Anche Califano ha pianto per amore: tutti i “no” delle sue donne raccontati in cinque brani

Tutte le storie di sesso, di amore e di delusione di Franco CalifanoTutte le storie di sesso, di amore e di delusione di Franco Califano
14/09/2015 di

Le imprese erotiche di Franco Califano sono delle vere e proprie leggende (metropolitane) della musica italiana, imprese che spesso precedevano la sua musica: si sa che Califano ebbe la sua prima esperienza sessuale a 13 anni con la madre vedova di un suo compagno di scuola che, mentre i due ragazzini facevano i compiti, gli si piantava dietro, provocandolo, respirandogli sul collo, facendogli sentire il profumo, facendogli intuire quello che sarebbe potuto succedere se, scaltro, avesse colto la situazione favorevole. Una donna insaziabile, a detta di Califano, che lo induceva a marinare la scuola per istruirlo in quell’arte che poi sarebbe diventata la sua. E non stiamo certo parlando del bel canto all’italiana.

A 16 anni Califano per la prima volta entrò in un bordello, ma –raccontava spavaldo- le donne che ci lavoravano non solo lo baciavano in bocca (privilegio più unico che raro), ma alla fine non lo facevano neanche pagare. Si raccontava sempre così, sbruffone, un po’ perché queste storie probabilmente erano vere e un po’ perché in quella maschera da duro, da uomo vissuto –anzi, che viveva- si trovava talmente bene, protetto forse, che in pubblico era raro la levasse. Non era un Pippo Baudo qualsiasi lui, il personaggio televisivo che, democratico e cristiano, rasserenava e rassicurava la casalinga il sabato sera sul divano accanto al marito. Lui era, e voleva essere, il personaggio che doveva farla bagnare quella casalinga, che doveva farla litigare col marito geloso, che la doveva conquistare in quei dieci minuti sullo schermo, coi modi di fare, prima ancora che con le parole, prima ancora che con la musica. Aho! Lui era Califano, mica Pippo Baudo.

Ed, anzi, diceva di sé di essere stato Califano prima di essere Califano: “Quando non ero famoso, con le donne ci davo già da tutte le parti. Intanto, ero bello da far rabbrividire. E poi, ci sapevo fare come pochi. Io so quanto è importante la passione, so che richiede applicazione e io, modestamente, mi applico. Se vado a letto con una donna, lascio il segno. Mi sono fatto la fama di amatore andando con donne bellissime e facendo quello che dovevo fare. A Roma si dice: “Fatti il nome e fregatene” e io così ho fatto.”

(Franco Califano e Mita Medici)

Da ragazzo, negli anni della Dolce Vita, giocando a fare il playboy, quando vedeva una bella donna al volante di una macchina, magari ferma al semaforo, ci si buttava dentro, strafottente e sicuro dei suoi mezzi: “ero bello e me lo potevo permettere.” Poco più in là, quasi trentenne, si prostituì per problemi economici, ma –diceva- sceglieva solo donne ricche che, in cambio di sesso, lo ospitavano nelle loro villone, con maggiordomo e colazione in camera. In quel periodo, sempre secondo la leggenda da lui stesso alimentata, arrivava ad avere tre incontri professionali al giorno.

Poi arrivò la fama prima come autore di testi e poi come cantante, e, tra gli anni '60 ed i '70, ebbe storie con alcune delle più belle donne dell’epoca, da Mita Medici a Dominique Boschero, da Patrizia de Blanck a Marina Occhiena, da Vanessa Heffer a Eva Grimaldi. E tante, tantissime altre, per un totale -conti matematici che fece lui stesso durante una conferenza all’Università di Roma Tre nel 2009- di circa 1700 donne, calcolando una media di tre al mese dai tredici anni in poi.
“Mi hanno perseguitato. Venivano di notte sotto casa, lasciavano marito e figli. Dopo 15 anni che c’eravamo lasciati, ancora telefonavano. Un inferno!” Povero Franco. “Mi svegliavo con una cameriera, passavo il pomeriggio con una diva e facevo notte con una ballerina. Ma non facevo male a nessuna, non me le andavo a cercare: mi sbattevano addosso. Ero bello come il sole, scapolo, non le illudevo.” (via)
Ma non erano solo le donne che gli si gettavano sopra, era anche lui che, se ne aveva voglia, scendeva in campo a conquistarle, come cantava in “La Mia Libertà”, uno dei suoi brani più emblematici: “se voglio un corpo e un po’ d’affetto, faccio un giro e cerco un letto e una donna che ci sta”. Tra i suoi trofei, in qualche intervista, ha anche elencato una suora, che poi per il rimorso si rifugiò in clausura, ed una sposa il giorno del matrimonio, nel romanticissimo bagno dell’albergo, con ancora addosso l’abito bianco.

Lui era Califano, ‘n bastardo venuto dar sud, citando il titolo del suo primo album, e se lo poteva permettere perché, come cantava, l’unica cosa che conta “è la pelle, altro che cuore, luna e stelle”.

Ma oggi che è il suo compleanno, oggi che Franco avrebbe compiuto 77 anni, vogliamo comportarci come i migliori amici, quelli che ti vogliono più bene di tutti e perciò possono permettersi di sputtanarti in pubblico: vogliamo raccontare anche le sue disavventure, di quando ha sofferto per le donne, quando si aspettava che si sarebbero buttate tra le braccia, o tra le gambe, ed invece lo hanno ignorato, rifiutato o abbandonato.

 

Io me ‘mbriaco

Ebbene sì, anche Califano è stato lasciato dalle ragazze. E quando è stato lasciato, cosa ha fatto? Ha dimostrato strafottenza e spavalderia? No, si è ubriacato per dimenticare, come se non fosse stato quel belloccio calamita per le belle donne che ha sempre detto di esser stato. Il suo cuore, confessa, sta per cedere al dolore, e noi ce lo immaginiamo seduto, pesante, al bancone, barba incolta di tre giorni, mani nei capelli unti, mentre in sottofondo risuona, tristissimo, il violino che introduce questo quasi walzer. 

Che faccio 

Stavolta è lui che lascia lei. Anzi, la manda via. Molto elegante. Califano aveva bisogno di un po’ di libertà. Ma dopo poco che ha sbattuto la povera ragazza fuori di casa, guardandosi negli occhi allo specchio si chiede: “Ah cretino, lei ‘ndo sta?”. Disperato, quindi, non può far altro che cercare di recuperare all’imperdonabile “colpo de pazzia”, anche se lei, a quanto sembra, non ne vuole sapere.

Ma che serata è  

In questo brano, una ragazza gli ha addirittura dato buca: dovevano andare ad una festa insieme, lui già prefigurava i balli e le bevute e la nottata intera, ed invece si trova solo, seduto in disparte mentre tutti baccagliano e ogni tanto fingono di interessarsi alla sua amarezza, finché –“stasera l'allegria po da' fastidio solo a me”- decide di alzarsi e tornare a casa a piedi, con la coda tra le gambe. Depressione a palla, rafforzata dall’immagine di lui che, trovando un gattino in strada, lo prende in braccio e lo porta con sé. Lacrimuccia di commozione per la scena.

È la malinconia 

In questa canzone Califano è solo in casa, figuriamocelo stravaccato sul divano in canottiera e mutande: non spolvera più chissà da quanti giorni, non imbraccia la chitarra da tempo talmente immemore che le corde sono state erose dalla ruggine, in casa si muore di freddo perché da quando non c’è più lei non ha neanche la forza di accendere il camino. E cosa fa, il nostro eroe? Non si metterà anche a piangere, abbattuto a tal punto da abbrutirsi con pensieri sulla vecchiaia e sulla morte? Proprio così. 

Un uomo da buttare via 

Atmosfera del brano seriosa, quasi lugubre, voce rauca e tremante, più del solito, che deve trattenere per non sciogliersi in un pianto. Lei se n’è andata e lui sta lì, solo, nulla ha più valore ai suoi occhi, neppure la sua stessa poesia, neppure la sua stessa musica, neppure la libertà che ora ha riacquisito. Nientemeno! Implora la sua ex di non andarsene. Addirittura cerca di essere gentile e bendisposto. Ma nulla. Un uomo da buttare via.

Tag: Retroterra

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