Magical Mystery Band: la musica è un foglio bianco da colorare ogni giorno

Dietro al sestetto (visto a Sanremo) si celano Daniele Silvestri, Fabio Rondanini e un gruppo di amici musicisti romani, che hanno salvato dalla chiusura lo studio del cuore per creare una band come da ragazzi e portar avanti la loro idea (molto '70) di musica. A cominciare dal disco di Max Gazzé

La band al completo: da sx a dx Lazzarotti, Rondanini, Tortora, Silvestri, Fiaschi, Galioto - foto Simone Cecchetti
La band al completo: da sx a dx Lazzarotti, Rondanini, Tortora, Silvestri, Fiaschi, Galioto - foto Simone Cecchetti

Tra gli anni '60 e i '70 la maggior parte dei dischi di successo in America, dai Byrds ai Beach Boys, da Phil Spector (che aiutarono nella costruzione del suo Wall of Sound) a Nancy Sinatra, vedevano la partecipazione di un gruppo di leggendari sessionmen chiamato The Wrecking Crew, un manipolo di musicisti dal sound iconico e riconoscibile, che riuscirono a imporre alla memoria collettiva caratterizzando un'intera epoca. 

In Italia, per la precisione a Roma , all'inizio degli anni '20 del nuovo millennio, sei musicisti si stabiliscono in uno storico studio e fondano un team di produzione che ha alla base una profonda sinergia collettiva e un approccio diretto, fresco. Che si avvicina nelle ambizioni a ciò che faceva la Wrecking Crew. Il primo frutto di questa unione – che nasce da molto lontano, e ha radici profonde – si chiama La Matematica dei Rami, che è il titolo del prossimo disco di Max Gazzè, in uscita il 9 aprile.

Il gruppo che ha realizzato con lui questo album prende il nome Magical Mystery Band ed è composto da:

- Daniele Silvestri (voce, tastiere, chitarre)
- Fabio Rondanini (batteria)
- Gabriele Lazzarotti (basso)
- Daniele Fiaschi (chitarre)
- Duilio Galioto (tastiere e sintetizzatori) 
- Daniele "il Mafio" Tortora (sintesi sonora, programmazione)

Terminal 2 - foto Sabrina Laganà
Terminal 2 - foto Sabrina Laganà

Gazzè li ha scelti come sua "band" e li ha portati a Sanremo – dove ha gareggiato con Il Farmacista –, e lì sono stati protagonisti di una più che suggestiva interpretazione di Del Mondo dei CSI. Ma è solo l'inizio, promettono. E per questo siamo andati a trovare la compagine nel suo ambiente naturale, il Terminal 2 Studio, situato in un piccolo quartiere residenziale della periferia Ovest romana. Municipio XII, zona Massimina. Non è un posto qualunque, nel modo più assoluto. E non può essere "solo" una questione di musica (come se fosse poco).

Lo aveva aperto anni fa Gianluca Vaccaro, produttore e ingegnere del suono che è stato un compagno di viaggio prezioso per numerosi artisti romani. Ha lavorato con Daniele Silvestri sin dai suoi primi dischi, con Niccolò Fabi e Max Gazzè, tanto che, quando i tre hanno deciso di "istituzionalizzare" il loro sodalizio, Gianluca era considerato una sorta di "quarto membro" del trio. Vaccaro è morto nel 2017. A condividere con lui l'avventura di Terminal 2 Roberto Procaccini e Enrico "Erriquez" Greppi, anima della Bandabardò, mancato negli scorsi mesi. Inevitabile che, dopo due lutti così devastanti, il posto sta vivendo una fase molto delicata, il rischio di chiusura concreto. Da qui la decisione di Silvestri e soci di investirci tempo, denaro e pensieri, e rilevare lo studio.

Varcato un grosso cancello di legno, veniamo accolti all'interno dell'edificio. Tutto è ancora in fase di allestimento da parte della "nuova proprietà", ma la curatrice Federica Luciani sta facendo un gran lavoro. Ci sono al momento tappeti, divani, poltroncine e piante colorano le stanze e i corridoi. L'ambiente sta prendendo forma in queste settimane e si avverte una certa elettricità nell'aria, siamo all'interno di una nascente factory creativa. Questo l'obiettivo, non è "solo" suonare (come se fosse poco).

Dopo le presentazioni davanti a un caffè, ci spostiamo in sala regia. I sei si scambiano battute, si conoscono da una vita, hanno suonato assieme e ora vogliono rilanciare. Ci accomodiamo su sedie e divani e inizia l'intervista. O meglio, questo è uno scambio vivo di idee e pensieri, e per questo ho deciso di lasciarla il più possibile immutata, senza snaturare l'essenza del nostro incontro.

Un angolo di studio, allestito da Federica Luciani
Un angolo di studio, allestito da Federica Luciani

Perché e come nasce tutto ciò?

Daniele Silvestri: Questo "assembramento" viene da lontano, è nato come desiderio di mettere insieme una squadra con cui essere creativi. Questo è successo un po' di anni fa dopo alcuni concerti, con gente con cui avevo già un certo tipo di rapporto. Ho sentito l'esigenza di trovare un team con cui potesse essere bello sviluppare quella parte – che per me è la più bella di tutte del nostro mestiere – in cui hai un foglio bianco e gli strumenti in mano, idee piccole piccole che devi far crescere, collettivamente.

Come li hai coinvolti?

Daniele Silvestri: Una sera, un po' ubriaco, ho identificato queste persone qua, a cui ho semplicemente detto "sentite, ma se ce ne andiamo da una parte, ci chiudiamo tre giorni e suoniamo?". Da quella prima registrazione è nato il mio penultimo disco, Acrobati, poi la cosa si è ripetuta per La Terra Sotto i Piedi. Siccome avevamo bisogno di avere una chat comune su cui scriverci le cose, l'ho creata chiamandola Magical Mystery Band. Ma senza ragionarci più di tanto, e forse a posteriori è stata pure una cazzata. Poteva finire lì o poteva già essere sufficiente aver fatto insieme un paio di dischi, aver registrato un sacco di cose che ancora non hanno trovato una collocazione.

E invece?

Daniele Silvestri: Invece a un certo punto cominciamo a parlare di diventare un vero team produttivo, ma all'inizio erano parole buttate un po' lì. Poi, nel frattempo, è cambiato il mondo, è successo di tutto, e ci siamo ritrovati a prendere delle decisioni anche di fretta. Una riguardava questo studio, che è per tutti noi un luogo importante, legato a due persone che ora non ci sono più: uno è Gianluca Vaccaro, che questo luogo l'ha creato, e l'altro è Enrico "Erriquez", un socio dall'inizio. Lo studio rischiava seriamente di chiudere i battenti e noi abbiamo capito subito che volevamo farlo diventare casa nostra. Casa nostra è fatta non solo da quello che vedi qua in regia, ma sopratutto da quello che vedi di là, da tutti quegli strumenti e le persone che quegli strumenti li suonano, cioè noi.

Che succede a quel punto?

Daniele Silvestri: Il passaggio successivo è stato far diventare quella chat non solo una band vera e propria, ma una società intesa come team produttivo. Mentre ci accingevamo a riallestire e ridisegnare lo spazio – lavori in corso anche ora – è subentrato Max Gazzè, che doveva realizzare il suo disco: ha saputo quello che stavamo mettendo in piedi, e ci ha chiesto se avessimo voglia di cominciare con lui.  

Daniele Silvestri alle tastiere - foto Sabrina Laganà
Daniele Silvestri alle tastiere - foto Sabrina Laganà

Come avete affrontato la lavorazione al disco di Max Gazzè?

Fabio Rondanini: È un disco registrato live: da quando ci conosciamo usiamo sempre questa nostra fortuna nel trovarci, queste coincidenze di idee, di intuizioni quasi sempre giuste – lo dico con un po' di timore – nel processo di creazione e registrazione di un disco. Non sappiamo bene perché abbiamo questa intesa, cosa dà vita a questa creatività, se ne potrebbe parlare per ore...

Daniele "Il Mafio" Tortora: In questo caso è stato registrato live quasi tutto, tranne qualche sovraincisione, che è inevitabile in un lavoro in studio, parti che sono state riviste o modificate successivamente, ma parliamo di abbellimenti. Tutto il nucleo della registrazione è stato fatto in presa diretta, comprese molte delle voci di Max, che ha cantato e registrato mentre si arrangiavano i brani. Questo fa capire bene il tipo di approccio che abbiamo qui. Alcune voci sono state fatte a parte, ma questa è una cosa molto bella, soprattutto per il tipo di brani a cui abbiamo lavorato. Spesso siamo abituati a sentire la live music registrata come se fosse una cosa prettamente rock, o più sperimentale, invece qui ci sono anche dei pezzi totalmente pop. Con il livello di produzione maniacale che c'è adesso, soprattutto sulle voci, ma in generale sui suoni e sugli arrangiamenti, sentire una roba del genere che viene da una grande sala prove, secondo me è molto affascinante, soprattutto per l'energia che questa roba crea in un artista come Max.

Come reagiva?

Daniele "Il Mafio" Tortora: Si galvanizza per queste cose. Molte volte la parte del canto, nella registrazione di un disco, è quella più sofferta, perché non viene mai fatta insieme agli altri. Questo approccio, invece, è come se lo avesse riportato all'inizio della carriera, quando eri obbligato a lavorare con gli altri, e quella condivisione aiutava anche a creare più empatia. Ciò che è successo qui con Max è proprio un ritorno a questa spontaneità, a questa energia. Che ha subito trasmesso a tutti noi. 

Volete fare musica "all'antica"?

Daniele Fiaschi: Di base ognuno di noi ha già l'idea delle sue parti e del suo suono, la pensa già da produttore, la sua parte nello specifico come l'interezza del brano. Poi quando veniamo qui in regia il Mafio ha già missato, quindi possiamo praticamente già sentire il prodotto quasi finito, è un modo di lavorare incredibile: il missaggio si evolve insieme al pezzo. Il suono è già chiaro dall'inizio, ma giorno dopo giorno diventa sempre più bello.

Duilio Galioto: Il Mafio è un musicista in più: lui usa gli strumenti che ha qui in regia, dando una direzione al suono anche molto netta, perché ha un'idea chiara e precisa sul suono. Noi là dentro non ci diciamo molto, ma andiamo avanti senza pestarci i piedi a vicenda e portando tutti acqua allo stesso mulino. Poi, quando torniamo in regia, e il pezzo è ancora più bello di come lo stavamo sentendo in cuffia: è qualcosa che colpisce ogni volta.

Daniele Silvestri: Tornando a Max e al suo disco – una cosa che negli anni '70 sarebbe stata banale ma che oggi non lo è –, molto spesso una canzone la cominci a comprendere davvero solo quando la suoni dal vivo. Si capisce davvero molto, il modo di cantarla, trovare cose che scopri essere superflue e quindi pian piano spariscono, perché non fanno parte dell'essenza del pezzo. Lavorando in questo modo in studio, invece, questo succede già mentre stai registrando. Quello che suoniamo in quel momento è già quello che poi rimarrà. Questo fa davvero una gran differenza. A me, come a Max e più o meno a tutti quelli che fanno questo mestiere, è successo mille volte che quando cominci a cantare un pezzo dal vivo certe cose cambiano, prendono forme nuove. Dalle cose più stupide – come dove prendere il fiato in una frase – quello che ti sei preparato mille volte a casa o in studio non sarà ciò che poi scopri dal vivo. Un sacco di dischi storici sono stati fatti in questo modo. 

Fabio Rondanini: Un tempo si provavano i dischi in concerto, prima di registrarli. Leggevo proprio oggi un'intervista a Battiato che tra le altre cose raccontava che alcuni pezzi de La Voce del Padrone li aveva già suonati dal vivo, prima di inciderli. Poi ci sono mille altri esempi, dai Radiohead agli U2.

Daniele "Il Mafio" Tortora: Era molto comune, dopotutto quello era il modo per capire se i brani funzionavano o te la stavi cantando da solo. Inoltre molti gruppi erano costantemente in tour. Pensa agli U2: loro facevano un tour e nel mentre arrangiavano i brani e strutturavano il disco. Erano sempre con le orecchie tese. Provarli voleva anche dire capire se quei brani potevano appartenere alla storia che il gruppo stava raccontando in quel momento, e con tutti i netti cambi di sound che la band ha avuto questo era fondamentale.

I controlli del Terminal
I controlli del Terminal

Questo vostro approccio è anche di una risposta alla situazione odierna o è semplicemente il vostro modo di lavorare?

Fabio Rondanini: Anche prima della pandemia c'era la stessa voglia di realizzare questa idea che non eravamo mai riusciti a concretizzare: fare musica insieme, sotto lo stesso tetto. Non ci siamo mai riusciti perché abbiamo tutti vite complicate, adesso ci stiamo riuscendo perché abbiamo un obiettivo comune che sta sempre più prendendo forma. Il disco di Max è stata la scintilla che ci ha resi operativi, ma noi siamo carichi già da un po' e credo che questa cosa l'avremmo fatta lo stesso anche senza pandemia. In maniera forse diversa, meno di corsa.  

Daniele Silvestri: Come dice Fabio, saremmo stati comunque qui, però fare il disco con Max è stato un ottimo modo anche per metterci subito alla prova come band, al servizio di un'altra necessità, anche se poi con Max in un attimo ci siamo sentiti un'entità unica, sette teste che lavorano insieme. Tornando alla pandemia, sicuramente ha influito in due modi. Il primo, quello pratico, avere tanto tempo in più, e l'altro quello del coraggio, prendere una decisione e andare a fondo, andare da un notaio, investirci dei soldi. In questo momento forse la scelta era anche facile: stiamo qui ad aspettare che passi tutto o ci diamo da fare? Abbiamo scelto decisamente la seconda, senza alcuna remora da parte di nessuno. 

La band in studio - foto Sabrina Laganà
La band in studio - foto Sabrina Laganà

Che idea avete di queste quattro mura, del loro significato?

Daniele Silvestri: L'idea è anzitutto di non limitarci a noi, che questa sia casa nostra ma che possa ospitare sempre più persone. Che possa essere una cavalcata piacevole di incontri, di condivisione: ci sono già un po' di progetti in cantiere. Vogliamo creare una rete sempre più grande – anche se detto così sembra una cosa un po' mafiosa, ma una rete di rapporti lo è senz'altro – anche solo per una questione di curiosità, di piacere, di divertimento, di condivisione, di sfida e confronto. Ora siamo ancora nel nostro "territorio", ma sarà affascinante andare a perlustrare zone a noi più lontane.

Come si crea un'identità da sei identità?

Fabio Rondanini: Non succede mai che un musicista esca dalla sala di ripresa e scelga la propria take. Nel caso del disco di Max, invece, sono successe cose di questo tipo, ci siamo presi delle responsabilità enormi. La chiave di questo disco è stata il nostro rapporto, ma soprattutto lo splendido legame tra Daniele e Max, che su alcune cose non hanno nemmeno bisogno di parlarsi, mentre su altre si confrontano e si "smontano" con grande gioia e entusiasmo. La missione è rimasta sempre la musica, e questo ha fatto sì che tutto scorresse senza alcun intoppo.

Daniele Silvestri: La band era nata inizialmente con l'obiettivo primario di lavorare a miei dischi, lavori dove io avrei guidato il gruppo. "Girare la ciambella", come diceva un mio compagno di scuola riguardo al padre che guidava gli autobus, mi riesce meglio che suonare e basta. D'altra parte so che sanno guidare bene anche tutti gli altri, ma ancora non lo hanno quasi mai fatto. In alcuni pezzi dell'album, forse i più belli, non c'è proprio la guida: quello che abbiamo suonato non aveva un motivo, un'origine né una direzione, è un'alchimia fortunata. In futuro spero questa ciambella possa girare sempre di più tra le mani di tutti. 

Gabriele Lazzarotti: Nel rugby ci sono dei ruoli molto precisi, dettati quasi dalla natura: c'è quello alto, quello veloce, agile, corpulento, ma con i rimbalzi imprevedibili della palla ovale ti puoi trovare a coprire il ruolo che spettava a un altro. Il fine comune detta le regole. In questo gruppo avviene la stessa cosa, ci sono dei ruoli di base che tutti conosciamo, ma siamo pronti a fare le veci dell'altro e scambiarci a seconda di quello che accade. 

Gabriele Lazzarotti al basso - foto Sabrina Laganà
Gabriele Lazzarotti al basso - foto Sabrina Laganà

A Sanremo avete portato con Max Gazzè la cover di Del Mondo dei CSI (rivedila qua), com'è stato affrontare questa canzone insieme e che significato ha per voi?

Gabriele Lazzarotti: Di proposte per la cover ne abbiamo fatte tante, ma quando abbiamo pensato a Del Mondo eravamo già tutti con gli strumenti in mano. In realtà dei CSI abbiamo provato anche Forma e Sostanza, c'è stata una grande diatriba su quale scegliere tra le due. L'idea di portare i CSI a Sanremo era un forte desiderio di Max, che è molto legato a questo gruppo, e noi siamo stati subito d'accordo con lui.

Daniele Silvestri: Io ci ho messo un po' di più, perché, conoscendo Max, lui passa spesso per delle follie di cui poi si pente dopo un po'. Ma in questo caso aveva le idee chiare sul da farsi, e aveva ragione. Noi ci siamo avvicinati in punta di piedi per certi versi, ci siamo posti il problema di fare la cosa giusta non solo musicalmente, ma anche nel pieno rispetto dei CSI, di ciò che hanno significato.

Gabriele Lazzarotti: I CSI non sono mai stati a Sanremo, ovviamente. Manon è un caso che non ci siano mai stati, per quanto siano stati così giganteschi nello sviluppo culturale italiano. Quindi noi abbiamo ragionato sul fatto che non bisognasse forzare questa cosa, che non fosse scontata: se volevamo portarli su quel palco, bisognava farlo in un certo modo, con un certo tipo di rispetto, prendendo il pezzo a cuore aperto, a piene mani. In quanto bassista, ero curioso di come Max avesse potuto affrontare quel brano. La semplicità di Del Mondo è solo apparente, c'è una quantità di incastri e di equilibri tra testo e musica, e questo nell'affrontarlo ci ha portato a fare un lavoro filologico, di certo da fan, ma consapevoli della direzione da seguire. Non ci siamo voluti far sopraffare dalla portata e dal significato di quest'operazione, quello che volevamo era innanzitutto fare qualcosa di sensato e di sentito da parte nostra. 

Daniele Fiaschi: Noi ci basiamo molto sull'istinto, sull'attimo, fissare subito l'idea "primordiale", anche se non è tecnicamente immacolata, ma è bilanciata rispetto all'emozione che il brano sta dando a ognuno di noi. Qualcosa di impossibile da ripetere una seconda volta allo stesso modo. Del Mondo ha questo tipo di approccio come pezzo, è immediato, viscerale.

Daniele Silvestri: Dopo soltanto un minuto che la suonavamo, aveva già quel qualcosa che non ti riesci a spiegare, che nasce nel primo istante. Ormai siamo abituati a riconoscere quella scintilla, gli diamo un valore enorme.

Daniele Fiaschi: Forma e Sostanza è stata affrontata contemporaneamente, e io ero molto combattuto sulla scelta, perché è venuta proprio una figata. Ma Del Mondo ha uno spessore e un feeling che per noi dà veramente il massimo, proprio per quel discorso di istinto, che è una cosa fondamentale.

Reperto sanremese in studio - foto Sabrina Laganà
Reperto sanremese in studio - foto Sabrina Laganà

Cosa pensate (e sperate) sia arrivata alle persone?

Daniele Silvestri: La nostra versione, secondo me, restituisce esattamente ciò che comunicava la versione originale: c'è un misto di delicatezza e di profondità ancestrale, che è rimasto anche nel modo in cui l'abbiamo affrontata suonandola. Una delle ispirazioni è stata anche la bellissima versione di Robert Wyatt, ma di questo ne può parlare bene Fabio che è il più grande fan di Del Mondo che io conosca.

Fabio Rondanini: Io ho mandato per messaggio una lista infinita di proposte per la cover e in mezzo c'era Del Mondo, sottolineando in particolare la versione di Wyatt, per dimostrare che la canzone si presta ad avere più registri e più chiavi di lettura. Probabilmente Max neanche l'ha letta tutta la lista, era davvero lunga, ma lui quasi contemporaneamente ha postato la sessa canzone, e già questa è stata una coincidenza quasi magica. Tanto è stato poi naturale e istintivo il lavoro che abbiamo fatto, che alla fine la canzone sarà anche nel disco di Max. All'inizio dover pensare alla cover per Sanremo in piena registrazione dell'album sembrava un po' un ostacolo, un problema da risolvere, ma per le ragioni di cui sopra tutto è diventato fluido e parte di un medesimo percorso.

Duilio Galioto con le sue tastiere - foto Sabrina Laganà
Duilio Galioto con le sue tastiere - foto Sabrina Laganà

Visto che per ora non si suona in giro, farete dei live in streaming? 

Daniele Silvestri: Questo studio lo abbiamo impostato perché sia possibile anche da qui fare dei live. Niente di particolarmente originale, farlo però da una sala prove di questo livello e con il livello qualitativo di quello che possiamo proporre sarà un bel modo per trovare "una via di mezzo". Che ovviamente non è la stessa cosa che viaggiare, andare in giro per centinaia di chilometri. Perché non sono solo le ore del live a mancare, ma tutto ciò che le precede e le segue, quello che vedi, quello che mangi, chi incontri, quello che succede ogni sera, tutta quella meraviglia di cose che rende ogni serata diversa dall'altra. Quello che stiamo facendo ora è un'altra faccia della medaglia, quasi altrettanto entusiasmante, e che in parte la comprende. L'obiettivo, oltre a produrre e a lavorare ai dischi, è far succedere cose qua dentro, che siano a loro modo dei concerti, con un'idea di pubblico un po' diversa. Per quanto vogliamo avere indietro la dimensione dei live prima possibile. 

Gabriele Lazzarotti: Dal mio punto di vista, il fatto di lavorare e suonare come una cellula produttiva, tra di noi, è una sorta di traduzione, momentanea ma profonda, del suonare dal vivo con qualcun altro, confrontarsi. È indubbio che sia diverso suonare da soli a casa rispetto a suonare con un pubblico, ma per me suonare per dieci persone o suonare al 1 maggio o in un palazzetto non è necessariamente più o meno intenso e emozionante.

Almeno non siete ciascuno da soli in camera...

Gabriele Lazzarotti: Esattamente. In pandemia mi è capitato di registrare dei bassi o delle tracce per vari progetti e poi spedirli via mail: è un lavoro molto complicato, proprio perché non c'è lo scambio. In questo periodo, dove non si può suonare per qualcun altro, suonare insieme qui in studio è un carburante che mi riavvicina a quella dimensione del live. Non c'è un pubblico che ascolta, ma per chi suona basta una sola persona nella stanza a cambiare tutto, ed è per questo che registrare con gli altri ha un peso diverso dal registrare le stesse note da solo al computer. 

Fabio Rondanini: In questo momento siamo il pubblico di noi stessi, ognuno dà energia all'altro. La pandemia ha sdoganato alcune cose come il telelavoro: mi capita di fare certe cose in remoto che mai sarebbero state accettabili un tempo, e magari continuerò a farle anche dopo la pandemia, ma tutto questo ha evidenziato per tutti l'enorme limite dello streaming. Non può essere un sostituto, non può funzionare. Funziona soltanto quando si lavora sui contenuti, come vogliamo fare noi qui. Anche soltanto mettersi da soli davanti a una telecamera e fare un live in streaming è alienante, sia vederlo che farlo, non è accettabile, è davvero una "rosicata".

Alla batteria Fabio Rondanini - foto Sabrina Laganà
Alla batteria Fabio Rondanini - foto Sabrina Laganà

Cos'è che funziona invece?

Fabio Rondanini: Spesso le cose che funzionavano bene anche prima della pandemia, vedi ad esempio i Tiny Desk, contenuti in cui c'è un'idea alla base. Nel momento in cui faremo streaming, saremo noi il filtro di quello che succede: chi guarda, saprà che tutto quello che vedrà in quel format avrà il suono di quella band, e si spera che su possa affezionare. 

Daniele Fiaschi: Sono tutte sfumature dell'emotività che provi quando suoni, però fa parte di tutto il nostro vivere per la musica. A Sanremo, nonostante ci fosse una situazione alienante nel vedere la sala vuota, io ho avuto una sensazione di coesione, un po' una sfumatura di quello che succede qui in studio, ma portata in un contesto differente. Secondo me la forza dell'interpretazione di un brano, in quel preciso momento, in quel determinato modo, sta proprio in questa coesione, nel sapere che le tue orecchie siano coordinate con tutte le altre. 

Riuscite davvero a non vivere la situazione come un "surrogato"?

Daniele Silvestri: Non c'è solo l'aspetto della rincorsa a ciò che non abbiamo, e che in un certo senso non puoi avere. Sono convinto che, se noi adesso non stessimo vivendo una pandemia e stessimo facendo concerti normalmente, allo stesso modo parleremmo con un amore infinito di quello che facciamo qui e delle possibilità che solo qui puoi avere.

Daniele Fiaschi prova - foto Sabrina Laganà
Daniele Fiaschi prova - foto Sabrina Laganà

Tipo?

Daniele Silvestri: Quella famosa scintilla di cui ti parlavamo all'inizio, è una delle nostre ambizioni. Poi magari è figlia della nostra sensibilità e qualcun altro non la saprebbe apprezzare. Ma se dieci persone su mille riescono a vedere e capire che cosa ti dà qual momento creativo, un fascino molto diverso rispetto al prodotto finito... è qualcosa che mi affascina davvero tanto. C'è qualcosa di magico qua, indipendentemente dal momento storico. Che anzi, paradossalmente, ci sta aiutando a mettere in pratica con i tempi giusti la cosa. Siamo qui tutti i giorni da due mesi e mezzo.

Quale sarà il ruolo dei musicisti nei prossimi tempi?

Fabio Rondanini: Con il passare del tempo aumenta la preoccupazione. A fine anno ci conteremo: quanti siamo sopravvissuti? Quanti ancora faranno questo lavoro? E saremo pochissimi, quindi innanzitutto noi dovremo pagare da bere a tutti gli altri.

Il Mafio in primo piano, e colleghi - foto Sabrina Laganà
Il Mafio in primo piano, e colleghi - foto Sabrina Laganà

Avete pensato anche a questo nel mettere in piedi questo progetto?

Fabio Rondanini: La politica fa sempre parte di noi perché siamo coscienze attive, ma quello che stiamo costruendo qui non parte da questa riflessione. Adesso ci ritroviamo a vivere in un momento davvero difficile, sinceramente non so se in questo scenario post-atomico dovremo essere noi coloro che pianteranno i nuovi semi. Il progetto che stiamo portando avanti non è nato per salvare gli altri, ma magari succederà. Nel caso noi saremo pronti a farlo. 

Gabriele Lazzarotti: Penso che sia importante lasciare viva una scintilla empatica, che si allarghi a macchia d'olio. Noi siamo amici di tantissimi che hanno posti dove si fa musica, teatri, live club, persone con cui abbiamo condiviso molto. Io credo che da un locale morto ne possa nascere un altro, se quello che c'è sotto è un fuoco che alla prima occasione riesce a divampare di nuovo. L'arte sociale e comunitaria deve restare viva, è una necessità. Io mi auguro la nascita di una nuova rete, non uso scena perché è un termine orrendo, rappresenta una realtà ghettizzante. Mi auspico una rete comunicante e aperta alla contaminazione. Ora più che mai è importante giocare di squadra.

Daniele Silvestri: Uno dei "compiti" che ci siamo dati è quello di intercettare realtà anche distanti, per vedere che succede e per costringere noi stessi a uscire dal seminato, anche perché sono certo che ci siano tante nuove realtà giovani, fresche, ma proprio per quello più a rischio di non riuscire a sbocciare, o di ritrovarsi ingabbiati senza poi saperne uscire, senza riuscire a tirar fuori al meglio la propria identità. Sono certo che incrociare la nostra strada con altre possa dare dei frutti anche in breve tempo. Sarà una parte molto importante di ciò che costruiremo qua. 

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L'articolo Magical Mystery Band: la musica è un foglio bianco da colorare ogni giorno di Martino Petrella è apparso su Rockit.it il 2021-04-06 12:05:00

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