Se l'anima avesse gli occhi: la storia dell'amicizia tra Dalla e Luigi Ghirri Rubrica

Lucio Dalla in uno scatto di Luigi Ghirri - Lucio Dalla in uno scatto di Luigi Ghirri -
29/03/2016 di

"Ho sempre pensato che molto del lavoro svolto dai fotografi italiani avesse una sottile coincidenza con le intuizioni di alcuni cantautori italiani, non so, forse un'adesione o un interesse per un mondo o paesaggio marginale o per raccontare certe microstorie e trasformarle in qualcosa che riguardava tutti. Cosa ne pensi tu?"

"Io credo che questo riguardi principalmente il tuo lavoro".

(Da un dialogo tra Luigi Ghirri e Lucio Dalla)

 

Luigi Ghirri è stato uno dei maggiori fotografi italiani del secondo dopoguerra: la sua è una carriera breve in termini di tempo –muore infatti non ancora cinquantenne- ma lunga e ricchissima sul piano creativo, animata da un fortissimo interesse nei confronti della fotografia di ritratto e soprattutto di paesaggio e che si intreccerà in profondità con quella di un altro grande creativo italiano, Lucio Dalla.

(Luigi Ghirri, via)

Ghirri nasce nel 1942 a Scandiano, profonda provincia emiliana. La sua infanzia ha come sfondo l’Italia stremata e disorientata dell’immediato dopoguerra e come riferimento il palazzo del collegio San Carlo dei Gesuiti di Modena a Braida di Sassuolo, dove il futuro fotografo trascorre i primi anni di vita insieme ad altre famiglie sfollate dalle grandi città. La passione per la fotografia nasce precocemente, durante gli studi da geometra intrapresi successivamente al trasloco a Modena. Dopo aver avviato la propria attività professionale, Ghirri inizia una serie di viaggi fra Italia e Europa, che documenta con un’ampissima quantità di diapositive sulla spinta della folgorante emozione trasmessagli dal primo scatto della Terra dalla navicella spaziale nel 1969. È l’avvio della più ampia ricerca che lo accompagnerà per tutta la vita, “la grande avventura dello sguardo e del pensiero”. Per motivi di lavoro, sempre nel 1969 entra in contatto con Franco Guerzoni, fotografo e artista del modenese che lo introdurrà al gruppo di artisti operativi a Modena nell'ambito dell’arte concettuale e dell’Arte Povera (Carlo Cremaschi, Giuliano della Casa, Claudio Parmiggiani e Franco Vaccari), per i quali Ghirri realizza scatti di documentazione di performance o materiale direttamente utilizzato nelle loro opere. Nel 1972 la prima esposizione, una personale realizzata in collaborazione con il circolo modenese Sette Arti Club all’interno del Canalgrande Hotel di Modena. Sono i primi passi nel mondo della fotografia e del visivo, che proseguiranno con nuovi inviti ad esporre e con l’apertura di uno studio grafico insieme a Margherita Benassi, Carlo Nascimbeni e la futura moglie Paola Borgonzoni.

(La stanza di Caruso a Sorrento, immortalata da Luigi Ghirri nel 1987)

Scorriamo i fondamentali della ben più ricca attività di Ghirri negli anni Settanta, per arrivare a quel 1983 foriero di una delle più intense collaborazioni tra suono e visivo della musica italiana. Nel 1975, la rivista “Life” nomina Ghirri "Scoperta dell’anno", dedicandogli un portfolio di otto pagine. Si tratta di un riconoscimento di enorme prestigio, che ne consacra la figura e che costituisce un impulso importante per un’anima appassionata ma timida. Dopo la fondazione della casa editrice “Punto e virgola”, specializzata in fotografia, nel 1979 è invitato dai giganti della critica d’arte e della curatela Arturo Carlo Quintavalle e Massimo Mussini a realizzare una personale presso l’Università di Parma. La mostra si accompagna a diverse altre esposizioni in Europa, che gli aprono occasioni di rilievo e in particolare la possibilità di organizzare una personale di still life, topografia e iconografia alla Light Gallery di New York. Dalla Biennale di Venezia alla mostra Fotografia italiana contemporanea curata da Italo Zannier, dalle sperimentazioni presso i laboratori Polaroid di Amsterdam alla collaborazione con il Comune di Napoli e la Regione Puglia, negli anni a venire Ghirri è impegnato in numerose attività ed esposizioni legate in particolare all’osservazione del paesaggio, immortalato con grande coscienza geografica e culturale e proposto nei suoi scatti attraverso un occhio attento e inedito.

E poi il 1983. Magari alcune coincidenze importanti –l’essere nati nello stesso anno, nella stessa Emilia provata dal conflitto mondiale, con una comune e continua ricerca di orizzonti nuovi da cantare e dipingere con occhio cortese. Più probabilmente, l’intimo chiamarsi di chi si osserva e si riconosce. Nel 1983, Lucio Dalla commissiona al fotografo emiliano dei ritratti fotografici per le copertine dei suoi dischi: è l’inizio di un sodalizio artistico e umano destinato a durare fino alla morte di Ghirri, che porterà i due a condividere numerose tournée e a stringere un’amicizia profonda.

(Lucio Dalla in uno scatto di Luigi Ghirri)

Dalla è convinto che Ghirri sia nato conla musica anche dentro alle ossa. Ogni volta che si sentiva suonare anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte, anche in un mio concerto o di Dylan (che era il suo grande amore) già gli scattava l’idea della foto o l’arrivo di una lacrima o un petino di soddisfazione fisica da sigaretta dopo il caffè e via così!”.

Mosso da una stima autentica, nel 1986 il cantautore invita Ghirri e la moglie Paola a seguirlo a New York per documentare il tour americano. La musica, oltre a un reciproco apprezzamento umano, era “la scusa che ci faceva viaggiare. Parigi una settimana all’Olympia, New York, Boston al Berklee College, Mosca... Sempre con le orecchie aperte e la macchina fotografica in mano e il sudorino nel cuore.”
Ciò che impressiona il musicista è l’accessibilità degli scatti di Ghirri, perché “al di là di motivi banali, come la professionalità, il modo di inquadrare il soggetto, delle tue fotografie quello che rimane, e che colpisce, è che diventano un prodotto fruibile. In questo senso mi sento vicino al tuo lavoro, perché anch’io sono vicino al pubblico che mi ascolta, come tu sei vicino al pubblico che mi ascolta, come tu sei vicino al pubblico che guarda le fotografie” (così Dalla parlava al suo amico fotografo).

(La copertina di "Dalla/Morandi", uscito nel 1988 per la RCA Records, realizzata da Luigi Ghirri)

Ciò che Dalla coglie è un aspetto estremamente rilevante: la grande vicinanza emotiva di Ghirri alla musica come base fondamentale per accedere alla dimensione più intima dei musicisti ritratti. Perché il fotografo –e collezionista di vinili e melomane- emiliano ama immensamente la musica, scoperta ancora adolescente e poi seguita con interesse nelle varie anime dei suoi percorsi, dalla musica classica (sue le copertine di diversi dischi prodotti dalla RCA Italia, da Rachmaninov all’amato Bach, da Chopin a Vivaldi) a quella leggera –Dalla, Gianni Morandi, Pino Daniele, Ron (1986), Luca Carboni (1989) e gli Stadio, tutti passati attraverso il suo obiettivo- a quella contemporanea (tra questi Glass e Cage) e popolare. Per Verdi Ghirri nutre una passione particolare, così come per Dylan, che adora in misura a tratti esagerata (“Dylan qua, Dylan là, non ne poteva più nessuno. Anche Gino Castaldo faceva sì sì con la testa ma secondo me aveva già smesso di ascoltarlo da un bel po’”, così la moglie Paola in riferimento al comportamento di Ghirri durante una tappa del tour a Parigi).

(La copertina di "Puoi fidarti di me" degli Stadio (1989), realizzata da Ghirri. © Luigi Ghirri/ Discoteca di Stato-Museo dell'Audiovisivo)

Il riflesso dell’occhio attento e rispettoso di Ghirri crea qualcosa di nuovo, contribuendo ad aprire la strada in Italia a un approccio maggiormente intimista nei confronti della fotografia e traducendosi nel forte impatto visivo dei suoi scatti. Così Dalla a riguardo: “Io ad esempio mi ricordo tutte le tue fotografie che ho visto: mi ricordo quella delle due palme con la panchina, quella della cattedrale di Trani e il mare, i due che vanno verso la montagna, e potrei continuare, elencarle tutte. Le tue fotografie hanno qualcosa che me le fa ricordare, io come altri vengo colpito dal guardarle, forse anche perché alla fine mi sembrano, come dire, delle fotografie musicate. [...] Hanno un loro suono interno, un inciso, un ritornello. Si sente che sono costruite, che hanno un mixaggio.

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(Lucio Dalla in concerto in uno scatto di Ghirri)

Sempre Dalla:"Sono anni che non voglio e detesto farmi fotografare, non per odio nei confronti del fotografo, ma perché è come un gioco che mi ha un po’ annoiato. Con te, mi diverto ancora, mi piace ad esempio osservare il tuo imbarazzo nel prendere le fotografie. [...] Ho osservato molte volte come prendi le fotografie: sistemi la macchina sul cavalletto, esegui tutte le operazioni, e poi al momento dello scatto ti allontani e sembra che tu osservi il mondo con già dentro la fotografia e tu che stai fotografando".

Mentre continua la propria attività di studio del paesaggio, pubblicando vari volumi e occupandosi di progetti di diverso tipo, nel corso degli anni '80 e '90 Ghirri continua a dedicarsi agli scatti musicali, collaborando con diverse etichette e case discografiche. Lavorando con i Teatri di Reggio Emilia fotografa Luciano Pavarotti e il violinista Uto Ughi, documenta l’esecuzione di diverse opere (tra queste la Turandot di Giacomo Puccini e il Rinaldo di Händel del 1985) e si dedica a scatti ambientali dei più diversi luoghi in cui prende vita la musica, dai conservatori alle sagre di paese.

Nel 1990 è l’autore del celeberrimo servizio a Villa Pirondini per il doppio LP dei CCCPEpica Etica Etnica Pathos”. Per il fotografo, contattato da Massimo Zamboni, si tratta di un’esperienza di impatto emotivo non indifferente, così ricordata da Giovanni Lindo Ferretti:"Voleva incontrarci da tempo ma aveva paura di noi… Poi, una volta rotto il ghiaccio, Luigi ha vissuto gli ultimi mesi dei nostri dischi e realizzato la foto di copertina del nostro ultimo cd”.

(La copertina di "Epica Etica Etnica Pathos" dei CCCP (1990), realizzata da Luigi Ghirri. Lo scatto ritrae la cappella privata di Villa Pirondini, dimora colonica in cui il gruppo visse per un paio di mesi nel 1990, registrandoci interamente il disco)

Il 14 febbraio 1992 Luigi Ghirri muore a causa di un infarto. Il suo lascito è enorme, con decine di migliaia di fotografie (oltre diecimila solo a Dalla) e un consolidato ruolo di elegante eppure timido pioniere nella trasposizione della propria emotività su pellicola, con nessuna volontà di invadere la dimensione dell’altro ma anzi la ben salda consapevolezza della “sottile, lieve, forma di violenza e di prevaricazione” acquattata in silenzio dietro ogni fotografia, da gestire con cautela e rispetto per avvicinarsi piano al suono interno delle cose.

Luigi Ghirri fu un creativo enormemente prolifico ma umile, capace di instaurare un rapporto sincero e reale con il soggetto osservato. E ciò che più lascia in eredità agli amanti della fotografia musicale e quindi ancor prima umana è “la possibilità di partire dalle cose più semplici, dall’ovvio, per rivederle sotto un’altra luce.” Rivalutare l’ovvio –che è tale per convenzione e mai di per sé-, intuire la realtà, portarla dentro di sé. E restituire con gli occhi le percezioni dei timpani e del cuore.

 

Tag: Retroterra

Pagine: CCCP Fedeli alla linea Lucio Dalla

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