Analisi del testo: Giovanni Truppi ci spiega “'Mmiez'ô ggrano” di Roberto Murolo

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08/05/2015 di Giovanni Truppi

Negli anni mi sono accorto di quanto sia difficile scrivere canzoni a proposito delle cose belle dell'amore. Credo di averne fatto esperienza in uguale misura rispetto a quelle dolorose ma mi riesce sempre più semplice parlare di quest'ultime.
A prescindere dal fatto risaputo che capita più spesso che ci si metta con una penna o una chitarra in mano quando si è di umore nero piuttosto che quando il cuore scoppia di gioia, mi sembra che, anche se si scrive per motivi non personali (cosa molto auspicabile), l'immaginazione e le capacità descrittive lavorino meglio in un ambito, quantomeno, problematico. È probabile che uno dei motivi sia che i sentimenti estremi sono molto poco sfaccettati e forse la felicità lo è ancora meno del dolore, quindi è più complicato trovare qualcosa di interessante da dire quando se ne vuole parlare.

Le canzoni d'amore felice mi piacciono molto e inoltre - contrariamente alle canzoni d'amore triste - vanno bene sia quando si è felici che quando si è tristi.

Ne ho scelta una delle più antiche che conosco: “'Mmiez'ô ggrano”, musica di Evemero Nardella e parole di Eduardo Nicolardi.
La canzone è del 1909 ed è stata incisa in innumerevoli versioni. Quella che preferisco (è anche la versione con cui l'ho conosciuta) è quella di Roberto Murolo:


(questa incisione fa parte di “Napoletana. Antologia Cronologica della Canzone Partenopea” un'opera meravigliosa, austera e monumentale, che consta di 12 dischi quasi esclusivamente di sola voce e chitarra registrati da Murolo tra il 1963 e il 1965)

In questa versione manca la strofa centrale, in italiano sarebbe più o meno così:

E la sera, sotto la piantagione
di mele annurche, passa
questo cuore sempre giovane
che ride e che scherza.

E la luna, giocando
con un ramo ed con un altro ramo,
a terra, con i fili d'erba,
ricama un ricamo.

Oh, Stella, Stella, che aspetti un segnale,
il grano maturato è color d'oro.
E questi capelli tuoi sono tali e quali
e lo sai che me ne muoio,
se in mezzo al grano non me li fai baciare.

Ma tu non dormi, è inutile,
il cuore tuo mi sente
quando, sotto gli alberi,
passo nascostamente.

Ed esci fuori, pallida,
bella come nessuna.
E la luna, ammiccando,
ci prende in giro... questa malandrina di luna.

Oh, Stella, Stella, che aspetti un segnale,
il grano maturato è color d'oro.
E questi capelli tuoi sono tali e quali
e lo sai che me ne muoio,
se in mezzo al grano non me li fai baciare.


Una cosa che mi attira e mi coinvolge da subito è il fatto che lo stato d'animo “solare” del protagonista, tipico di un innamorato, sia bilanciato da un contesto notturno. Che lo stempera e lo addolcisce, conferendo da subito maggiori sfumature all'ambiente.
Abbiamo sì un “cuore che ride e scherza” (partendo da una cosa così si poteva anche scrivere “Felicità”) ma dall'altra parte - e intorno - ci sono la sera e la luna, gli alberi di mele a fare ancora più scuro nello scuro e solo pochi raggi di luce che arrivano a lambire i fili d'erba.
Anche la musica, alternandosi tra maggiore e minore, non lascia possibilità di abbandono, per l'ascoltatore come per l'innamorato che infatti - al momento - se pur felice, è solo.

[Oje Stella, Stè,...]

Ecco che parte il ritornello. Qualcosa cambia: la melodia si distende, arrivano le semiminime. “Stella” potrebbe essere il vero nome dell'amata, un appellativo affettuoso... ma la cosa che mi piace è che all'inizio sembra che il poeta si rivolga proprio ad una stella, e così ecco che dalla regia si accende una luce nuova in aggiunta ai raggi lunari che filtrano tra gli alberi.

[...c'aspiette 'nu signale,...]

Solo più avanti capiremo cosa vuol dire e che si tratta di una cosa molto “pratica”, per ora penso ancora che lui parli con una stella.

[...'o ggrano ammaturato è culor d'oro.]

Un'altra luce ancora... io mi sono dimenticato che è sera.

[E 'sti capille tuoje sò tale e quale...]

Ora finalmente capiamo per chi è tutta questa luce (la melodia qui raggiunge il climax): c'è una bionda da qualche parte.

[...e 'o ssaje ca i' mme ne moro, si 'mmiez'ô ggrano nun mm' 'e ffaje vasà.]

Arrivano il desiderio e la concretezza, anche se solo la faccenda del segnale ci fa intuire che probabilmente si tratta di un amore corrisposto.

Ma intanto le luci si riabbassano e parte la seconda strofa.
Lei non riesce a dormire - un altro indizio a favore del nostro uomo - ma è il cuore di lei che sente lui: la carne viene nuovamente accantonata e dopo l'esplosione finale del ritornello i toni si smorzano (ancora il dettaglio di lui che si aggira tra lo scuro degli alberi). Finalmente la bionda viene fuori ma per rimanere in accordo con l'atmosfera, l'unico dettaglio che ci viene dato è che è pallida e bellissima.
L'armonia va in minore, il momento è cruciale, i due finalmente si incontrano. Sul più bello, però, tutto va in dissolvenza. Possiamo solo immaginare quello che succederà, l'inquadratura finale è pudicamente fissa sulla sola luna.
Sigla.

Alla fine sono due che si vanno a infrattare. Perché la sera nel meleto? Potrebbero essere amanti fedifraghi, o troppo giovani e quindi osteggiati dai genitori, o semplicemente due innamorati molto romantici (io li vedo così); fatto sta che un evento così semplice e uguale per tutti da sempre, in certe mani diventa una cosa così: un racconto che finisce nel momento in cui una persona normale l'avrebbe fatto incominciare.

 

Giovanni Truppi è un cantatutore napoletano da tempo trasferitosi a Roma. Ha già pubblicato tre album, l'ultimo – dal titolo omonimo – è stato presentato in streaming esclusivo su Rockit. Suonerà al MI AMI 2015.

Tag: analisi del testo Retroterra

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