Battisti for dummies: cinque dischi da ascoltare assolutamente

Lucio BattistiLucio Battisti
19/10/2015 di

Che cosa significhi per la canzone italiana? Che cosa hai insegnato a quelli che sono venuti dopo di te?
Credo di significare un fenomeno di professionalità: il proprio lavoro fatto nel miglior modo possibile. Questo ho insegnato a chi è più giovane di me: lavorare, lavorare e poi ancora lavorare. Io sono sempre quello che, ragazzo sconosciuto, se ne stava per ore a cercare motivi con la chitarra nelle camerette di pensione.

Lucio Battisti, intervista a TV Sorrisi e Canzoni, 3 dicembre 1978

 

Mentre scorro fisicamente la discografia intera della coppia Mogol-Battisti, mi rendo conto ancora un po' di più dell'evidente: scegliere i dischi fondamentali, in casi come questo, è un'operazione quasi impossibile, qualcosa che intercetta necessariamente metodi di scrematura e selezione del tutto assurdi, se non folli. Eccone alcuni, logici, che avrei potuto seguire:

- i dischi che contengono la maggior parte dei pezzi riconosciuti dal grande pubblico e dalle classifiche, come fondamentali
- i dischi che racchiudono gli snodi principali del percorso artistico dell'autore
- i fondamentali dischi secondo il mio gusto

Alla fine, il metodo utilizzato per selezionare i cinque album fondamentali per conoscere Battisti nasce dal mix di tutti questi criteri, con la finalità di arrivare a definire una piccola discoteca che non lasci escluse l'evidenza e la portata innovativa e densa nella nostra storia musicale degli album in questione ma che, naturalmente, non trascuri il gusto critico.

 

1. EMOZIONI (1970)

Parlare del secondo LP ufficiale a firma Mogol/Battisti è come dire di un monumento alla Patria, qualcosa di insondabilmente presente e affondato da quasi cinquant'anni nella memoria popolare e collettiva della nostra nazione. 45 minuti e 7 secondi di hit, incorniciati dal profilo di Battisti in controluce, di quell'immagine di copertina che sta alla musica pop italiana come la Monna Lisa alla nostra produzione artistica.

A ben vedere, quest'album uscito per la Ricordi il 15 dicembre del 1970, è a tutti gli effetti un'antologia, un raccoglitore di grandi hit fortemente voluto dalla casa discografica, destinato a entrare al primo posto nella neonata classifica dei 33 giri nel marzo del 1971 e a restare da quelle parti per diciotto settimane.

Numeri a parte, cosa c'è dentro "Emozioni"? Tutto, diremmo, o almeno un buon 90% delle canzoni che ogni italiano è solito imparare entro i primi 15 anni di vita. C'è la storia d'amore mai finita di "Fiori rosa, fiori di pesco", con quel parlato che sottolinea il dramma di un incontro con l'ex non proprio finito come si sperava, c'è la più storica tra le scoperte di tradimento della musica italiana in "Non è Francesca", il crescendo narrativo ed emotivo un poco punk di "7 e 40", la parabola di "Dieci ragazze" e "Mi ritorni in mente", mix capolavoro tra la più classica delle lovesong e un tiro e un impronta da pronfonda black music.

Non manca all'appello neppure "Acqua azzurra, acqua chiara" che già aveva fatto girare la testa a molti jukebox sulle spiagge italiane l'estate precedente, vincendo il Festivalbar e andando nemmeno troppo lentamente a consacrarsi come una delle più grandi hit della storia della musica del nostro paese. Un Lato A imprevisto, diventato tale grazie all'intuizione di Renzo Arbore che in tempi ancora non sospetti perse la testa per questo brano e consigliò animatamente di posizionarlo in prima facciata.

Emozioni è un disco destinato fisiologicamente a vivere in loop nella storia delle nostre vite, un album che non starà mai zitto una volta inserito tra i nostri ascolti, anche quando decideremo di non dargli voce per qualche tempo. Un disco che assumerà, realmente di verso in verso, una quantità di significati sempre più ampi, precisi, profondi a ogni ascolto perché anche per questo, in definitiva, esiste. Stiamo parlando di masterpiece, di combinazioni destinate per natura a ricoprire un gran numero di ruoli e valori sempre diversi in base al nostro momento storico di vita, brani con signficati che andranno sempre più precisandosi e scolpendosi di centinaia in centinaia di ascolti. Patrimonio italiano di alto livello, imperdibile.

 

2. IL NOSTRO CARO ANGELO (1973)

Luca Filippo Carlo Battisti, figlio di Lucio e della moglie Grazia Letizia Veronesi, nasce in una clinica milanese nel marzo del 1973. I giornali, che spiano ormai ossessivamente Battisti nonostante lui non faccia che ripetere a quotidiani e rotocalchi “Non sono io l’importante ma la musica che scrivo, per sapere tutto di me basta mettere un disco sul giradischi”, si litigano in una battaglia all’ultimo flash, le fotografie della nuova famiglia. In quei mesi, dunque, a far parlare di Lucio Battisti, sarà più uno schiaffone dato a un paparazzo fuori dalla stanza 418 della clinica Pio X di Milano che il suo disco in fase di registrazione, destinato a uscire nel settembre dello stesso anno.

"Il nostro caro Angelo" non è un disco né una titletrack sul nuovo arrivato, anche se per anni, la critica ha fatto leva su quest’avvenimento per spiegare (o forse spiegarsi) i lati più criptici di un lavoro di Battisti assai meno pop (in senso stretto) e ben più misterioso (in senso lato) dei precedenti.

Il lato A, tuttavia, si apre con una delle canzoni più interessanti e trasparenti della produzione pop a firma Mogol/Battisti. "La collina dei ciliegi" è un inno alla libertà e alla coscienza di sé, forse una canzone d’amore se per amore intendiamo un amore in senso universale, non dogmaticamente sentimentale ma umano. La critica del tempo, sempre desiderosa di collocare in una dimensione partitica l’arte, individuò nel verso “planando sopra boschi di braccia tese” un riferimento al saluto romano, non cogliendo una visione molto più ampia, nella quale già dal disco precedente, "Il mio canto libero" (con molte braccia tese nella fotografia in copertina), il duo di autori aveva iniziato a inserirsi. La dimensione è quella di un racconto dell’uomo sempre più connesso alla natura, a una forma in cui sentimenti, passioni, credenze, appartenenze umane e religiose sono rese centrali, ancestrali e primigenie. L’interpretazione secondo la quale il brano "Il nostro caro angelo" si riferirebbe a una riflessione filosofica sullo scontro tra l’ideale spirituale umano e quello invece proposto in versione trasfigurata e falsata dalla chiesa, rimane dunque plausibilissima nella nuova ottica artistica di Mogol e Battisti, un’ottica in cui la luce, sia in chiave poetica sia in chiave esistenziale, è uno snodo fondamentale.

"Ma è un canto brasileiro", "La canzone della terra", "Questo inferno rosa" sono brani tutti diversamente sperimentali dal punto di vista sonoro e portano tutti avanti il tema della purezza (la luce, l’angelo) vs. le brutture di una vita consumistica, di sprechi, di pornografie e pubblicità che si equivalgono nell’allontanare l’uomo dai propri sensi e dalle proprie energie primarie. La falsità contro cui si scagliano gli autori è quella di un mondo in cui tutto è alterato e le stesse priorità emotive finiscono per subire questa alterazione. L’amore che è vanto di sé più di quanto sia intrinsecamente profondo e reale cantato in “Questo inferno rosa” si contrappone dunque a una forma di fedeltà profonda che è anzitutto la fedeltà a sé, come si canta in “Io gli ho detto no”. Ma questa fedeltà è sensata? O forse chi ha detto quel “no” avrebbe dovuto dire sì, per non restare intrappolato in quell’”amor di borghesia” che verrà cantato l’anno dopo nel disco "Anima Latina"?

Mostruosamente attuale oggi e incredibilmente vivo e contemporaneo all’epoca, "Il nostro caro angelo" è un lavoro fondamentale nella produzione di Battisti, un album che ha il difficile compito di tessersi su un’evoluzione in corso, che si compirà definitivamente in "Anima Latina" e che riguarda in modo netto la scrittura delle musiche di Battisti e il punto più alto dell’incontro, che diremmo magico, con i testi di Mogol. Passare attraverso "La canzone della terra" significa tuffarsi in tanto futuro della musica italiana, dall’incontro del pop con la tradizione, tema centrale del brano . "DIE" di Iosonouncane, forse, è un gran bell’esempio di questa evoluzione arrivata fino a noi.

 

3. ANIMA LATINA (1974)

"Con l'anglicismo e l'americanismo che ci hanno coinvolto in questi ultimi anni, andavamo perdendo, proprio noi mediterranei più di tutti, lo spirito creativo, la vitalità che ci caratterizzavano da sempre e che non sono morti ma semplicemente addormentati dalla sudditanza all'Amerika dei frigoriferi e dei consumi".

Attraverso un'intervista rilasciata a Renato Marengo e pubblicata, con tanto di foto di copertina, sul numero di Ciao2001 del 1 dicembre 1974, Battisti riprende i contatti con la stampa, dalla quale, come accennavo, aveva preso le distanze in modo drastico dal giorno della nascita del figlio Luca. Al centro dell'intervista c'è il racconto del nuovo album in uscita, "Anima Latina", un lavoro figlio delle lunghe permanenze di Battisti in Brasile e, più in generale, in Sudamerica e di una concezione rinnovata del fare musica e dei rapporti tra chi fa musica e chi l'ascolta.

Quello che Battisti, essenzialmente, desidera fare, è intraprendere un rinnovamento tanto formale quanto sostanziale del rapporto tra l'artista e il suo pubblico, rovesciando la concezione secondo la quale queste due parti siano una attiva e l'altra passiva. L'autore noto al grande pubblico deve, secondo Battisti, dare inizio a un processo di demitizzazione che lo conduca a una riumanizzazione agli occhi del pubblico, ridimensionando la propria figura monumentale e riprendendosi il ruolo proprio dell'artista, quello cioè di comunicare con gli altri mettendosi in una relazione stretta con loro, offrendo loro una voce non più bella, forte, impostata e con "frasi ad effetto" ma una voce che il pubblico deve individuare e raccogliere, tra le altre, magari faticando un po', proprio come accade, insomma, in ogni relazione sincera.

Per fare questo Battisti rimette tutto in gioco e proseguendo nella direzione già intrapresa con "Il nostro caro Angelo", dà vita a un album complesso, stratificato e, agli occhi di molti tra i suoi fan, "difficile". Quello che l'autore vuole fare è proprio questo salto verso l'alto, cercando di stimolare in modo del tutto consapevole i propri ascoltatori spingendoli a entrare in suoni, effetti, rapporti tra musica e parole, quasi del tutto inediti nel suo percorso discografico: "Ho inteso stimolare chi mi ascolta a fare attenzione a ciò che sta succedendo, a ciò che accade nel momento in cui si ascolta un brano non perché questo sia piacevole ma perché ascoltare significa qualcosa: e ascoltare con attenzione, magari rimettendo il disco daccapo, magari facendo irritare chi non è riuscito ad individuare al primo ascolto una parola, è un'operazione stimolante e coinvolgente: è il modo che ho scelto per comunicare con gli altri, per essere presente in mezzo agli altri, per essere io quello che dà il pretesto, lo spunto ad un'azione, ad un'operazione. Ognuno poi reagisce come vuole: con il suo metro, la sua volontà, la sua cultura, sia essa dotta o istintiva."

"Anima Latina", destando una certa dose di scompiglio tra gli affezionati a una certa poetica e a un certo Lucio Battisti, famoso e ormai culturalmente assorbito, rimane in hit parade dal 14 dicembre 1974 al 16 marzo 1975. La cassa in quattro di "Due mondi" che apre alla disco music, la quantità ancora oggi sorprendente di trovate vocali originali e di un'aderenza concettuale assoluta tra parole e suoni, nascono in una sala di registrazione in un mulino: "Il mulino" ad Anzano del Parco, in provincia di Como.

Una sessione di sei mesi, fatta di ricerca suoi suoni, costruzione del materiale e assemblamento dello stesso, sta all'origine di un disco straordinario, perfetto embrione di una quantità innumerevole di album italiani successivi e anche contemporanei. Non stupisce che oggi "Anima Latina" stia vivendo, tra gli artisti italiani più attenti al suono come tra quelli più fedeli a Battisti, un vero e proprio momento di rinascita. Da Dente ai Verdena insomma, molti oggi ripropongono, spesso pedissequamente, formule che nel 1974 Battisti ha proposto e riconnesso alla cultura italiana dopo averle raccolte da culture altre, o addirittura inventato. Tuttavia, "Anima Latina" è più di un lungo set di formule ricercate, sperimentali e capaci di stupire, ancora oggi, l'ascoltatore medio italiano, abituato a un Battisti più classicamente "da spiaggia". "Anima Latina" è un concept album sul tempo del consumismo, della riproducibilità tecnica, dell'amor borghese che non è più cortese e neppure dei sensi. La lotta tra la macchina e la natura, tra la governabilità delle cose e il loro istinto, tra cielo, occhi, terra e città, produzione, commercio e consumo. La title track, che porta in sé i tratti di un mal d'Africa declinato in versione sudamericana, può considerarsi dunque un buon proseguo di quel canto brasileiro inserito ne "Il nostro caro Angelo" e insieme l'esplosione precisa di una visione socioculturale potentissima e inedita nello scenario del pop italiano.

Ps. Un'analisi perfetta e approfondita di questo lavoro in tutte le sue parti e in ogni sua 'anima' è quella del nostro Renzo Stefanel in "Anima latina. Lucio Battisti", edito da No Reply nel 2009, un volume che è anche uno dei più bei libri di critica musicale che possiate leggere nella nostra lingua. Qui ne trovate un estratto.

 

4. LUCIO BATTISTI, LA BATTERIA, IL CONTRABBASSO, ECCETERA (1976)

Bisogna entrare un attimo nella storia dell'evoluzione artistica di Battisti per provare a dare un significato al titolo - invero apparentemente strambo - di questo nuovo lavoro del 1976. Lucio Battisti, nella sua veste ora riumanizzata, demonumentalizzata e in grado da fare da filo importante di connessione tra musica e ascoltatori più che da icona del pop nostrano sui rotocalchi, è strumento, voce, stimolo. Dunque, in questo nuovo lavoro, vediamo proprio lui al centro tra altri strumenti: batteria, contrabbasso e altri esploratori del ritmo.

Allora "Il veliero", con i suoi due minuti ossessivi di ritmica di basso e batteria e cassa in quattro, è il proseguo netto di "Due mondi". Lì dove Mogol scriveva "è una vela la mia mente / prua verso l'altra gente / vento, magica corrente" riferendosi alla destrutturazione del mito occidentale della monogamia dell'amore borghese, alla necessaria corsa verso l'ignoto che supera un futuro che già sembra vecchio, qua scrive "Il veliero va / tutti quanti su / prua al mare va non torna più! / Lo smarrimento, vince sempre lui / mamma paura come sempre non lasci mai / i figli tuoi!" e lo fa in chiusura di quello che è un piccolo poemetto di epica contemporanea sull'abbandono necessario, l'avvenuta chiusura delle relazioni, quello in cui la vela di "Due mondi" è dunque il veliero su cui ora ci troviamo e sul quale ora, accingendoci finalmente a salpare mari di libertà e avvenire, ci troviamo pieni dello stesso timore di incerto e di nuovo, della stessa novità che, insomma, tanto avevamo agognato. Il pezzo è straordinario, destinato a rappresentare, a distanza di quasi 40 anni, uno snodo essenziale della musica pop italiana e della realizzazione di una contaminazione tra leggera e disco music perfetta.

Nel 1975, Battisti, dopo il Sudamerica, si era deciso a viaggiare per gli Stati Uniti e lì, oltre ai prodromi della disco, si era immerso, ovviamente, nella storia del soul e del funky. La rassicurante melodia di "Ancora tu" che apre e, frammentariamente chiude l'album, si rende varco aperto al grande inganno di un avvenuto passo indietro rispetto ad "Anima Latina" mentre, come dicevamo, abbiamo piuttosto a che fare con un disco libero di essere dopo la liberazione della rima avvenuta nel lavoro precedente.

Ora, charleston, bassi imperanti, una poetica sonora e di testi che sa muoversi nello scambio tra classicità e sperimentalismo, sono al centro del lavoro di Mogol e Battisti. "Ancora tu", dunque, suona oggi come un monumento italiano, forse la più compiuta tra le canzoni del duo, un pezzo dove il sentimentalismo della prima fase dell'opera di Battisti sa incontrare i suoi giochi più sperimentali, dove la misura è calcolata alla perfezione e dove le rime sanno esistere per rifuggirsi da sole al verso successivo. Le sue aperture straordinarie e una voce sussurrata che cresce, in pari con le emozioni, come nella storia di ogni incontro d'amore, la sua forma di dialogo che sembra l'evoluzione ultima di "Fiori rosa, fiori di pesco", e quel falsetto battistiano sempre così eternamente capace di drammatizzare la canzone, non vi abbandoneranno mai, su ogni spiaggia lontana, in ogni città gentrificata e nella più grande rabbia per la vostra nazione, quando partirà "Ancora tu", sarete grati di essere nati, vissuti, passati di qui. E poi potrete girare il lato, far partire "Dove arriva quel cespuglio", con la sua forza onirico/erotica da cielo in una stanza post hippie. E girare infine il lato un'altra volta ancora.

Una nota romantica e tecnica non da poco, ottimo spunto di riflessione su quanto la musica, all'epoca, girasse il mondo pur prendendo molti meno aerei, riguarda il mitico scambio di chitarra tra Ivan Graziani e Battisti. Graziani, che suona chitarra e mandolino in quest'album, dà a Battisti la sua Fender Telecaster. Affezionatissimo a quella Telecaster Graziani viene sedotto dall'innamoramento violento di Battisti nei confronti di quella chitarra e riesce, in cambio, a ottenere una Epiphon color ciliegia che Battisti aveva comprato da Eric Clapton quando aveva preso contatti con gli Hollies, che avrebbero dovuto presentarsi a Sanremo proprio con un suo pezzo, nel 1965.

 

5. UNA DONNA PER AMICO (1978)

L'approccio con cui Lucio Battisti lavora alla realizzazione di "Una donna per amico" è diametralmente opposto a quello che aveva dato i natali a Lucio Battisti: la batteria, il contrabbasso, eccetera. Se per il disco del 1976 Battisti aveva fatto tutto da solo, qua decide di adottare la filosofia che lui stesso definisce "La persona giusta al momento giusto" limitandosi a scrivere i brani e cantarli e circondandosi di professionisti internazionali. Dopo la California, dove aveva registrato il suo "Io tu noi tutti", vola dunque in Gran Bretagna, nel castello di Manor, a incidere "Una donna per amico" che uscirà sul mercato italiano nell'ottobre 1978 e resterà in classifica per 34 settimane di cui 14 direttamente al primo posto.

Si tratta di uno dei suoi lavori più noti al grande pubblico e incarna, ancora più esplicitamente di Lucio Battisti: la batteria... e di "Io tu noi tutti", la volontà di Battisti di ritrovare una dimensione di comunicazione diretta con il pubblico, calibrando il proprio rapporto con una scrittura criptica e con una più lirica. Il sogno di livellare i due piani e di raggiungere una dimensione in cui sperimentalismo e classicità si compenetrino totalmente passa da un desiderio di internazionalizzazione. "Una donna per amico", destinato a uscire anche sul mercato anglo-americano, è dunque prodotto da Geoff Westley (già con Bee Gees e con gli Sweet) e registrato con Gerry Conway, il batterista di Cat Stevens. La wave angolsassone si infila in "Prendila così" e nella sua lunga coda con sax di Derek Grossmith, mentre "Perché no" conferma le volontà più tradizionali con il suo valzer lento, volontà rinforzate da una ballad come "Aver paura di innamorarsi troppo" che pure cita espliciamente i Beach Boys e sottolinea una classicità consapevolmente reinserita in un discorso musicale destinato a un pubblico internazionale e quindi a rappresentare, su tutta la linea, una forte contemporaneità. Uno dei principi che ha guidato la realizzazione di questo disco, come raccontò lo stesso Battisti, è stato quello di rendere ogni brano denso della propria eterogeneità, mettendo in risalto la peculiarità di ogni canzone. La foto di copertina del disco appartiene a quello che sarà, di fatto, l'ultimo servizio fotografico che Battisti concederà di scattare e la copertina su Ciao2001, in occasione dell'uscita dell'LP, sarà l'ultima copertina in cui apparirà la sua immagine.

Tag: Retroterra

Commenti (12)

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  • Mary Covelli 25/10/2015 ore 10:10 @covellimaria82

    Non c'è traccia dei 5 bianchi :(

  • eugeniaforlucio 25/10/2015 ore 18:24 @eugeniaforlucio

    L'autrice di questo articolo dice espressamente di riferirsi al periodo mogoliano. Quindi niente bianchi.
    E anche l'elenco sopra esposto è fuori luogo.

  • Luca Girardi 05/03/2016 ore 22:41 @emografia

    Don Giovanni è un capolavoro assoluto.

    Sveglia!

    Per capire Battisti bisogna per forza considerare il periodo fondamentale con Panella.

    Che l'autrice dell'articolo si documenti e non riduca Lucio al periodo con Mogol

  • eugeniaforlucio 06/03/2016 ore 13:23 @eugeniaforlucio

    Sono d'accordissimo che non si possa relegare Battisti al solo periodo mogoliano,
    e sono altresi d'accordo che "Don Giovanni" sia un ottimo lavoro (io però considero il suo capolavoro "Anima latina"), ma qui, non voglio fare il difensore d'ufficio, il tema era "5 dischi della coppia Mogol-Battisti (che per me è Battisti-Mogol).
    Forse l'autrice dell'articolo, definendo "fondamentali" i 5 dischi, ha implicitamente escluso dalla considerazione il periodo panelliano, e questa è senz'altro una pecca gravissima, penso però che abbia soltanto voluto analizzare un certo periodo.

  • Giuseppe Rubino 2 mesi fa @lasciara

    don giovanni lo considero il suo disco di maturità,purtroppo l'ultimo capolavoro:il resto dovrebbe andare in spazzatura.Posso dire che "Don Giovanni" è il canto del cigno d'uno dei più grandi compositori Italiani del ventesimo secolo....

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