Gianluca Grignani: “L’unico posto dove mi sento a casa è il palco”

50 anni e un nuovo singolo: “A Long Goodbye”. Abbiamo incontrato l’ultima rockstar italiana per capire dove era stato e dove vuole andare, cosa significhi maturare più come musicista che come uomo e perché la libertà sia anzitutto uno stato della mente

Gianluca Grignani sul set del suo ultimo video
Gianluca Grignani sul set del suo ultimo video

Gianluca Grignani è tornato sulle scene con il singolo A Long Goodbye (Falco a metà/Sony Music Italia) accompagnato da un video che è una vera e propria celebrazione visiva dell’artista, capace d’esprimere in immagini e parole ciò che è: essere umano e artista rock.

Sulla scena del video girato in un atelier, un cuore pulsante simboleggia il rocker artista e uomo capace di trasmettere con le proprie canzoni, grinta e determinazione, potenza e coraggio, ma senza mai nascondere la sua fragile natura di essere umano. Questa è la nostra intervista.

 


A Long Goodbye è un brano molto particolare, fuori dai canoni, quasi diviso in tre atti. Com'è nata questa canzone?

Le canzoni hanno una loro natura, anche il modo in cui le scrivi e le arrangi danno loro forme diverse. Questo arrangiamento aveva bisogno di essere fuori dai canoni pur mantenendo un'idea che ti colpisca, che colpisca l'ascoltatore; quando sei fuori dai canoni la tua musica alla fine arriva anche a un ascoltatore che non è abituato a sentire quei ritmi, e questo mi serviva. L'arrangiamento di A Long Goodbye è la conseguenza di quello che è la canzone in sé, una canzone comunque ruvida, agrodolce, quindi la musica non poteva che essere simile. 

Il testo parla di un distacco da qualcuno o da una situazione, una canzone sofferta dove canti nella prima parte in italiano e alla fine in inglese. È una scelta ragionata? 

Il testo è un testo amaro, sul finale la lingua inglese mi è spuntata fuori così e abbiamo pensato di mantenerla, in realtà ripeto esattamente quel che dico prima, in un'altra lingua e in un altro modo. Hai presente il vetro di Murano, quando ci soffi dentro per farlo diventare una bottiglia per esempio? Con la musica è lo stesso, tu soffi dentro quel pezzo di vetro caldo e tutto prende forma; questa è la sensazione che ho quando scrivo una canzone. Sicuramente l'inizio è stato scritto di getto, ma poi dovevo trovare una pace con me stesso, o meglio, dovevo capire un po' me stesso, quindi se vuoi dalla prima fino alla seconda strofa è nata di getto, dopo di che ci ho lavorato molto ed è nato tutto il resto.

Questo singolo è anche il frutto di un percorso, di uno attento studio sui tuoi dischi passati che stai facendo proprio per il tuo nuovo progetto. Cosa ci stai preparando?

Sono tre dischi, quello che deve arrivare, il primo è un concept che ho già scritto tempo fa, ma che è influenzato da quello che ho intorno adesso; l'arrangiamento, la musica è molto influenzata dal tempo che vivo, storico, metereologico anche per assurdo, il tempo in cui viviamo, la guerra, tutto. Mentre i brani in sé sono già nati e sono là, figli di alcuni momenti della mia vita. Ho già detto che questo disco inizierà con un brano che si chiama Esaurimento Nervoso seguito da Maledetto Psicofarmaco: già i titoli danno un'idea, sono molto forti, però sono amabili, non so come spiegarti. 

C'è Battisti dentro per assurdo, quello di Innocenti Evasioni, l'ho sempre in testa non so perché, mi piacciono quei suoni lì, funky, mediterranei e il mio disco è questa cosa, però contaminata con il rock. Io devo produrre e filtrare tutto tramite il rock, tutto quello che è funky e mediterraneo lo trasformo in rock, e per me è un valore aggiunto. Perché riesco a traghettarmi a livello internazionale in maniera più limpida, non sono legato solo all'Italia pur mantenendo le mie radici salde. Un po' di blues, ma mediterraneo, come faceva Pino Daniele, se ascolti Napule è io ci ritrovo Rain Song dei Led Zeppelin. Avere un linguaggio è importante per me, io più che per i Beatles, che adoro, sono per i Rolling Stones, ho bisogno di un linguaggio e di un certo tipo di suono e di arrangiamento che sono solo miei, sempre diversi, ma sempre frutto della stessa mentalità. Oggi ho 50 anni, una certa esperienza, ho una visione più globale, sono maturo come musicista, magari non come persona, ma di certo lo sono come musicista.

Il tuo momento di studio, questo tuo guardarti indietro, quasi a fare anche un bilancio, coincide con i tuoi cinquant'anni. Non è un caso, vero?

Certo che non è un caso e ti svelo una cosa, il mio live partirà con un incipit di un mio monologo di qualche anno fa a un concerto, quando, in un momento di difficoltà tra me e la musica mi capitava di fare monologhi più per me che per il pubblico e insomma in uno di questi monologhi spiego cos'è il rock secondo me. Quindi il live inizia così, come da un punto zero. Rivedere quei concerti è stato anche un modo per andare indietro nel tempo e rendermi conto che quello che dicevo anni fa è molto simile a quello che dico adesso, solo che adesso sono più consapevole, sono molto maturo, sono pronto per essere esattamente dove dovevo essere. È difficile per un artista dare una spiegazione logica a qualcosa che in realtà è molto esistenziale, spirituale.

Ci sono dei dischi sui quali ti sei soffermato di più in questa autoanalisi?

Alcuni dei miei dischi io li adoro, altri invece non sono all'altezza del mio modo di lavorare, non ti voglio dire quali. Quello che vorrò fare è prendere i miei dischi e metterli tutti in una versione acustica per mettermi in pari con me stesso. Voglio pareggiare alcune cose in acustica o piano e voce che non piacevano a me. Poi dischi come La Fabbrica di Plastica (ne avevamo parlato insieme qui), Destinazione Paradiso per me sono intoccabili, anche l'ultimo disco che sto facendo lo sarà, o brani come Il re del niente; però ci sono alcuni dischi in cui non sono stato leggero, libero come avrei voluto, e quindi ora voglio dare una versione reale di quei dischi; se qualcuno vorrà conoscere la mia musica potrà iniziare da lì. Sono tanti brani, sarà un bel lavoro.

Hai citato due tra i tuoi dischi più belli e importanti anche per quello che hanno rappresentato per la musica italiana nel momento in cui sono usciti. Anche questo progetto avrà la stessa potenza innovativa? 

Certi dischi nascono perché non esistevano e come dire, devono esistere, La Fabbrica di Plastica è un miracolo, l'ha capito più la gente di me, è un miracolo che la gente l'abbia portato così fino ad oggi; era contro le aspettative, contro ogni schema, contro ogni possibile tendenza e a distanza di anni sta dimostrando ancora il disco che è e che era all'epoca e resta un disco incredibile. La fatica che sto facendo ora, fatica insomma, chiamiamolo ritiro, di questi anni si sentirà nei prossimi dischi. Già si sente, A Long Goodbye è un brano che lascerà qualcosa, avrà un peso, perché distrugge certi meccanismi pur arrivando alla gente, e funziona moltissimo. La musica sta cambiando, io penso di aver intuito delle cose che ancora non hanno la concretezza che devono avere.

Nei tuoi dischi e nelle tue canzoni ci sono temi ricorrenti, immagini che ormai sono proprio tue: le ali, il volare via, treni per Marte, falchi, destinazioni, partenze. Anche in questo ultimo singolo parli di ali, questa esigenza di libertà è sempre forte. Dove vuoi volare ancora?

Sarà che sono anche molto biblico, sono figlio del cattolicesimo anche io alla fine: Destinazione Paradiso, le ali, gli angeli, mi colpiscono, sono immagini iconiche. È il mio modo di far capire al pubblico una sensazione con una immagine forte. Tutti noi sogniamo di volare, ma non lo possiamo fare, chi non ha sognato di essere libero, di volare, tutti lo fanno o lo hanno fatto, diventa una sensazione, anche mentale, che tutti abbiamo provato. Ecco perché forse Destinazione Paradiso ha colpito tanto, perché porta dentro un'esigenza che abbiamo tutti.

Quindi ora ti senti libero di volare? Non più falco solo a metà?

La mia libertà non è condizionabile, si muove attraverso l'età che ho e quello che mi succede, così come per me anche per gli altri, la libertà è uno stato mentale. Gaber diceva che non è facile essere liberi, la libertà condiziona la vita di una persona, la libertà è fatica, perché sei diverso dagli altri, la libertà incondizionata che uno sente dentro è tosta, può far paura. Molte persone appunto sognano di essere libere, di volare. Anche io non lo posso fare ma è come se lo facessi. A volte volo anche per gli altri.

Nel video c'è una ragazzina che realizza una figura che ti rappresenta in una nuova forma di te stesso che evidentemente nasce da un lungo addio, da un distacco. E sulla scena sempre presente, un grosso cuore pulsante. Da dove nasce questa idea?

Concept, regia e direzione artistica del video sono di una grande artista, Isabella Noseda, che mi ha capito al volo; è un lavoro realizzato interamente da grandi artisti, Sandro Magliano direttore della fotografia e Alessando Di Cola, per le scenografie, tant'è che lavoreranno anche all'allestimento scenografico del live. Io mi sono solo seduto in questo atelier e poi hanno fatto tutto loro. Io so cosa voglio e questi artisti e professionisti hanno capito al volo e il video è veramente un bel video, che ha tradotto perfettamente me stesso in immagini. Racconta di cose interne alla mia persona, scava dentro la mia parte più esistenziale. Sara, la ragazzina, è magnifica, e non ti dico cosa rappresenta, lo deciderà il pubblico. Hai presente il video dei Nirvana Heart Shaped Box? Ecco, secondo me offre quel tipo di sensazioni.


Hai voglia di tornare in concerto?

Io non ho casa, dove vivo è lo studio, casa mia è uno studio gigante, ma l'unico posto dove mi sento a casa è il palco e non è una cosa ovvia. Io mi mi sento nudo sul palco e mi va bene stare nudo sul palco. È incredibile. È l'unico posto dove io mi sento a casa. Perché ci sono due modi per salire sul palco: uno non avere nient'altro, sono un artista e il palco è una salvezza, una via di sfogo, e l'altro è dedicare tutto quello che hai alla musica; io non scappo, non sto sul palco per scappare dalla mia realtà, il palco è la conseguenza della mia realtà. La mia realtà è diventata solo musica, la mia vita è questo adesso, solo questo, adesso dovrei forse tornare ad avere una vita sociale, (ride) ho esagerato nel ritiro. Ma non è scappare, il palco è l'unica cosa fissa che ho. Per me è naturale stare lì, trafitto dagli sguardi e dai giudizi perché riesco a bypassarli, però non scappo, vivo uno stato di grazia: il palco è l'unico posto dove mi riconosco perché credo che la gente mi voglia lì, chi viene ai miei concerti vede una persona vera, io non ho la maschera sul palco, sono io, questa è una grande forza che ho scoperto di avere, sono io da cinquant'anni. 

Che rapporto hai con il tuo pubblico dopo tutti questi anni? 

Io ho fatto un percorso artistico che parla per me. Io faccio quello che loro non possono, dico quello che loro non dicono, quello che loro vogliono fare lo faccio io e lo so fare bene. Fare musica non è un lavoro per me, è una missione, io la vivo così, non volevo e non voglio minimizzare il mio lavoro. Penso di essere rivoluzionario, spero di essere un rivoluzonario. La mia rivoluzione è la mia musica. Quello che faccio non c'era, quello che dico non c'era: mi sento quasi presuntuoso, ma ho imparato a dirlo perché se non lo facessi farei l'errore di non essere fedele a tutto quello che in questi anni anche la gente mi ha dato, la gente mi ha amato, mi ha odiato, mi ha supportato; la gente per me è una singola persona, io parlo a ogni singolo ascoltatore. Sono fragile, umano e credo di arrivare alla gente con umiltà, ma ho dimostrato nel tempo che le mie parole e i miei suoni hanno un peso e non ho più paura a dirlo.

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L'articolo Gianluca Grignani: “L’unico posto dove mi sento a casa è il palco” di Carlotta Fiandaca è apparso su Rockit.it il 2022-05-11 10:05:00

Tag: singolo

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