Dietro al tour degli Oasis c’è tutto quello che non va nella musica dal vivo oggi

Mentre la gente se la prende con Mengoni per i prezzi della sua residency, non fa una piega per la “feroce lotteria” di Liam e Noel. Che, grazie a una “macchina della FOMO”, ridefinisce il concetto di “grande evento”. Ma tutto questo avrà conseguenze

Chissà se Marco Mengoni aveva messo in preventivo anche questo, quando aveva deciso di chiamare la sua nuova avventura live “Allo sbagliato”. Chissà se immaginava che la sua iniziativa avrebbe generato simili reazioni indignate, un backlash mai sperimentato prima.

La sintesi più estrema. Mengoni ha annunciato una residency al Teatro Principe di Milano – luogo storico per lo sport cittadino, il pugilato in particolare, con varie sortite negli anni in ambito musicale – con 26 date compresse tra il 5 novembre e l’8 dicembre. Le critiche riguardano soprattutto il tema dei prezzi delle serate, che vanno dai 115 ai 230 euro. Alcuni commenti: “Chiunque decida di acquistare il biglietto ha perso completamente il senno. Non è questione di avere o meno quel denaro da buttare via, ma proprio di decenza”. E ancora: “Marco Mengoni ha bisogno di riconnettersi alla realtà perché lo vedo attualmente un po’ confuso sulla situazione del paese. Avvertitelo che manco la benzina la gente riesce a comprare”.

Marco Mengoni - foto di comunicarlo
Marco Mengoni - foto di comunicarlo

Ogni critica è legittima, ci mancherebbe. E Mengoni non si è dato una mano, utilizzando una comunicazione che è parsa altezzosa, come quando ha annunciato che i cellulari saranno “vietati” e che non suonerà le sue hit più famose. L’operazione ricorda quella recente di De Gregori, con il suo Nevergreen Tour, una residency all’Out Off a Milano, un teatro di periferia (o quasi), per suonare solo i pezzi “che non ce l’hanno fatta”. Anche in quel caso, oltre a una serata meravigliosa, ricordo qualche critica serpeggiante sul costo.

In un caso e nell’altro le capisco fino a un certo punto. L’Out Off ha 200 posti a sedere, il Principe poco più di 600 (ma la capienza dipende dagli allestimenti), gli show di grandi artisti hanno produzioni importanti, backline, logistica, musicisti di livello ad accompagnarli. Insomma, vanno mosse delle economie. E se pagano in pochi, devono pagare tanto. Ma possiamo assicurarvi che per quanto i prezzi possano essere alti, il guadagno per gli artisti e i loro team saranno infinitamente inferiori rispetto a un live di grandi dimensioni. Con un impegno, un “ingaggio” infinitamente superiore (un mese del proprio tempo sul palco, più tutte le prove e la preproduzione).

Mengoni, anche qua giocandosela non al meglio comunicativamente, l’ha detta bene: “È come andare al ristorante stellato, c’è un servizio di qualità che ha un costo”. Fa incazzare, e si può certamente decidere di non andarci allo stellato, ma è così. Un evento di questo tipo seleziona il proprio pubblico, anche se non soprattutto su base reddituale. Anche se Mengoni è un personaggio estremamente pop, largo, nazionalpopolare, in questo caso fa un’operazione alta e un po’ d’èlite. Chi non se l’accolla potrà andarlo a vedere al prossimo stadio, sentendolo e vedendolo infinitamente peggio ma con una carica emotiva molto probabilmente superiore.

Diverso è il discorso se da Ronciglione ci spostiamo a Manchester. Già, perché mentre montava (monticchiava, dai) la polemica sui ticket di Mengoni, praticamente tutti i nostri conoscenti stavano trascorrendo il loro sabato incollati a uno schermo, per cercare di comprare i biglietti delle prossime date (a Roma, possibilmente, ma va bene anche Barcellona, Monaco, oppure Knebworth, la parola che abbiamo sentito nominare di più negli ultimi giorni) degli Oasis. Abbiamo raccolto e raccontato qualche storia di come sia andata per il pubblico italiano la “feroce lotteria” dei ticket. A qualcuno bene, a qualcuno meno, anche se la sensazione è che nel complesso chi voleva a tutti i costi portare a casa un biglietto ce l’abbia fatta, soprattutto se aveva una rete di amici invasata come lui (o lei) ad aumentare le chance di successo, considerato il meccanismo dei 4 ticket a persona.

 
 
 
Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da rockit.it (@rockit.it)

Anche qua qualcuno ha alzato il ditino per contestare il prezzo. Liam, che ha una linea comunicativa un filo più efficace di Marco (never explain, never complain, manda spesso affanculo), ha dato dei “piagnucolino” a costoro. Per il live di Roma i prezzi dei ticket vanno da 260 circa a 90 circa. Ma non si trattava di una scelta, per lo meno per i più sfortunati. Che si trovavano attardati in coda (per colpa del fato e non per demeriti) e quando era il loro turno per l’acquisto potevano scegliere solo tra i biglietti più costosi (o quelli con “visibilità limitata”), subendo così il “ricatto morale” di dover comprare lo stesso, nonostante magari la spesa fosse ben superiore a quella preventivata: dopo sei ore di coda, qualunque prezzo può essere affrontato.

Ecco, quello degli Oasis, a differenza della residency di Mengoni, dovrebbe essere un live “popolare”. Sono una delle band pop per eccellenza degli anni ’90 e primi 2000, e si esibiscono in uno stadio da calcio, arena “di popolo” per antonomasia. I concerti negli stadi, come detto, non garantiscono di certo la miglior resa possibile dal vivo, ma portano con sé un carico emotivo enorme, che è la cosa più forte del live stesso.

Sotto al palco, decine di migliaia di persone a cantare, commuoversi, vibrare tutte assieme. È la musica di quando erano giovani, di quando hanno sofferto, si sono innamorati. È una questione personale. Per questo motivo sarebbe bello che ragazzi e ragazze – ormai uomini e donne, teniamo – non fossero visti come migliaia di bancomat umani a cui fare un costante upselling tra pacchetti vip, merch e food e beverage a prezzo esorbitante.

video frame placeholder

Da questo punto di vista la reunion degli Oasis segna un altro punto di non ritorno della macchina dei grandi eventi. Che comportano del rischio d’impresa (non in questo caso), ma hanno anche una marginalità estrema, come confermano tutti i report sul live in Italia e nel mondo. La fabbrica della FOMO che Liam e Noel sono riusciti a costruire annunciando il ritorno dopo anni di assenza e scazzi, il tour internazionale differito da quello casalingo, il meccanismo sadico della lotteria che ha reso “comprare i biglietti del tour degli Oasis esso stesso il tour degli Oasis”. Un’hype ingestibile che ha fatto sì che a lamentarsi del prezzo dei ticket fossero solo, con ogni probabilità, coloro che non hanno mai valutato di comprare il biglietto. Se Esopo fosse nato oggi nelle Midlands ecco che favola scriverebbe. Per tutti gli altri è ok così, troppo importante, quasi doveroso esserci.

Intanto le multinazionali del live continuano ad aggiornare i propri record e magari, dopo il successo di questo tour, andranno in giro a fare ancora un po’ di spesa di venue e servizi fondamentali per la filiera. Così il prossimo tour potrà costare un po’ di più, perché lo “dice il mercato”. Che però nel frattempo non esiste più (e guarda te se dobbiam metterci a difendere la “competizione capitalistica”…). Tutti i soldi, mica pochi, che i nostri amici e amiche avranno messo nel live degli Oasis, come sottolineava l’ex “CEO” di Magnolia Nicholas Tozzo, non andranno in piccoli eventi, festival locali e identitari, live club che provano a resistere con programmazioni coraggiose. Forse in fondo allo Sbagliato ci siamo finiti un po’ tutti, speriamo di accorgercene in tempo.

---
L'articolo Dietro al tour degli Oasis c’è tutto quello che non va nella musica dal vivo oggi di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-09-29 14:12:00

COMMENTI

Aggiungi un commento Cita l'autore avvisami se ci sono nuovi messaggi in questa discussione Invia