il Clan Celentano presenta i Ribelli, canta Clem Sacco", il fortunato complesso si esibisce con il repertorio solito del gruppo e l'aggiunta di canzoni poi diventate iconiche, come "Oh mama voglio l'uovo alla coque", brano di cui nel 1963 verrà girato un videoclip per il cinebox (una sorta di jukebox tutto italiano dotato di schermo per videoclip). Ancora una volta, grazie all'energia e alla comicità di Sacco, i cinque video girati che lo vedono come protagonista riscuotono un enorme successo, ma ancora una volta la censura di radio e televisione lo allontanano dai riflettori.

Costretto dalla sorte, Clem Sacco si fa avanguardia ancora una volta: apre una delle prime etichette discografiche indipendenti italiane, la Clem Sacco Records (in breve, CSR). Nel frattempo, tra un uovo alla coque e una rotula del femore da succhiare, nascono i Califfi, un nuovo gruppo di cui Sacco è ovviamente il frontman.

È il 1964 quando tra vene varicose, denti del giudizio e peli del neo, Clem trova l'amore: Lella Casorati, sorella di Sergio, ospite a casa di Clem dopo uno sfratto. Nel 1966 hanno la prima figlia (Simona) e abbandona i Califfi in favore dei Kites, cover band dei Beatles che accompagna con le conga. Senza i suoi Califfi, però, le chiamate degli impresari si fanno attendere e prova così a rilevare un ristorante. Rifiutandosi di pagare il pizzo è costretto a spostarsi da Milano a Como, cantando la sera al "Funicolare" e lavorando come giardiniere per un conte. Finalmente, qualche tempo dopo, viene chiamato per dei nuovi concerti: la proposta è indecente ma visto che per mantenere una famiglia si farebbe di tutto, all'alba dei quarant'anni si esibisce con la sua solita grinta come Clementina Gay: parruccona bionda, abito scollato e via a cantare di tutto, dal soul al pop, per sei mesi in uno dei bar per omosessuali più famosi della Milano dell'epoca, diventando di fatto il primo artista travestito dell'Italia moderna.

 

Nel frattempo nasce Omar, il secondogenito, l'estorsore che lo importunava muore e può finalmente tornare a Milano con tutti i familiari. La sera canta nei locali, il giorno fa il rappresentante, impossibile tornare a casa per riposare, acquista un camper. Di quel periodo Vince Tempera (noto tastierista italiano) racconta:

"A Milano, di fronte al negozio delle Messaggerie Musicali, era perennemente parcheggiato il camper di Clem Sacco, era il suo personale supermarket: vendeva i suoi dischi, le musicassette e mille altre cose, dai tagliaunghie alle carte da poker con le donnine nude. Io che avevo avuto occasione di suonare il piano nel suo gruppo e conoscevo bene quindi il talento dell'artista trovavo assurda e mortificante quella situazione. Eppure lui la viveva alla grande: sempre allegro, vitale, coraggioso. In una sua canzone c'è un verso che fa "papà, voglio un quarto di leone". Ebbene, sicuramente il padre lo aveva accontentato".

Clem Sacco fa questa vita per 25 anni, lavora poi dal 1985 al 1990 su una nave da crociera. Nel 1993 si trasferisce definitivamente a Tenerife e si guadagna da vivere con degli ingaggi di pianobar, senza quindi mai essere riuscito formalmente a sfondare.
Negli ultimi anni, tuttavia, la figura di Clem Sacco è stata, per così dire, "riscoperta": nel 2003 Michele Bovi riporta la sua figura sotto i riflettori all'interno di un libro sul Cinebox. Comincia così ad essere richiamato, ormai anziano, per live, interviste e premi (Gene Gnocchi lo premia per la Grande Notte di Raidue come “l’artista più trasgressivo nella storia del rock italiano” - curioso, considerando che era stata la stessa RAI ad ostracizzarlo, ai tempi). Finisce persino per girare un nuovo videoclip per uno dei suoi più grandi successi, "Baciami la vena varicosa", diretto da una sua fan sfegatata, Asia Argento, assieme all'allora compagno Michele Civetta.

Padre degli Skiantos e degli Squallor, nonno degli Elii, Clem Sacco -al di là della popolarità della sua musica- ha avuto una carriera votata all'ironia e alle beffa della musica leggera italiana, che allora, come oggi, si prendeva decisamente troppo sul serio.

Tag: Retroterra

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