Un occhio di riguardo per il tuo chitarrista: la storia di Ivan Graziani Rubrica

Ivan GrazianiIvan Graziani
06/10/2015 di

La chitarra va amata come forme, se non ami questo lascia perdere. È come una donna, già il nome è al femminile. La chitarra non è il mandolino, il basso, il clavicembalo, il pianoforte, il trombone: è la chitarra. E poi, guarda caso, ha un buco in mezzo. La chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina: prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai.” (Ivan Graziani in Mario Bonanno, Ivan Graziani – Il chitarrista)

"Suonando la chitarra, sia che si tratti dell'elettrica che dell'acustica, c'è chi accompagna e chi rifinisce: Ivan univa le due cose in maniera perfetta". (Alberto Radius)


(Ivan Graziani. 1979, Archivio Rcs)

Ivan Graziani nasce il 6 ottobre 1945 a Teramo, nel cuore di un Abruzzo i cui paesaggi e la cui gente costituiranno in larga misura “la forza del mio lavoro, l’essenza di quello che ho messo nelle mie canzoni”. La madre è sarda, il padre è abruzzese e lavora come fotografo di matrimoni ("Se mio padre mi avesse, mi avesse insegnato / A fare il fotografo di matrimoni / Adesso sarei più rispettato / Sarei quel brav'uomo che non sarò mai..." "Io Mi Annoio", 1991).

Ben prima dell’adolescenza riceve in dono una batteria, che diventa, insieme al disegno, il passatempo preferito del futuro cantautore. È tuttavia la partenza da casa del fratello maggiore che permette a Graziani l’incontro folgorante con lo strumento a cui sarà poi associato per tutta la vita, una chitarra (quella appunto lasciata a casa dal fratello) che prende a suonare furiosamente, elaborando ascolti dai grandi nomi del pop e del rock anni '70, Beatles e Hendrix in primis, insieme tra gli altri a Shadows, Duane Eddy, Chuck Berry, e B.B. King.

Sul piano musicale, l’Italia sta attraversando una fase particolare, con l’emersione del cantautorato impegnato eredità dei movimenti degli anni ’60 —espresso in primo luogo dalla scuola genovese e dal Cantacronache-, il permanere della musica leggera di matrice sanremese e la nascita di un movimento progressive che si consoliderà negli anni a venire in nomi come PFM, Formula 3, Le Orme e Area.   

Durante gli studi all’Istituto d’Arte di Ascoli Piceno, Graziani si fa notare in occasione di un concorso scolastico dal padre dell'amico pianista Gianni, Nino Dale. Cantante e sassofonista di un gruppo piuttosto rinomato in tutta la regione, i Modernist, Dale ingaggia l’appena diciottenne nella formazione con cui il giovane autodidatta suonerà a bordo di navi da crociera e alle feste di paese. 

"Sarà stato il cappotto nocciola o il suo accento da abruzzese pulito o il cappello alla Humphrey Bogart e la faccia di uno che è già conosciuto. Sarà stato quello che è stato, partimmo tutti per il mare a suonare, io, Nino Dale and his Modernists”. (Ivan Graziani in "Nino Dale and His Modernists", 1983)


(I Modernists)

L’esperienza si conclude quando Graziani viene ammesso all’Istituto di Arti Grafiche di Urbino. Sarà proprio la piccola ma vitale città universitaria a permettere al chitarrista l’incontro con il batterista Velio Gualazzi e il bassista Walter Monacchi, insieme ai quali fonderà il gruppo Ivan e i Saggi. A differenza di Graziani, i due sono ancora alle prime armi, due autodidatti spinti come lui da una determinazione saldissima: dopo essersi esibiti in numerosi concerti in tutta la zona, nel 1967 i tre ricevono le attenzioni della casa discografica CBS e incidono il 45 giri "Fuori piove/Parla Tu" dopo aver cambiato il nome in Anonima Sound.


(Gli Anonima Sound in uno scatto di Claudio Meloni)

Gli anni immediatamente successivi sono segnati da un’attività intensa, con altri due 45 giri nell’arco di due anni ("L’amore mio, l’amore tuo/I tetti" del 1967 e "Josephine/Mille ragioni" del 1969) e la doppia partecipazione al Cantagiro. Il 1969 è un anno importante per il gruppo, che entra in contatto con la Numero Uno di Mogol, Battisti e Alessandro Colombini, per la quale incide "Ombre vive/Girotondo impossibile".


(Ivan Graziani e Lucio Battisti / Olycom)

Sebbene il rapporto con gli altri musicisti sia buono, come testimoniato dalla presenza di Graziani come turnista in lavori successivi quali "Red Tape Machine" del ’72 e "Dedicato a Giovanna G." del tastierista Roberto "Hunka Munka" Carlotto, per Graziani, spinto da esigenze espressive individuali sempre più urgenti, la chiamata alla leva militare nel '71 costituisce anche l’occasione per emanciparsi dai compagni, avvicinandolo alla strada solista che lo consacrerà negli anni a venire. Nel ’72 si trasferisce a Milano dopo essersi sposato con la compagna Anna e pubblica alcuni 45 giri sotto gli pseudonimi Rockleberry Roll e Ivan & Transport.

Nel 1973, esce l'album di esordio "La città che vorrei".


("Il campo della fiera", quarta traccia del lato A del disco)

Sebbene ancora un po’ immaturo, con una produzione non ancora all’altezza di quelle che accompagneranno i lavori successivi, il disco già annuncia una capacità non comune di osservare e descrivere i colori della realtà variegata e vera della provincia, unita ad una tecnica chitarristica encomiabile. Per lungo tempo non considerato dalla critica, "La città che io vorrei" fa già trasparire quella che sarà la vera peculiarità dello stile di Graziani negli anni a venire, cioè la compresenza di attitudine cantautoriale e centralità dello strumento, quest'ultimo mai relegato a un ruolo di solo accompagnamento. Nel suo disco d’esordio, Graziani dà voce alla consapevole malinconia di chi al proprio ritorno ha trovato la città natale irrimediabilmente mutata ("E non esiste più / Non ritrovo più / La città che io vorrei / È scomparsa ormai, ingoiata ormai..."), tratteggiandola però con un’ironia quasi sovversiva, che testimonia la distanza dai cliché cantautoriali che caratterizzerà tutta l’opera del musicista.

Gli anni successivi sono segnati da un’intesa attività come turnista, da "Megalopolis" (1972) di Herbert Pagani, alla PFM di "Chocolate Kings" (1975), allo stesso Battisti per "Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera" (1976), al Venditti di "Ullalla" (1976). Nel 1974, è presente alla prima edizione del Premio Tenco.

 
(Ivan Graziani durante l'esibizione al Premio Tenco)

Nel 1976 esce “Ballata per quattro stagioni”, registrata insieme all’intero gruppo di Battisti (Claudio Pascoli al sax, Walter Calloni alla batteria, Hugh Bullen al basso e Claudio Maioli alle tastiere, con inoltre Lucio Fabbri agli archi e Pierluigi Mucciolo e Gianni Bogliano ai fiati), conosciuto durante la precedente collaborazione con il cantautore poiano.

Il 1977 è un anno cruciale per il musicista, che pubblica l’apprezzatissimo “I Lupi”. Aperto dalla ballata omonima, il disco ottiene un enorme successo di pubblico, vendendo 10000 copie. Si tratta di un’opera a cui Graziani sarà sempre molto legato, un disco di "grande rivalsa", in cui la sua ormai affermata capacità tecnica trova una collocazione piena, unita a una ormai consolidata capacità di scrittura che si sposta libera tra riferimenti quotidiani e immagini più fantasiose e oscure, tra sonorità taglienti ed energiche e arpeggi che garantiscono a Graziani assoluta centralità.


(I Lupi, traccia di apertura dell'album omonimo)

Considerata uno dei testi più belli di Graziani, "Lugano Addio", per quanto collocata nel lato B dell'album, rimane in classifica per dieci settimane fino a raggiungere il diciannovesimo posto, contribuendo a consolidare la fama della capacità del musicista di far convivere un'anima rock ad espressioni di altissimo cantautorato.

"E mio padre sì"/ tu mi dicevi / "quassù in montagna ha combattuto" / Poi del mio mi domandavi / Ed io pensavo a casa mio padre fermo sulla spiaggia / le reti al sole, i pescherecci in alto mare / conchiglie e stelle / le bestemmie e il suo dolore." (da "Lugano Addio", 1977)

Nel 1978 esce “Pigro”. Annunciato da una copertina irriverente ad opera di Mario Convertino (un maiale dal sorriso beffardo con i caratteristici occhiali da sole rossi indossati da Graziani), il disco costituisce forse l’apice dell’intera carriera del musicista.


(La copertina di "Pigro" del 1978, realizzata da Mario Convertino)

Sostenuto da un'energica sonorità rock, Graziani non rinuncia a un’ironia tra il canzonatorio e il velenoso, che oltre a tratteggiare vivide caricature dei personaggi della provincia italiana estende il proprio occhio in lucide provocazioni verso i comportamenti intellettualistici ("E poi le parolacce che ti lasci scappare / Che servono a condire il tuo discorso d'autore / Come bava di lumache stanno lì a dimostrare che è vero / È vero non si può migliorare / Col tuo schifo di educazione"). Il disco raggiungerà la quindicesima posizione, restando in classifica per trenta settimane.  


("Monna Lisa", pezzo in apertura all'album in cui Graziani immagina il furto del celebre dipinto da parte di un ladro che, convinto che esso gli appartenga, prima lo ruba e poi, in una tortura immaginaria, lo sevizia e lo distrugge)

Già l’anno successivo esce “Agnese, dolce Agnese”. Per Graziani si tratta di un periodo estremamente prolifico, di grande successo sia a livello di concerti che sul piano mediatico. Tra espliciti richiami ai quattro di Liverpool (inequivocabile il riferimento nel primo verso di Agnese "Se la mia chitarra piange dolcemente") ed esplorazioni in direzione della musica americana sia folk che blues, Graziani fa del suo rock qualcosa di grande, mescolandolo con consapevolezza al repertorio popolare italiano e abruzzese ed entrando ormai a buon diritto nel novero dei grandi del rock italiano.

Nel 1980 esce "Viaggi e Intemperie", nuovamente accolto con riscontri positivi e al cui interno brilla uno dei singoli di maggior successo del cantautore, "Firenze (canzone triste)".


(Una bella versione live di Firenze (canzone triste))

Dopo aver lavorato al Qdisc “Q-Concert”, nel 1981 Graziani pubblica “Seni e coseni”, volutamente diviso (non senza una provocazione di fondo) in una prima facciata cantautoriale e una seconda più intrisa di pezzi rock. Nel 1982 Graziani pubblica il doppio album live, "Parla Tu", che propone pezzi registrati prevalentemente durante il tour dell’anno precedente.

Da un certo punto di vista, inizia forse qui la fase discendente di una parabola che fino a quel momento ha raggiunto vette di innegabile altezza, non tanto sul piano discografico ("Nove" del 1984, prodotto dal maestro Celso Valli, sarà considerato da Graziani stesso uno dei suoi dischi più belli), quanto su quello più umano: cresce infatti l'insofferenza del musicista nei confronti dell’industria discografica, come se "l’inquietudine che cresce dentro come un cancro" menzionata qualche anno prima si fosse acuita e stesse raggiungendo un punto di saturazione, smorzando la sua spontaneità. Nel 1985 Graziani partecipa a Sanremo con il pezzo “Franca ti amo”, che ottiene un riscontro piuttosto tiepido sia di pubblico che di critica. A distanza di un paio d’anni esce "Piknic", ritenuto in modo piuttosto unanime una delle opere meno riuscite del cantautore. Con il costante sapore del lavoro creato più per dovere che per necessità (e a fugare ogni dubbio basterebbe il commento di Graziani a riguardo: "È un album loro, non mio"), il disco sancirà la conclusione del legame con la Numero Uno e il passaggio a Carosello. Per l’etichetta milanese usciranno i successivi "Ivangarage" del 1989 (preceduto da un secondo ritiro dalle scene e mixato agli studi Fonopoli di Renato Zero), la raccolta "Segni d’amore" (1989), "Cicli e tricicli" del '91 (anch'esso annoverato fra le opere meno convincenti) e "Malelingue" (1994), preceduto dalla partecipazione a Sanremo e certamente piuttosto riuscito nel riavvicinarsi con equilibrio a una dimensione più ispirata.

Nel 1996, dopo la rottura con la Carosello, Graziani si avvicina alla Fonopoli di Renato Zero, per la quale nel ’95 uscirà il live "Fragili fiori... Livan".

Nel 1997, dopo una lunga malattia, il cantautore con la chitarra elettrica muore a Novafeltria, nelle Marche. Sarà sepolto con la preferita delle sue 37 chitarre, "mamma chitarra" Gibson, indossando il gilè di pelle cui aveva applicato (e brevettato) un gancio per sostenere lo strumento.

Nei confronti di Ivan Graziani, la musica italiana, non solo nelle sue propaggini pop e rock, è certamente debitrice dell’invenzione di un cantautorato nuovo, in grado di mescolare con maestria le sonorità dei più grandi riferimenti del rock di quel periodo ad un recupero sincero e profondo del folklore italiano, elevando il ruolo dello strumento senza per questo diminuire la componente testuale e la matrice autobiografica caratteristiche del cantautorato. In parte, è forse proprio questo ad aver limitato fino ad oggi la riconoscenza nei confronti della figura di Graziani: l’essersi mosso tra provocazione e impertinenza, cocciutaggine e ironia, critico e sensibile interprete di quel grande rock di cui ai suoi tempi l’Italia sentiva ancora la mancanza. Guardando alla realtà con l’occhio delicato ma irriverente, ribelle e colorato, del rock 'n roll.

 

 

Tag: Retroterra

Commenti (3)

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  • Antonio Belmonte 12/10/2015 ore 17:30 @antobel

    Ricordare Ivan Graziani non può far che bene, a chi suona e a chi ascolta.

  • Marco Chiesa 06/05/2016 ore 13:59 @mcmarcochiesa

    davvero un grande!

  • Giampiero Doria 07/05/2016 ore 07:02 @giamp28

    Complimenti per l'articolo ! Ivan è stato sicuramente uno dei migliori cantautori rock italiani. Ho tutti i suoi dischi..ma dal vivo sapeva esprimere al meglio le sue capacità riuscendo a creare con il pubblico, un clima familiare e intimo in qualsiasi situazione. Riusciva a descrivere le sue storie come dei quadri e usava la chitarra come un pennello con dinamiche veramente uniche. Peccato ci abbia lasciato così presto.

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