Fazioli: storia dell'ingegnere che voleva costruire la musica

Nel 1980 Paolo Fazioli ha una visione: unire artigianato e meccanica per realizzare il pianoforte a coda perfetto. Siamo andati a Sacile, in Friuli, dove 40 anni dopo vengono realizzati strumenti tra i più pregiati al mondo, amati dai grandi della classica e del jazz come da Nick Cave

© Tutte le foto per gentile concessione di Fazioli, salvo dove diversamente indicato
© Tutte le foto per gentile concessione di Fazioli, salvo dove diversamente indicato

"La nostra nascita nel settore dei pianoforti fu un po’ anomala. Arrivammo con una visione nuova, per giunta dall’Italia e con un nome italiano. Non era mai accaduto prima e non è più accaduto dopo". Paolo Fazioli fa una pausa. Siamo nella sala riunioni di uno stabilimento sul quale è scritto il suo cognome, a Sacile, provincia di Pordenone: è qui che, da quarant’anni a questa parte, prendono vita i pianoforti immaginati nel 1980 dall’ingegnere e pianista romano, oggi ritenuti fra i più pregiati ed esclusivi al mondo e la cui altissima qualità costruttiva, insieme alla produzione limitata a pochissimi esemplari l’anno, ha reso il nome Fazioli sinonimo di eccellenza italiana nel mondo, valendo al suo fondatore l'appellativo di "Stradivari dei pianoforti".

(Paolo Fazioli. Foto di Giulia Callino)

Per ripercorrere la storia dell'azienda, chiedo all'ingegner Fazioli il suo ricordo della prima lezione di piano: “Era il 1955. Mio padre aveva uno stabilimento di mobili a Forte Bravetta, nella periferia di Roma. Mia madre era venuta a mancare quando avevo nove anni. Io ero l’ultimo di sei fratelli maschi: ero un bambino assai vivace, così venni mandato a lezione di pianoforte in una piccola scuola di musica del mio quartiere”.

La prima lezione del futuro pianista si svolge in una grande villa circondata da un parco, abitata dalle tre anziane figlie di un ammiraglio morto durante la guerra: “La mia insegnante aveva ottant’anni, era nata nel 1875. Credo di essere stato il suo ultimo allievo. Era stata una eccezionale pianista, allieva di Giovanni Sgambati, a sua volta allievo di Liszt. Quando entrai lì per la prima volta, ebbi subito una fascinazione: il pianoforte era un monumento, uno strumento grandissimo, da cui uscivano suoni meravigliosi. La mia insegnante mi suonò un pezzo di Chopin. Da lì, cominciai a studiare”.

(Foto di Giulia Callino)

Uno studio che prosegue dividendosi fra il pianoforte, in cui si diploma al conservatorio di Pesaro con il Maestro Sergio Cafaro, e Ingegneria Meccanica all’Università di Roma: “A 26 anni mi laureai, a 27 mi diplomai. A 28 la mia famiglia volle che entrassi in azienda”. Quella a cui si riferisce è la MIM, Mobili Italiani Moderni, azienda di mobili di alta gamma, fondata dai fratelli Fazioli nel ‘57 sulla scia del piccolo mobilificio di famiglia e poi espansasi a Settimo Torinese e a Sacile, in Friuli.

Nel ’76, dopo alcuni incarichi tecnici, Fazioli diventa direttore dello stabilimento MIM di Settimo Torinese: “Fu allora che iniziai a pensare a impiantare un piccolo reparto di costruzione di pianoforti in uno degli stabilimenti. Essendo sia ingegnere che pianista, il pallino ce l’avevo sempre. Mi ero reso conto che si era ormai stabilita una rigida gerarchia dei produttori, ma io non trovavo che gli strumenti fossero costruiti bene e non ero soddisfatto del suono. Ero convinto che, con alcune importanti variazioni, fosse possibile realizzare un pianoforte di eccellenza. Mettendo in discussione tutto quello che era stato fatto fino a quel momento”.

Alla fine degli anni ’70, per avviare le attività di progettazione del primo pianoforte Paolo Fazioli sceglie lo stabilimento di mobili in legno di Sacile, di cui occupa una piccola area. Una fotografia del 1979, scattata durante una registrazione per analizzare i suoni del prototipo costruito dopo vari esperimenti, modifiche e ricombinazioni, mostra il gruppo di esperti riunito dall’ingegnere nell’angolo di fabbrica a sua disposizione: oltre a Paolo Fazioli, il fisico acustico e suonatore di corno Pietro Righini e il costruttore milanese di pianoforti Lino Tiveron, parte della squadra di ricerca insieme al tecnologo del legno Guglielmo Giordano e al fratello Virgilio Fazioli.

(Paolo Fazioli, Lino Tiveron e Pietro Righini durante i primi studi)

"Immaginavo un pianoforte con un suono chiaro, tipicamente italiano. Che rappresentasse il nostro bel canto, il nostro modo di parlare” prosegue Fazioli. Un’idea a cui punterà attraverso la ridiscussione dell’intero paradigma di produzione degli strumenti: da fabbrica ad accademia della costruzione del pianoforte, basata non sulla replica industriale del medesimo prototipo, ma sulla lavorazione artigianale di ogni elemento, realizzata soprattutto a mano e sostenuta da una continua ricerca.

A partire dalla tavola armonica, per la quale, per la prima volta nella storia del piano, viene scelto l’abete rosso della Val di Fiemme, lo stesso utilizzato per i violini Stradivari. Una visione tradotta in una produzione limitatissima di 140 pianoforti l’anno, tutti pezzi unici, che avvicina l’azienda a una liuteria e la allontana dalle modalità operative dei suoi concorrenti del tempo – gli stessi di oggi, prima tra tutti il colosso Steinway & Sons rispetto al quale nel 2016 l’ingegnere dichiarerà: "Ho sempre vissuto e lavorato come se non esistessero".

Il primo pianoforte, un mezzacoda F183, è ultimatato nel 1981 e presentato alla Frankfurt Musikmesse quello stesso anno: "Fu anche quello in cui venne suonato per la prima volta: avvenne nell’ambito di una piccola rassegna qui a Sacile, durante il concerto del Duo Stefanato-Barton. Qualcuno consigliò di noleggiare il nostro pianoforte, ma la pianista si rifiutò di prenderci in considerazione. Era un mercato difficile, dove lo scetticismo imperava. A insistere fu il sindaco, che seguiva le nostre attività: alla fine, la pianista venne in fabbrica, si mise in un angolino e cominciò a provarlo. Lo provò, lo riprovò, lo provò ancora. E alla fine decise, lo uso. E così l’avventura cominciò”.

(Sacile, 1999. Sullo sfondo, l'inizio dei lavori per l'ingrandimento degli stabilimenti)

Da quell’episodio, sono passati quarant’anni: oggi, il nome Fazioli potrebbe essere letto in lettere dorate sui pianoforti del Teatro La Fenice, del Conservatorio di Parigi, del Beijing Grand Theatre o della Juilliard School di New York. “Per noi, è un po’ come se ogni pianoforte fosse un figlio. A volte, ci ricordiamo anche i numeri di matricola”, racconta Luca Fazioli, figlio dell’ingegnere e project manager in azienda. Alle sue spalle, attraverso il corridoio che conduce all’interno dell’area produttiva, poster autografati ripercorrono i concerti ospitati nella Fazioli Concert Hall, la sala da concerto ad acustica variabile creata accanto alla fabbrica nel 2004: da Aldo Ciccolini, primo a portare un Fazioli al Teatro alla Scala nel 1985, a Angela Hewitt, Danilo Rea e Brad Mehldau.

(La Fazioli Concert Hall a Sacile)

A esibirsi con un pianoforte Fazioli sono Nikita Magaloff, Annie Fischer, Martha Argerich, Vladimir Ashkenazy, più recentemente Nick Cave nel concerto solista all’Alexandra Palace di Londra. Ancora: il 10 febbraio 2008 a Los Angeles, sul palco dei Grammy Awards, accanto allo Steinway suonato dal pianista cinese Lang Lang attende un Fazioli – l’unico pianoforte che Herbie Hancock, premiato in quell'occasione per il miglior disco dell’anno, fosse disposto a suonare, dopo averlo scoperto a Umbria Jazz.

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(Herbie Hancock e Lang Lang ai Classical Brit Awards 2009 alla Royal Albert Hall)

A suggerire l’arrivo nel reparto falegnameria è il profumo del legno delle cartelle in acero canadese e mogano africano, che diventeranno le fasce laterali del piano. È il punto di inizio della costruzione, che da qui, in un ambiente mantenuto a temperatura e umidità costanti e alimentato per un terzo a energia solare, durerà almeno due anni per strumento, passando sotto le mani di cinquanta tecnici specializzati che ne cureranno ogni elemento, dalla formatura all’accordatura finale.

All’interno di una stanza di essicazione, stanno riposando le tavole armoniche: “Rimarranno lì per un anno e mezzo. Per i ritmi di qualsiasi altro costruttore di pianoforti, sarebbero tempistiche impensabili. Ma il legno non è un materiale fatto per essere piegato: per raggiungere la stabilità, non si può scendere a compromessi con il tempo”. La voce di Luca Fazioli viene coperta dal ronzio di una levigatrice. “Quando superi una certa produzione, va da sé che devi accettare l’errore. Per questo noi non potremo mai andare oltre una certa soglia di pianoforti all'anno: ci siamo guadagnati un nome, perché ogni pianoforte deve essere perfetto. E proprio perché il nome su quegli strumenti è il nostro, credo che siamo ancora più critici”.

Dietro di lui, un operatore sta misurando con grande concentrazione la curvatura ideale per le spine di legno a sostegno di una ghisa, il telaio interno dello strumento. Oltre un vetro, un altro sta ricoprendo di rame una corda in acciaio armonico: “Mio padre”, riprende, “ha sempre cercato di quantificare, di essere matematicamente sicuro che ogni fase potesse essere realizzata e poi controllata”.

Aspetto particolarmente evidente nell’area delle meccaniche, “prima misurate e pesate, poi montate, smontate e rimontate tre volte, per verificare che tutto risponda ai nostri canoni”, dal gruppo tastiera ai feltri delle testine dei martelli. Alcune notti, da questa ala dello stabilimento si potrebbero sentire scale cromatiche ripetersi incessanti per ore, una macchina a colpire settemila volte ognuno degli ottantotto tasti bianchi e neri per il delicato rodaggio finale.

"Caro Paolo, ogni giorno mi siedo al mio Fazioli 183 e scopro nuovi mondi di colori, entusiasmanti possibilità, infinite sorprese”. Sono le parole che il pianista russo Nikolai Demidenko ha inviato all’ingegnere dopo l’acquisto di un suo pianoforte: di questo, come di tutti quelli che hanno lasciato e lasceranno lo stabilimento, alcune note campione sono state registrate e analizzate in una camera anecoica, per misurarne curva acustica e decadimento, in un archivio virtuale di impulsi sonori che costituisce un racconto parallelo, in continua evoluzione, della visione dell’ingegnere.

Qualche anno fa, interpellato in merito al pianoforte che non aveva ancora creato, Paolo Fazioli immaginava uno strumento simile a un interruttore della luce, capace di lasciar camminare il suono senza mai fermarsi, senza limiti di dinamica, dando risposta a impulsi infinitamente piccoli e ricchi di colore. Ma riconosceva anche la dimensione incessante della sua ricerca per arrivare a crearlo, la sua tensione a una perfezione continuamente perfettibile. Doveva averla già in mente mentre vedeva comporsi giorno dopo giorno il pianoforte che ho davanti, che l'ingegnere ha riacquistato qualche anno fa dal suo primo proprietario e poi esposto nello showroom aziendale, accanto a quelli in vendita. Non è mai stato restaurato. La matricola interna ne ricorda data di produzione e numero – luglio 1980, 001.

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L'articolo Fazioli: storia dell'ingegnere che voleva costruire la musica di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2020-11-13 10:44:00

COMMENTI (2)

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  • giuseppe.zilli 8 mesi Rispondi

    Incredibile storia di un imprenditore italiano ,un'eccellenza tutta italiana senza pari nel mondo! Questa è l'Italia !!!!!

  • EleuteriovonNestor 10 mesi Rispondi

    Fantastico!