Lilli Greco, l’uomo che inventò la musica italiana moderna (parte prima) Rubrica

C'era una volta la Rca di Maurizio Becker, Coniglio editore, 2007 - Lilli Greco assieme a Paolo ConteC'era una volta la Rca di Maurizio Becker, Coniglio editore, 2007 - Lilli Greco assieme a Paolo Conte
29/11/2012 di

"…Lilli Greco non capisce ma che Dio lo benedica, ho un bicchiere e una bistecca e mi diverto"

(Francesco De Gregori, Marianna al bivio, 1973) 

La musica siamo abituati a pensarla per grandi nomi, personaggi, star e antistar. È il meccanismo dello spettacolo. Però le cose non stanno proprio così. La musica non è solo creazione del genio dell’artista, perlomeno da quando è stato inventato il fonografo e la musica è diventata un fatto commerciale. Non nel senso negativo del termine, ma nel senso che il prodotto con cui l’autore si guadagna da vivere non è più esclusivamente l’esecuzione della sua composizione (il live, insomma), ma anche la registrazione di essa. Da allora la musica è diventata un fatto collettivo, come il film che non è il prodotto solo del regista ma dello sforzo di una serie di figure professionali che vanno dal produttore esecutivo, agli sceneggiatori, agli attori, al trovarobe e alle comparse. Così la musica registrata non è frutto solo dell’artista, ma anche dei produttori esecutivi, degli arrangiatori, dei turnisti. E dei produttori artistici.
In Usa e in Uk lo hanno sempre saputo: figure come Phil Spector, George Martin o Joe Meek sono celebrate come e forse più degli artisti che hanno prodotto, proprio per il sound che hanno saputo creare e che è legato al loro nome. Ma pensate anche a cosa sarebbero stati gli anni '80 e '90 inglesi senza Steve Lillywhite o Flood.

Tutta questa introduzione per parlarvi del nostro Italo “Lilli” Greco, uno che, pour ainsi dire, ha inventato il famoso suono Rca degli anni '60 e poi quello della scuola romana anni '70. Bazzecole, vero?
Greco, che ci ha lasciati domenica 14 ottobre 2012 a Grottaferrata, era nato il 1 giugno 1934 a Sezze, provincia di Latina, si era diplomato in pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia e nel 1958 era entrato per caso alla Rca. L’anno seguente lo seguirono due tipi di nome Ennio Morricone e Luis Enríquez Bacalov. Col ruolo di arrangiatori.

Risale a quell’anno il primo colpo di Greco, che avrebbe fruttato qualche miliardo alla Rca: la scoperta casuale di Edoardo Vianello.
Rovistando tra i provini del giovedì, notati una scatola da cui fuoriusciva un pezzo di nastro. La raccolsi, riavvolsi la bobina e mi apprestai a posarla insieme alle altre, sennonché l’occhio mi cadde sulla scritta «Edoardo Vianello, via Etruria 12». Non so perché, quel fatto d’aver messo l’indirizzo sulla scatola m’incuriosì: ascoltai quel nastro. C’erano due canzoncine molto spiritose. Feci ascoltare il provino all’allora direttore artistico Vincenzo Micocci, il quale ordinò un’audizione più approfondita”.
Dopo la quale Vianello, inaspettatamente, ricevette la fatidica telefonata, la sera stessa: “Sono il Maestro Greco. Ho ascoltato con interesse il suo provino e vorrei incontrarla per un colloquio di approfondimento”. Dopo sei singoli di scarso successo, nel 1961 arriva il botto, proprio con una delle canzoni di quel primo provino, "Il capello", nel cui testo Vianello mostra di aver ereditato un po’ dello spirito surreale del padre Alberto, poeta futurista. È Lilli Greco a registrare il pezzo, a Cinecittà: decide di chiamare Bacalov per arrangiarla.

Ha buon fiuto: “Dopo aver fatto la ritmica mi chiese se c’era un organo nello studio. Io gli domandai come pensasse di utilizzarlo e lui mi fece ascoltare una frase che aveva concepito in risposta al motivo cantato da Edoardo. Una cosa semplice, ma efficace: con quella trovata Bacalov chiuse l’arrangiamento in quattro e quattr’otto. Fu lì che intuii il suo talento”. Lanciata nel corso del “Discobolo”, programma Radio Rai, da Vittorio Zibelli, "Il capello" vende milioni di copie. Ma Lilli Greco, tipo irrequieto, convinto che la qualità si possa abbinare alla commerciabilità, sempre pronto ad “alzare di un altro centimetro l’asticella”, come ha detto il suo amico Maurizio Becker, ne ha in serbo un’altra: già da un anno si poneva il problema di come far suonare i dischi italiani come quelli americani che, a differenza dei nostri, suonavano benissimo anche a volume basso. Dopo tante ipotesi e prove, Greco capisce che la chiave sta nel missaggio e nell’utilizzo dei compressori. Grazie al compressore Rca BA6A e ai mixer a tre piste, finalmente Greco può osare: rivede ogni pezzo nei minimi dettagli, alza e abbassa i livelli del volume delle piste, modifica le frequenze.

E il primo disco italiano a giovarsi del nuovo sound arriva nel 1962: è "Io che amo solo te" di Sergio Endrigo, registrato nello studio A di via Tiburtina, appena completato: “Una sala talmente gigantesca che ancora non avevamo idea di come e dove dislocare gli strumenti. Per ottenere il suono migliore dovetti fare tredici missaggi, tredici tentativi al termine dei quali optai per un compromesso: utilizzai parte del terzo missaggio e parte degli ultimi due”. Per la cronaca, George Martin con i Beatles avrebbe iniziato a utilizzare questa tecnica solo a luglio-agosto del 1963, con "It Won’t Be Long". L’arrangiamento, sempre di Bacalov, è rivoluzionario, in un’epoca dominata da brani brillanti, orecchiabili e ballabili: la batteria, infatti, entra solo nella seconda parte del brano. Anche qui un’idea di Greco, secondo il quale il brano doveva essere simile a un Lieder romantico, e quindi ordinò al tecnico reggiano Mario Rosselli di abbassarne il volume nel missaggio.

Così Greco raccontava nel 2007 a Maurizio Becker, nel suo splendido e fondamentale "C’era una volta la Rca": “Quando Sergio iniziò a cantare, incrociai lo sguardo del fonico, che era Giovanni Fornari, e fra noi corse una specie di complicità ammirata. O di ammirazione complice. Al di là del sound, al di là dei calcoli, al di là di tutto, istintivamente capimmo che stavamo assistendo al piccolo miracolo. Il piccolo miracolo, non un altro disco che avrebbe venduto. In quel nostro sguardo c’era la spontaneità rara di quando senza preavviso ti trovi di fronte a un arcobaleno, oppure a un tramonto. Quanti ne avremo visti nella nostra vita, di tramonti? Milioni. Eppure ogni volta è uno spettacolo che ti lascia senza fiato. Ecco, quel momento fatale è proprio così e in fondo tutti questi anni io non ho fatto altro che rincorrere e catturare momenti di quel tipo, animato dalla speranza di vedere un altro tramonto”.

Leggi la seconda parte 

 

(Il materiale, le foto e le citazioni sono tratti quasi tutti da "C'era una volta la Rca" di Maurizio Becker, Coniglio editore, 2007)

Tag: Retroterra libro

Pagine: Sergio Endrigo Edoardo Vianello

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