"Il vile" dei Marlene Kuntz compie 20 anni: un ascolto capovolto

Tutte le illustrazioni sono di Erbalupina https://www.facebook.com/Erbalupina/ - Marlene Kuntz Il VileTutte le illustrazioni sono di Erbalupina https://www.facebook.com/Erbalupina/ - Marlene Kuntz Il Vile
26/04/2016 di Andrea Provinciali

Tutta colpa di un app. Ché non mi sono mai piaciute le celebrazioni relative a ricorrenze-anniversari-commemorazioni. Ma è da almeno metà marzo che sul cellulare l'applicazione “Punti Patente” mi rammenta con notifiche insistenti e invasive la scadenza del mio documento rosa: 26 aprile.
Ed io me lo ricordo bene quel giorno di vent'anni fa. Non tanto per l'esame di guida, del quale poco e niente m'importava – che mica avrei potuto guidare subito: la mia prima autovettura, una scassata Peugeot 104 blu, la avrei ereditata da mio nonno soltanto l'autunno successivo. Quel giorno, un venerdì gocciolante pioggia primaverile, invece, usciva il secondo album della band italiana che più di tutte in quegli anni aveva fatto breccia nel mio mondo, segnandone inevitabilmente l'immaginario lirico e musicale. Molto più degli Afterhours, dei CSI, dei Massimo Volume, dei Ritmo Tribale, dei Santo Niente, dei Disciplinatha, degli Üstmamò e di tutto il Consorzio Produttori Indipendenti suonante.
L'esordio della band di Cuneo, "Catartica" (1994), mi era entrato così tanto sottopelle da farmi sviluppare una vera e propria dipendenza. Non era poi così strano, eh. Voglio dire, per un adolescente curioso che aveva beccato sul nascere l'ondata grunge, restandone segnato in profondità, e che del tutto arbitrariamente si definiva punk (perché ascoltava Bad Religion, NOFX e compagnia bella), imbattersi subito dopo in quattro ragazzi italiani che suonavano tali e quali ai Sonic Youth declinando i testi in lingua madre non era roba da poco. "Catartica" si apre con un filotto di quattro canzoni da mandare a memoria e restare senza fiato: le urla furiose di "MK", la travolgente "Festa mesta", il crescendo anthemico di "Sonica" e la commovente "Nuotando nell'aria". Impossibile, per il diciassettenne che ero, restare indifferente e immobile: credo di aver fatto crowd surfing su ogni loro canzone, anche su quelle lente, durante le decine e decine di volte che li ho visti live in quel periodo.



Insomma, quel 26 aprile 1996 i Marlene Kuntz pubblicavano "Il vile". E non è che in quegli anni pre-internet le notizie, soprattutto musicali, fossero così facili da far veicolare. I comunicati stampa erano solo per gli addetti ai lavori, non esistevano né mail né teaser, beccare dei videoclip in tv (c'era ancora Videomusic) rientrava nella sfera delle coincidenze astrali. L'unica fonte di informazione erano le riviste specializzate: le più illuminate riportavano un elenco con le date delle uscite discografiche dei gruppi più importanti. Trovai quella relativa ai Marlene: cazzo, lo stesso giorno dell'esame di guida – vile in tutto e per tutto, pensai.
Così commissionai l'acquisto, rigorosamente in cassetta, a mia sorella. Cinque anni più grande di me, lei non aveva problemi di mobilità. Nel mio paese di provincia di negozi di dischi neanche l'ombra, il più vicino era a qualche decina di chilometri di distanza. Le detti un motivo in più per farsi accompagnare dal suo ragazzo a fare shopping in città. L'attesa del suo ritorno fu estenuante, che all'autoscuola finì tutto molto presto. Provai a stemperare l'ansia telefonando a casa della ragazza dagli occhi stellanti, per la quale – nonostante fossero soltanto venti giorni che ci frequentavamo - avevo già sbobinato chilometri e chilometri di nastro per registrarle cassette su cassette di playlist “innamorate”. Ebbene sì, quella era la mia idea di amore. Risponde il padre, imbarazzo. Balbetto qualche sillaba di circostanza e finalmente mi passa la figlia. Non ricordo più cosa le fosse successo, ma stava piangendo. Piangeva sempre lei. Avremmo dovuto vederci la sera stessa, mi dice che sta a pezzi e che non le va più. Restiamo d'accordo per incontraci l'indomani, al mare, nel pomeriggio.
Poi, l'epifania: dalla finestra scorgo la macchina di mia sorella e soprattutto l'agognata cassetta avvicinarsi al cancello. Scendo al volo, avvicinandomi sempre di più sento della musica uscire dai finestrini aperti. Non voglio credere che quelle note dissonanti che si propagano nell'aria siano quelle note dissonanti. Poi riconosco quella voce. Mia sorella nota la mia espressione incazzata e mentre sfila la cassetta dall'autoradio mi dice che non avevano nient'altro da ascoltare in macchina. Guardo il nastro: è quasi alla fine del lato A. Mi chiede come sia andato l'esame di guida. Nemmeno le rispondo, prendo anche la custodia e mi rinchiudo in camera. Per fortuna che quella copertina porpora sembra fatta apposta per distendere i sensi. Fuori fuoco, i quattro Marlene Kuntz – Cristiano Godano in primo piano e sullo sfondo da sinistra a destra Luca Bergia, Dan Solo e Riccardo Tesio – sembrano avvallare la mia decisione: iniziare "Il vile" dal lato B. Un ascolto capovolto, che mi segnerà per sempre.

Lato B

Ape regina – 6' 28''
Un incipit crescente di solo chitarre sfiorate. Una nota perpetuata ruvida e soffice. Poi a 20'' circa entra un arpeggio abbozzato, a 33'' diventa più definito e ripetitivo. La tensione sale. A 1' circa una piccola flessione che prepara il campo alla voce di Godano: l'ultima sillaba di “Sono lontano...” coincide con l'entrata martellante di basso e batteria. La canzone si regge tutta su questo ritmo cadenzato e ossessivo sul quale una lirica disperata e rabbiosa, sempre più urlata, costruisce un originale congegno narrativo basato sull'irreversibilità della perdita, dell'abbandono, della mancanza. Ma il climax vero e proprio si raggiunge a 2' 09'' quando le chitarre si raggomitolano su se stesse creando un tappeto sonoro pastoso e denso, l'atmosfera si dilata e la voce sussurra, con una lucidità che fa paura, una delle strofe-ritornello più ciniche e tormentate dei Marlene: “Posso fare fuori parti di voi con facilità / La mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva che non ho avuto mai”. Poi si torna a picchiare sulle pelli e riemerge la furia poetica. Fino a 4' 06'', quando un intermezzo di solo rumore squarcia l'ascolto per oltre 30'', alla fine dei quali si ricollega la strofa-ritornello che sfocia in un finale secco, morboso e rassegnato.
"Ape regina" è spiazzante, destrutturata, ipnotica e devastante. La loro canzone più rappresentativa, il picco più alto raggiunto nella loro lunga carriera discografica, sia dal punto di vista musicale sia lirico. È quella che più di tutte ha segnato la loro maturità artistica, il salto qualitativo rispetto all'urgenza tutta cuore e pancia di "Catartica".



L'esangue Deborah – 4' 54''
Tutta malinconia e colori pastello. Una delle canzoni più trattenute e struggenti dell'album, dove le chitarre spalmano pennellate ora lievemente tratteggiate ora dense di elettricità. Siamo dalle parti degli Smashing Pumpkins più quieti di "Siamese Dream". La poetica di Godano è eterea ma come sempre originalmente deviata: “Mi chiedo se le sa che osservo il crimine / e gocciola di viltà il mio rancore”.

Ti giro intorno – 4' 33''
“Come i fiori al campo danno voluttà”. Eccolo qua, il desiderio sensuale – tema portante dell'album - che arriva puntuale fin dal primo verso. Anche qui ci troviamo dinnanzi a una tipica ballad elettrica dei Marlene: una tensione tenuta a bada da caldi arpeggi e morbidi sussurri, che dà sempre l'idea che possa esplodere da un momento all'altro. Ma sono le parole stavolta a tessere una canzone d'amore intrisa di classicità.



E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare – 2' 53''
Anche se nell'economia dell'intero disco è il pezzo che influisce meno di tutti, finendo per essere considerato come un episodio minore - una sorta di riempitivo -, il suo incidere punk diverte non poco. La filastrocca circolare che Godano ci costruisce sopra resta in testa eccome.



Il vile – 5' 30''
Ha il merito di dare il titolo all'intero disco, ma non solo. Questa canzone ha un impatto fortissimo: chitarra stridente, basso ipnotico, ritmica tambureggiante e voce schizzata. Il testo è criptico ma quelle parole sembrano incastrarsi alla perfezione tanto da non riuscire a togliersele più dalla testa. E poi quella rassegnazione e impotenza finale (“Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore / Ma è così dura, credi, e sento che non lo so fare”) che va ad adagiarsi su una coda strumentale emozionale e piena di feedback.

Lato A

3 di 3 – 4' 43''
Incipit sospeso tra morbidezza e dissonanza molto cinematografico: non è un caso che nella pellicola "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" (film sempre nel 1996) sia stato inserito nella scena della sbornia mattutina che Alex e i suoi amici si prendono in sala prove dopo aver marinato la scuola. Il brano ha un mood sensuale che si fa largo tra saliscendi sonici che ben evidenziano il lavoro di fino svolto dai Marlene Kuntz in fase di scrittura. Un'altra prova della maturità artistica da loro raggiunta già al secondo album. Il testo racconta di un'orgia (più precisamente un threesome) in maniera mai banale: Godano sa benissimo quando volare alto con le metafore e quando invece farsi esplicito: “C'è, come dire, questa cosa che scende e sale, scende e sale / Balugina le magie di un groppo che è niente male da desiderare”.

Retrattile – 4' 00''
Il brano che forse più di tutti gli altri rappresenta il manifesto del disco, che si fa inno vero e proprio con quel ritornello liberatorio da cantare a squarciagola: “Probabilmente io meritavo di più”. Chitarra grattugiata, ritmica cadenzata e avvolgente, esplosioni di colori improvvise: la voce di Godano che si fa sempre più incalzante esplodendo tutta la sua rabbia nel bridge “Congratulazio-o-ni! / Congratulazio-o-O-o-ni!”, con una sillabazione originale che fa intuire quanto abbia lavorato sulle liriche. Infatti, proprio la prima parola “Retrattile” viene cantata spostando l'accento dalla “a” alla prima “i” per farla entrare nella linea armonica vocale, una scrittura che resterà peculiare nella poetica dei Marlene.



L'agguato – 5' 05"
Più che musicalmente questo brano si pone in evidenzia per il complesso impianto narrativo messo in piedi da Godano, che riesce a raccontare di un incidente stradale con un'autorevolezza poetica mai trovata in nessun altro gruppo rock italiano che canta in lingua madre: “Musicala questa traversata dal mio nido a quello della mia amata / L'atmosfera è ok, tutto è bello, Polly io ti voglio nel mio cervello”. La canzone procede quieta fino a metà, ovvero fino al momento dell'impatto di lamiere. Da lì in poi deflagrazioni soniche e urla apocalittiche.



Cenere – 3' 18"
Episodio più trascurabile rispetto agli altri. Giro di basso ossessivo e batteria martellante, con le chitarre un poco più in sottotraccia, ma subito pronte a graffiare e ad assaltare la scena. Il testo racconta un quadretto di sesso sporco, deviato e impotente: “Io che son bimbo, io non intendo, ma piange forte il mio cuore: sai perché? Non ti so scopare”.



Come stavamo ieri – 4' 46''
Eccola qui, la canzone più romantica e ispirata (insieme ad "Ape regina") dell'album. È un flusso denso, nero e pastoso, dalle forti tinte malinconiche, a sorreggere questa ballad disperata. È proprio questo sviluppo musicale a rappresentare la vera novità rispetto al passato. “Quanto fa male ritornare al gelo dei sorrisi uccisi dalle nostre lacrime”, la perversità di non arrendersi, di non lasciare andare, che porta infine alla fatidica e dolorosa domanda-speranza del ritornello: “Come stavamo ieri / Sarà così domani? / Dimmi di sì”. E la risposta arriva una volta ancora dalla musica: a un minuto dalla fine, all'improvviso, una detonazione caotica che risucchia tutto in un buco nero senza uscita.



Overflash – 3' 57"
Brano veloce e tiratissimo, immancabile nelle loro esibizioni live di quegli anni. Senza infamia e senza lode, fila via dritto e rumoroso fino al ritornello da sballo “Overflash delibera: viaggiare per non tornare più”. Ma il verso per cui, più di tutti, non ci si dimenticherà della canzone è quel “Voglio una figa blu” urlato nella pausa di silenzio subito dopo il primo ritornello.



Ghost track (che non c'è) – Il giorno dopo
Estasiato dall'ascolto de "Il vile" il giorno dopo mi presento all'appuntamento armato di walkman. Che glielo voglio far ascoltare: un tentativo per lenire le sue angosce, ma anche per farla entrare nel mio mondo. Ci sediamo su un muretto, sotto di noi gli scogli, davanti il mare, qualche petroliera che galleggia all'orizzonte. Ed è lì che compio l'errore fatale. Ci mettiamo una cuffietta a testa, premo play e parte "3 di 3". Mi guarda e sorride. Poi arriva "Retrattile": a un certo punto si avvicina e mi bacia sulla guancia. Poi è la volta di "Cenere", qui mi dice che la trova un po' troppo rumorosa. Le dico che la prossima le piacerà senz'altro, che è una canzone d'amore. "Come stavamo ieri" comincia e io vedo scie cupe striate d'oro sotto le palpebre, quasi mi commuovo. Lei ascolta in silenzio. Quando arriva l'esplosione finale si volta, mi guarda con quei suoi occhi stellanti e mi dice: “Guarda che non parla d'amore, ti sbagli”. Solo in quel momento mi sono ricordato della storia del lato B, e mi sono convinto che il mondo fosse davvero al contrario, capovolto. Abbiamo finito di ascoltare il disco senza dirci molte altre cose, poi ci siamo salutati. Non ci siamo mai più visti. Ho continuato ad ascoltare "Il vile" sempre e solo iniziando dal lato B. Almeno fino a quando, un bel po' di anni dopo, lessi un'intervista a Cristiano Godano nella quale definiva "Come stavamo ieri" una vera e propria canzone d'amore. Probabilmente io meritavo di più.

 

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Commenti (10)

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  • antopizzuto 27/04/2016 ore 15:07 @antopizzuto

    Complimenti! Un articolo stupendo. Mi sono emozionato. Io di anni ne avevo venti. Ma praticamente comprai la prima copia disponibile a Catania, credo, quel fantastico 26 aprile, appena uscito dall'Uni. Un disco che... senza parole. E son passati 20 anni: come é stato possibile?
    PS: anche io ho sbobinato un centinaio di cassette per la mia ragazza (che oggi é mia moglie e madre delle mie figlie), anche per me era AMORE fare una selezione di canzoni e dischi. E "Catartica", "Il vile" sono stati tra i primi 5 dischi che le ho registrato!

  • Saverio Braggio 27/04/2016 ore 22:25 @saverio.braggio

    Ho letto l'articolo mentre aspettavo l'autobus per tornare a casa. A quel punto i miei programmi sono cambiati: bimbe subito a nanna e cd de Il Vile nello stereo. Ora la musica suona alta in cuffia e io ho di nuovo i miei 16 anni, fanculo a tutto il resto.
    Grazie infinite per l'articolo, da applausi.

  • giannisprint 28/04/2016 ore 20:20 @giannisprint

    Cavolo...quanto tempo è passato! Con questo articolo mi sono venuti in mente tanti ricordi. Grazie a te e sempre eterno grato ai MK

  • qweasd 29/04/2016 ore 09:34 @qweasd

    bravo andrea, una bella storia per far suonare ancora un disco come pochi altri. go provincia granda go.

  • Andrea Morleo 26/04/2017 ore 23:11 @andreamorleo

    Cresciuto a pane e Marlene, visti per la prima volta durante il tour di "Ho ucciso paranoia". Sfortunatamente dalle mie parti venivano raramente, ma ricordo come fosse ieri il conto alla rovescia e l'entusiasmo della fatidica data.

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