“Mi manca il mare” è una frase della canzone Rimbalzo, scritta e prodotta da Edoardo Spinsante, in arte Baltimora. È tratta dal suo disco In Tasca, che abbiamo ascoltato prima di tutti, che ho ascoltato prima di tutti e di cui ora vi parlo, giustamente, dopo tutti.
Chi legge quanto segue probabilmenteha intercettato l’intervista di un paio di mesi fa. Titolo giusto, post Instagram giusto, molto violento, crudele. Per chi esce da un talent show, parlare di un talent show è una strategia di comunicazione sbagliata, spesso da disperati. Aggrapparsi al ricordo di quel momento non è mai utile e, alle volte, cercare di nasconderlo risulta ancora più strano. Edoardo Spinsante è entrato a X Factor con il nome di Plugsaints, ne è uscito come Baltimora. Succede, capita, è un percorso. Ha vinto. Questo è. Non si può cambiare la biografia di una persona, ma ci sono tante altre cose che bisogna cercare di raccontare.
L’ambiente musicale è fatto di ambizioni e grandissime illusioni. Le vive chiunque: dal cantante con i dischi di platino attaccati al cesso al debuttante nella provincia più wild del mondo, che sta per cliccare il tasto "condividi" per pubblicare la propria musica. È qualcosa che rende tutti legati. I mezzi, la comunicazione, le opportunità sono spesso un contorno. Qui si parla di saper lavorare sulle proprie ambizioni e fare i conti con le proprie illusioni.
Non ci sono complotti, né teorie assurde sul fatto che qualcosa funzioni perché deve funzionare e qualcos’altro no perché non deve funzionare. La musica intercetta delle persone. Se queste vengono prese dall’ascolto, bene. Si può costruire.
Ma la propria ambizione dov’è?

Edoardo ha vissuto a Milano per tanti anni. Ha fatto tutto quello che fanno tutti: strette di mano, parole, discussioni. Si è illuso e, a un certo punto, le sue ambizioni rasentavano lo zero. Ci vuole equilibrio, ma trovarlo non è semplice.
Nella sua vita sono successe tante cose personali, poi il distacco definitivo. Ha scritto il disco ed è tornato a casa sua, ad Ancona. “Il mare che tu non mi puoi dare”, dice sempre in Rimbalzo, una delle dieci canzoni del disco. C’è stato il primo fortunato singolo, Dove andare, poi uno splendido e sorprendente featuring con Emma Nolde in Maltempo. Ora l’album sta facendo il suo corso ed Edoardo suona davanti a 10, 100 o, se fortunato, 1.000 persone. A 24 anni mi ha detto che oggi “è felice”, aggiungendo: “Soprattutto di essere a casa”.
La mamma è sempre al suo fianco e lo sprona nella sua Ancona. C’è l’ambizione di diventare un grande giocatore di tennis e quella di essere tornato a studiare, anche se, dopo il disco, “è difficile starci dietro”.
Ancona è una città inesplorata. È una città di porto, sì, ma con il porto in centro e spiagge bellissime a pochi chilometri. È la città dove, quando cala il buio, ti puoi rifugiare nelle grotte perché, alla fine, è una specie di promontorio. È anche la città dove non si sa bene dove ascoltare musica dal vivo, ma dove le persone si organizzano per scriverla e “toccare l’acqua”, come dice Edoardo.
In Tasca è un disco pop, elegante e raffinato, tutto suonato con strumenti veri, anche dal vivo. Baltimora è un piccolo direttore artistico della musica di Edoardo. I due si trovano spesso, ovviamente, anche perché sono la stessa persona, ma chissà che il valore aggiunto non possa arrivare anche da qualcun altro. Una volta un mio amico mi disse che bisogna sempre capire dove sta l’equilibrio e dove il bilico quando si fa una cosa. Capire quando ciò che ricerchiamo in maniera così ossessiva, investendoci tutte le nostre energie, trova una sua sintesi e quindi un suo equilibrio, e quando invece il risultato diventa troppo sbilanciato e precario senza che ce ne rendiamo conto.
Scrivere musica e produrla, tutta da solo, sarà sempre un vantaggio per il proprio "dono" oppure, alle volte, può diventare una condanna?

“Voglio scrivere le mie cose e non pensare al resto”, mi dice. Perché, alle volte, essere il curatore di sé stessi nella musica ti sottrae energie e attenzione a tanti piccoli dettagli della scrittura delle canzoni.
C’è Alberto, la sua figura protettiva, una specie di manager che è anche uno dei suoi migliori amici di Ancona. È un mezzo genio e lavora a Parigi facendo cose serie. Si sentono tutti i giorni, parlano di musica, discutono delle loro ambizioni, crescono insieme. È bello, anzi, spesso è necessario per restare a galla in un’industria che ti mangia dentro e ti fa sparire.
“Non mi riconosco, voglio l’impossibile”, scrive nel brano Il mondo che vorrei, e capiamo quanto illudersi sia una condanna che, qui, purtroppo non lascia ostaggi. Tornato alle origini, Edoardo ha fatto prima di tutto pace con il suo territorio, imparando ad apprezzare quello che, come tutti, inizi a comprendere troppo tardi, quando il tempo ormai è passato.
Ha liberato tutto con questo disco, che a me è piaciuto: domande, paranoie, illusioni, sconfitte e vittorie. Tutto fuori in un album di dieci canzoni, come scritto in precedenza. Non una di più, non una di meno. Un percorso standard, fatto di singoli, video e adesso concerti. Con una squadra che lavora come una piccola boutique sartoriale cucita addosso al progetto, ma senza chissà quale apparato di persone al suo fianco. Amici, amici di amici e persone che ci hanno creduto quando ormai non ci credeva più nessuno.
In attesa di ascoltare nuove cose prima degli altri, per poi parlarne dopo, ora la domanda è tutta per lui: riuscirai a fare pace con Baltimora?
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L'articolo Il disco che Baltimora doveva scrivere per tornare a casa di Teo Filippo Cremonini è apparso su Rockit.it il 2026-07-07 15:47:00

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