A Short Apnea - Maffia - Reggio Emilia Live report, 25/10/2000

02/11/2000 di



Il primo live set di "Cafe' noir", la nuova serata del mercoledi' del Maffia, e' affidato alla performance di A short apnea: difficile ipotizzare un battesimo piu' ostico (o coraggioso, dipende dai punti di vista...).

Apertura: il trio sale sul palco, un carillon viene caricato ed appoggiato vicino ad un microfono, un jack viene infilato da qualche parte, nasce un feedback che progressivamente si irrobustisce. Scendono tutti. Il volume aumenta, diventando lentamente prima fastidioso, poi quasi intollerabile. Imperterrito, sempre piu' sovrastato dal resto, il carillon continua a fare arrivare dal palco deserto la sua stanca melodia per bambini. Restera' il contributo piu' musicale dell'intera serata. Paolo Cantu', Fabio Magistrali e Xabier Iriondo (sistematicamente eletto senza volerlo leader della band, data la militanza negli ingombranti Afterhours) tornano sul palco, l'om dei loro kazoo si sovrappone al fragore di fondo, poi provvidenzialmente tagliato. E si parte. Cinquanta minuti di rumore, con le casse che riversano fuori tutta la sporcizia rigorosamente analogica prodotta dai tre. Il materiale e' nella quasi totalita' proveniente dal lavoro appena dato alle stampe (illu ogod ellat rhagedia (ustrainhustri) ), e, rispetto all'esordio omonimo, A short apnea sembra rinunciare ad ogni timido aggancio appena fruibile: la voce recitante che illuminava qualche episodio e' dimenticata del tutto, la batteria non concede altro che brevissime illusioni di sequenze ritmiche, manca ogni trama vagamente rock, le chitarre sono sistematicamente stuprate, percosse, grattate. Cigolii, esplosioni fragorose ed incontrollate, dissonanze prevedibili o ardite, un registratore portatile con dentro chissa' cosa avvicinato al microfono, campioni malati a infettare il fondo, senza mai prendere in mano il gioco, scomparendo o sfumando proprio quando potrebbero impossessarsi del pezzo. Inutile parlare di "canzoni", inutile citare titoli. A tratti, quando le chitarre si defilano temporaneamente, sembra di ascoltare gli scarti di registrazioni e i disturbi con cui i DKEA hanno costruito un intero (ottimo) album, a patto di immaginarli privati della gran parte degli appoggi ritmici.

Improvvisazione, dunque?

Solo nella parte terminale dell'elaborazione sonora, verrebbe da pensare, assistendo alla sistemetica caccia ai suoni prodotti, incastrati senza scampo tra combinazioni di scatolette, effetti elettronici, pedali, manopole, amplificatori: ogni frammento rimbalza, si strappa, viene ri-distorto e ri-incanalato dentro: nessuna via di fuga, nella ragnatela di cavi che, al termine di ogni pezzo, viene sistematicamente rielaborata in vista di quello successivo.

In un paio di episodi, forse in assoluto i piu' rappresentativi, i tre musicisti si ritrovano seduti, ognuno con una o due chitarre sdraiate davanti: vaghissime suggestioni orientali (forse piu' per il modo in cui la chitarra solista (definizione coraggiosa...) viene suonata piuttosto che per i suoni che ne escono), ma e' solo un impressione: non cambia la cifra stilistica (anche se il ritmo guadagna qualcosa), continua la dittatura del rumore, e le corde sono colpite con bacchette metalliche, sfregate, grattugiate, schiacciate, torturate con l'archetto, le mani o qualsiasi altro mezzo.

Il tutto davanti ad un pubblico scarso ed attonito, che tentenna cercando al suo interno qualcuno che, coraggiosamente, si prenda la responsabilita' di ufficializzare la fine del pezzo e cominci a battere le mani. Davvero ostico, davvero coraggioso.

Si finisce con gli esercizi respiratori dei tre sul palco, tra applausi timidi.



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