È il momento dell’italo-fi?

Dalle radio YouTube a XXXTentacion l'hiphop lo-fi si è affermato ovunque, ma in Italia?
02/07/2019 15:50

Lo-fi” è uno dei termini più fumosi e fondamentali per la musica leggera degli ultimi 40 anni, forse pure di più. Che sia ricerca di un suono rovinato, di un suono vintage, di una maggior impressione di autenticità, che sia una scelta obbligata o una esigenza espressiva, il “suono sporco” è una delle principali chiavi estetiche della musica moderna, e abbraccia una quantità di significati e campi d’azione che è veramente irriducibile. 

Ultimamente, il termine “lo-fi” è entrato nella giornata di molti di noi affiancato alle parole “hip hop”, “radio”, “to relax/study”, e a qualche gif dal look anime. Tra Gennaio e Febbraio 2017, milioni di persone, penso soprattutto studenti, hanno scoperto le ormai famose radio che senza pause trasmettono ventiquattro ore al giorno beat hip-hop con campionamenti di musica jazz e una patina un po’ da nastro, col rumore bianco onnipresente, perfette per rilassarsi, studiare, o farci su qualsiasi altra cosa.

Ma questo lo-fi hip-hop non è solo musica d’atmosfera: il 25 Agosto del 2017 esce “17” di XXXTentacion, forse il disco più importante per le sorti del rap negli ultimi anni; i pezzi più ascoltati sono “Everybody Dies in Their Nightamare” e “Jocelyn Flores”, due brani dal suono perfettamente in linea con l’hip-hop lo-fi delle radio di YouTube. Sono beat trovati da XXXTentacion sul Soundcloud di un certo Potsu, che a sua volta ha campionato dei brevi post Instagram di tale Shiloh Dynasty, in cui un misterioso artista cantava e suonava gli ormai leggendari giri di chitarra.

Evidentemente “lo-fi hip-hop” è molto più di un passatempo rilassante, si tratta oramai da tre anni della sonorità in cui si ritrovano milioni di ascoltatori. Una sonorità che collega malinconia, ricordi d’infanzia, cultura internet e, naturalmente, storia dell’hip-hop.

Per ognuno di questi filoni esiste un preciso link storico, tanti piccoli fatti che vanno da J Dilla a Cowboy Bebop, fino a Reddit e alla Vaporwave. In Italia, è stato fatto negli scorsi mesi uno dei primi studi accademici su questa recente sottocultura. Se ne è occupato Luca Fois nella sua tesi di laurea al SAE Institute di Milano. Luca è anche un rapper che fu attivo come Kaizer e negli Affliggem, il cantante di una delle band emo più credibili d’Italia, i Quercia, e, ovviamente, un artista hip-hop lo-fi sotto il nome di “Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam”. 

Nel suo lavoro Luca ha collegato tutti i punti, dai trend delle ricerche Google ai plugin VST più utilizzati nell’ambito: l’ho letta, è una tesi veramente difficile da riassumere in un solo articolo, ma capace di restituire un po’ di profondità culturale al fenomeno, finora solo imitato senza troppo successo nel nostro Paese. Non solo: Luca ha allegato alla sua tesi il primo disco strumentale de Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam, “Domenica mattina”, che ha iniziato a tutti gli effetti la sua carriera come producer lo-fi e la sua etichetta dedicata, “Buio presto”.

Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam, chiaramente, non è il solo producer italiano di hip-hop lo-fi. Grazie alla stessa tesi di Luca (ma non solo) ho scoperto una vera e propria piccola scena italiana, che sta guadagnando consapevolezza e superando lo status di hobby. Facciamo un po' di nomi.

Da Napoli, c’è Soviet Kosmonauts


da Ravenna, Maaio (noto anche come Tony Lattuga), 


da Perugia, TescOne e Skivo


da Brescia, Siher, che abbiamo recentemente citato nel bollettino del Venerdì con il suo nuovo concept album. 


Il più noto esponente di questa famiglia è probabilmente Saito, da Prato, tutt’altro che esordiente: su Spotify ha milioni di ascolti.


Nel marasma di questa scena dispersa tra Soundcloud, Bancamp e YouTube, non mancano progetti “con le voci”, come gli ultimi brani tra rap e spoken de Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam testimoniano, ma anche l’ultimissimo pezzo super old-school di alessioego. I tempi sono più che maturi, gli ingredienti ci sono tutti, se non parte il treno del lo-fi hip-hop italiano, a questo punto, può essere solo per negligenza.

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L'articolo È il momento dell’italo-fi? di Pietro Raimondi è apparso su Rockit.it il 02/07/2019 15:50

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