De André, la poesia e l'anticonformismo: vent'anni di “Anime Salve” Rubrica

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19/09/2016 di

Se il tempo si fosse fermato al 15 settembre 1996, il nostro ultimo ricordo sarebbe stato quello della proclamazione d'indipendenza della Padania da parte di Umberto Bossi. Per fortuna, però, il meccano universale è andato avanti, e quattro giorni dopo quell'annuncio Fabrizio De André dava alle stampe il suo ultimo lavoro in studio, "Anime Salve".
Vent'anni fa esatti veniva pubblicato un disco "in direzione ostinata e contraria", un macigno caduto in un mondo ormai proiettato verso strade espressive meno ricercate e tortuose, verso un livellamento culturale da cui si fa fatica a uscire.

Clinton si avvia al suo secondo mandato, diciamo addio a Marcello Mastroianni. Intimismo e consumismo avanzano indomiti, la parte letteraria della canzone si contrae, la sua anima impegnata entra in crisi. È un panorama nebbioso quello in cui De André riesce ad accendere i fari e scavare in tradizioni differenti, lontane e bistrattate, musiche di etnie sconosciute o ignorate. Un'impronta profonda non solo dal punto di vista tematico, sociale e politico, ma anche poetico-linguistico, con quei colori gitani e quegli echi quattrocenteschi che già con "Crêuza de mä" e "Le Nuvole" gli avevano permesso di raggiungere un lirismo difficilmente avvicinabile. Il tempo del simposio è passato, il dissenso si esprime in altri modi. De André trova il suo, si distacca dal mucchio e parte, "in direzione ostinata e contraria", con i compagni a cui da sempre è legato. Fernandinho, i rom, le prostitute, i migranti, le anime salve, etimologicamente spiriti solitari. Le minoranze che, per dirla con Saba, Faber definiva "vittime di questo mondo".

 

Nel 1996 i Marlene Kuntz pubblicano "Il vile", arriva "Il ballo di San Vito" di Capossela, Guccini stampa "D'amore di morte e di altre sciocchezze" (con Cirano, Quattro stracci, Lettera), esce "Prendere e lasciare" di De Gregori, con L'Agnello di Dio e tutte le questioni che si porta appresso, mentre Lucio Dalla pubblica "Canzoni". È l'anno di "La Cura", manifesto scritto da Battiato e Manlio Sgalambro. Ivano Fossati pubblica "Macramè". Sono nate figure adatte alla forma dello spettacolo dal vivo ma minimali nei contenuti: nel 1996 Ligabue è in tour con "Buon compleanno Elvis" (il disco di "Certe notti", "Vivo morto o X", "Hai un momento Dio"), Vasco Rossi pubblica "Nessun pericolo... per te". Sono già nate le icone pop Ramazzotti e Pausini, e mentre emergono Samuele Bersani e Jovanotti debuttano Carmen Consoli e Max Gazzè. Non è l'anno di Fabi, che arriverà nel 1997, ma è quello di "Cohiba", manifesto di Silvestri. È troppo tardi per un disco di Battisti, troppo presto per i Baustelle.

"Anime salve" arriva a sei anni di distanza da "Le Nuvole", a 12 da "Crêuza de mä". Un trittico di riforma testuale e musicale che culmina in quello che è di fatto il testamento di Faber, scritto a quattro mani con Ivano Fossati e insignito della Targa Tenco nel 1997 per il miglior disco dell'anno e la miglior canzone, "Prinçesa". Quelle targhe gliele consegna Fernanda Pivano, amica sincera e studiosa devota, definendolo il miglior poeta italiano dagli anni '50 ad oggi. De André non era un poeta, scriveva canzoni, ma è forse grazie alla sua opera che la canzone oggi ha avvicinato, se non superato, lo statuto estetico e sociologico che la poesia ha mantenuto nei secoli addietro.

Prinçesa.
Ispirata all'omonima autobiografia del viado Fernandinho, brasiliano nato maschio che immagina "tra le gambe una minuscola fica". Un'ouverture a metà tra swing e folk, che narra una storia di margine, proveniente dai confini del mondo, dal lungomare di Bahia. Il transessuale è il primo tipo di anima salva che compare nel disco, principessa libera ma imprigionata in una diatriba sessuale che l'altro non può – non vuole – capire, che costringe a battere le strade "dove le macchine puntano i fari sul palcoscenico della mia vita", o a regalare il cuore a un avvocato di Milano. I personaggi ma anche la musica, da subito protagonista. Non più accompagnamento, ma struttura. Suoni di samba chiudono il brano, con una parte corale che è precipuo segno estetico del disco.

Khorakanè.
L'evocatività corale – una poesia gitana di Giorgio Bezzecchi cantata da Dori Ghezzi – chiude anche "Khorakanè", che racconta le anime ospiti. Un recitativo scandito maniacalmente, come maniacale è l'attenzione alla scelta delle parole: "Saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura". È un focus sul viaggio, che è ragione di se stesso, è un invito a ri-conoscersi nell'altro e nelle sue diverse tradizioni. Diverse, non peggiori o migliori, semplicemente diverse. Non c'è più la ballata dylaniana, c'è il lento walzer coheniano.

Anime salve.
Ovvero elogio della solitudine. "Non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati [...]. Però, sostanzialmente, quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante". Ecco che la musica e le parole si fanno introspezione, forte, profonda. Ri-conoscere se stessi per conoscere gli altri. "Che bell'inganno sei anima mia, e che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia". Solitudine e tempo, esterno e interno, presente e futuro. Una dialettica, quella tra l'uomo e il tempo, che si risolve in un semicantato preciso e lineare, scandito da un ritmo tribale.

Dolcenera.
Ecco un'altra anima salva. È solo l'innamorato non corrisposto, in attesa di una donna che mai arriverà, perché vittima dell'alluvione (quella che colpì Genova nel 1972). Un paradigma amoroso diventa sogno paranoico e ossessivo, ma anche denuncia politica, voce ribelle. Le rime serrate e i versi incalzanti si articolano in una ballata martellante dominata dalle fisarmoniche e in più piani narrativi, funzionali al compimento della metafora: il potere, l'alluvione, la storia d'amore, "come fa questo amore che dall'ansia di perdersi ha avuto in un giorno la certezza di aversi".

Le acciughe fanno il pallone.
È la forma luccicante delle acciughe che cercano di sfuggire ai pesci azzurri, predatori spietati. Il titolo prende ispirazione da un detto dei porti liguri. L'anima salva è il pescatore, la cui iconografia si sviluppa in diverse direzioni, da Hemingway a Visconti. L'estrazione non può che avere una foce idelogica e sociologica: il rapporto di classe, la volontà di sistemazione – "se prendo il pesce d'oro mi sposerò all'altare" – che però si assesta nella riflessione sul proprio status e sullo scorrere del tempo, accompagnata da un brano di piena world-music.

Disamistade.
Da qualche parte, in uno scrigno a Siena, sono nascosti versi del brano appuntati sul retro di "Summa di Maqroll il gabbiere" di Alvero Mutis. La disamistade è l'inimicizia sarda, la faida familiare che ha spesso caratterizzato il Sud postbellico, in balìa di un fortissimo senso dell'onore, del rispetto, dell'orgoglio e della vendetta, che sfocia in "brevi agonie sulla strada di casa" e "scoppi di sangue". Qui la chitarra torna più nitida rispetto alle sorelle del disco: torna un folk per nulla rassicurante per narrare "due famiglie disarmate di sangue" che "si schierano a resa". La storia delle due famiglie si accampa davanti alla chiesa, immobile nell'ostentare un potere sul dolore altrui, che di fatto isola le anime e sospende la storia.

 çumba.
Sulla scia dei due precedenti dischi, De André riprende al genovese per raccontare la quotidiana storia delle "colombe" che volano fuori dalla casa del padre per verso il nido dello sposo. La parte corale assume ancor più rilevanza, accompagnata a sonorità etniche oltre che liguri, e quasi orientali (in formazione i percussionisti Kodò giapponesi). È un'opera di convincimento del pretendente nei confronti del padre, che alla fine concede il permesso, abbattendo così la disamistade: "questa colomba a maggio volerà dalla mia nella vostra casa".

Ho visto Nina volare.
Le anime salve continuano in famiglia con la storia di un giovane costretto a disobbedire al padre perché non sa come svelargli il suo amore per una fanciulla. Fugge di casa ma subito se ne pente, rimanendo solo all'ombra del rimorso, scacciato dalla violenza. L'abbandono si risolve in maturità spirituale e auto-contemplazione. La ballata si bagna di song brasileira – spunto primario è Caetano Veloso – e sussume la metafora dell'esistenza in "mastica e sputa": due sole parole a comporre il ritornello, leitmotiv contadino caro a Fossati e Faber, secondo cui alcune anziane masticavano e sputavano da una parte il miele, dall'altra la cera.

Smisurata preghiera.
Dalle liriche di Mutis – in particolare da "Stele per Arthur Rimbaud", "Gli elementi del disastro", "Trilogia", "Frammento", "Caravanserraglio" – è ripresa l'ultima traccia del disco. È un più o meno consapevole canto del cigno, in cui Faber ribadisce il suo amore per le minoranze e per la loro quieta e "speciale disperazione". La maggioranza è una malattia, una sfortuna, un'anestesia, un'abitudine che guida una colonna di dolore e fumo. L'orchestrazione in chiusa privilegia lo struggente organetto diatonico suonato da Riccardo Tesi. Sono le ultime note di un luccichìo che probabilmente mai più farà capolino nelle nostre vite.

Con un elenco di personaggi variegati e disastrati, De André disegna due rette forse per sempre parallele, tanto care a Baudelaire: la meraviglia dell'umana diversità e un circostante orrido, tendente al raccapriccio. Poesia per musica, non violenza, anticonformismo: nel 1996 usciva un disco "in direzione ostinata e contraria". Nel 1996 usciva un disco sulla libertà.

Tag: Retroterra

Commenti (1)

  • Giorgio Genetelli 19/09/2016 ore 21:37 @giorgiogene

    Noi dobbiamo andare per di là. Lo so che mi stai per dire che gli altri vengono di qua, ma nave-contrarialoro hanno altro da fare che incunearsi in direzione contraria. Noi dobbiamo passare dove sono passati loro, per raccogliere le cose che buttano e per ripiegare le loro onde, così da poter navigare oltre il loro passato sepolto, verso il nostro futuro. Vedrai che all’orizzonte ne appariranno molte di navi umane in massa, ma ben poche saluteranno e ancora meno si fermeranno a scambiare doni. Se andrà bene, una di queste navi si volgerà e seguirà noi con una nuova ebbrezza. E stai attento, che da alcune tenteranno abbordaggi o spianeranno colubrine. Ti ricordi cos’ha detto Luca l’altra sera? Siamo fuori, fuori di testa, fuori tempo, fuori legge, fuori registro. Prendine atto e andiamo.
    Raccogliendo tesori, incrociammo genti, ma nessuno ci superò venendo da dove venivamo noi – che poi non sapevamo nemmeno più da dove fossimo partiti. Conchiglie di parole inutile, relitti di canzoni dimenticate, bottiglie con messaggi in lingue morte, fotografie dilavate di donne e di terre. Il mare tiene tutto, non butta niente; a noi tocca raccogliere, curare e rimettere in sesto, come si fa con i naufraghi.
    Andammo ancora, ammainando le vele solo in terre dimenticate e struggenti, guardando cieli stellati come se fossero nuovi. Più volte ci perforarono la chiglia e ci sbrecciarono gli alberi, ma erano peggio le tempeste, più forti e meno ostili di alcune navi corazzate, o di altre irte di remi manovrati da schiavi.
    Abbiamo una goccia di splendore da custodire, capisci? Per questo ci tocca l’ostinazione in direzione contraria.

    gene


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