Mauro Pelosi, il poeta dimenticato della musica italiana

08/03/2016 di

Rimasto ai margini della scena musicale italiana degli anni ’70, Mauro Pelosi è considerato da molti come il classico genio incompreso, confinato nella cerchia molto ristretta del prog romano di quegli anni. Vale la pena raccontare della sua storia e del suo approccio sempre creativo e mai lineare tanto alle parole quanto alla musica. Dissacrante, nichilista e rivoluzionario, Pelosi nasce a Roma nel '49, ed è poco più che ventenne quando inizia a farsi conoscere come cantautore; nonostante conoscenze e collaborazioni con nomi importanti (Edoardo Bennato suonerà l’armonica ne “L’investimento”) Pelosi si tiene lontano dal Folkstudio, vero e proprio locale simbolo di quegli anni, e dalla scena romana in genere, preferendo una carriera defilata e silenziosa. Nonostante il suo carattere schivo ottiene un buon successo alla radio, dopo aver pubblicato per la Polydor il 45 giri “Vent’anni di galera/Suicidio”, brani che saranno poi inclusi nel primo 33 giri dell’artista. L'esordio su lp avviene invece nel 1972 con “La stagione per morire”, una prima opera che mette subito bene in chiaro la sua poetica: nove brani appesi a un filo, traballanti e malinconici, violentati dalla sua peculiare voce rauca; affiora così uno scorcio di vita, quel groviglio nascosto di emozioni, turbamenti e felicità mancate attraverso una scrittura semplice, ripiegata su se stessa, nella quale si intravedono le ombre dell’ironia e dell'atmosfera surreale che caratterizza l'opera di Pelosi. 

Il 1972 si rivelerà un anno molto prolifico per il progressive italiano: usciranno, uno dietro l’altro, gli album d’esordio del Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi, mentre le Orme stavano iniziando ad avere un grande successo in Italia. Insomma, in quegli anni si stavano formando gruppi che avrebbero cambiato la musica italiana. Dal grande fermento politico e sociale, in cui anche gli artisti sono coinvolti, Pelosi si mantiene distante: negli anni della lotta politica, pubblica un disco intimistico e terribilmente pessimistico.

L’anno successivo, nel 1973, viene subito pubblicato un suo secondo album, “Al mercato degli uomini piccoli”, che vede la collaborazione con Pinuccio Pirazzoli per gli arrangiamenti, un sodalizio che si ripeterà anche per l’album successivo. "Al mercato degli uomini piccoli" è una piccola perla: la poetica di Pelosi sconfina nel buio assoluto, nel vuoto più totale, una voragine senza uscita. È il piccolo e insignificante vortice dell’“uomo piccolo” nel suo più vano squallore, nelle sue pietose irrequietezze. Lo sguardo ironico ma al contempo molto serio vi si abbandonano totalmente, e allo stesso tempo, vi si distacca, come se Pelosi tentasse di indossare gli occhi di un uomo comune per osservarsi dall'esterno. I suoni sono perfettamente allineati: sono allucinazioni coscienti, amare e tecnicamente eccellenti. “Un mattino” è una marcia funebre all’indietro, i suoni sembrano veramente tornare su se stessi, come una vita vissuta al contrario, con la morte negli occhi. Il suo secondo lavoro è quindi un concept album sugli ultimi, un album a suo modo politico, potremmo dire, nella sua accezione più ampia e filosofica; l’artista romano si guarda intorno, partecipa a quello che sta succedendo in quegli anni, ma lo elabora in maniera del tutto personale. 

Mauro Pelosi è un cantautore dell'assurdo e un grandissimo poeta che, come tutti i poeti, non è contemporaneo della sua epoca; la sua scrittura non è attuale, non assimilabile ad un periodo storico seppur ricco come quello dei primi anni ’70. Nonostante questo, le sonorità sono fortemente contemporanee al suo tempo: un progressive rock molto internazionale, con dei momenti di innovazione interessanti. L’lp omonimo del 1977 rappresenta al meglio la svolta più paradossale e alternative dell’artista. “Ho fatto la cacca” su tutti, è quasi un brano concettuale: Mauro Pelosi fa la cacca dappertutto, sui dischi, sui libri, perfino su se stesso, sulle sue parole, sulla sua sensibilità e, alla fine, per la troppa fatica, se la fa addosso. Ma la sua non è una merda d’artista vanitoso, è un divertissement scevro di intellettualismi, forse è più un disprezzarsi con estremo autocompiacimento, l’apice del nichilismo. 

“Il signore dei gatti” è l’ultima conferma di Pelosi, datata 1979: le atmosfere si fanno meno opprimenti e plumbee ma rimangono tutti i segni che distinguono il cantautore romano. Seguirà un lungo silenzio. L’ultima sua traccia è una ristampa della Universal de “Al mercato degli uomini piccoli” nel 2009, scintilla che poteva essere importante per un recupero significativo dell’opera di Pelosi. Si dice che abbia del tutto cambiato vita e che faccia il ristoratore a Trastevere. Pochissime interviste, nessun comportamento fuori dalle righe, forse anche nessun rimpianto per ciò che è stato, per non essere stato considerato a dovere. Un privilegio, quello della mancanza di rimpianti, che in pochi possono concedersi.

Tag: Retroterra

Commenti (1)

  • Alessandro Pintucci 09/03/2016 ore 00:27 @alessandro.pintucci

    Ho 45 anni e faccio molta fatica a vivere con la musica. Del resto quest'era dei reality è dieci volte peggiore degli ambienti negli anni 70. Sul blog del mio sito si parla di questo e di molto altro.
    Alessandro Pintucci
    www.alessandropintucci.it

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