Nello Taver: "Ma cosa ve ne fotte di quanti ascolti fa un disco?"

Mentre tutti celebrano sempre e solo sé stessi, tra presunti dischi di platino e dozzine di palazzetti sold out, c'è un ex cameriere youtuber che ci invita tutti a smetterla con questa barzelletta. Ecco perché "Fallimento" di Nello Taver è un disco serissimo, oltre che ben fatto

Nello Taver, foto di Filippo Florindo
Nello Taver, foto di Filippo Florindo

È chiaro che nell'epoca dei fuori ora ovunque, dei 12mila dischi di platino, delle bombe emoji e dei 27 Forum sold out, un disco che si intitola Fallimento parta parecchio avanti nella nostra considerazione. Perché l'autocelebrazione di questa discografia – che invece non è che goda di grande salute – ha ormai raggiunto livelli da parodia, e forse serve una voce come quella di  per farlo notare. 

Fallimento – introdotto con un omonimo diretto da Lussorio Piras – è il titolo del suo primo vero album, uscito per Thamsanqa/The Orchard. Contiene tra feat. (Guè, Speranza e Inoki), un tributo alla più grande trapstar che abbiamo, Carmelo Bene, omaggi alla vecchia attitudine da freestyler dell'ex cameriere della pizzeria O'Francese di Casalnuovo (Napoli). Ci sono i beat di Alberi Alti e le rime di Nello, che grazie al suo approccio "lol" può permettersi di dire di tutto. E lo fa: a differenza di molti colleghi, i contenuti in questo disco ci sono eccome, sin dalla prima traccia. Il suo flow grezzo, super '90, è del tutto dissonante con quel che si trova in giro, e già questa è un'ottima cosa. 

Insomma, magari non sarà il Redentore, come lui stesso ironizzava nell'ep d'esordio Sto salvando il rap italiano, ma Nello Taver in questo momento rappresenta una voce fuori dal coro (no, non nel senso di Mario Giordano), molto preziosa. Si apre la stanza di Zoom e cominciamo a parlare. 

Nello Taver, foto di Filippo Florindo
Nello Taver, foto di Filippo Florindo

La nostra società è basata sulla celebrazione dei successi, in questo la discografia è arrivata al parossisimo. Perché tu hai deciso di celebrare invece il fallimento?

Il disco parla del del diritto di poter fallire, del fatto appunto che al giorno d'oggi il fallimento non sia assolutamente contemplato, del tutto eclissato dalla narrazione tossica del successo. Avviene a ogni livello, a partire dalle università che sono diventate super competitive, al mondo del lavoro o a quello dello spettacolo. Dopo di che il mio vero fallimento sta nel fatto che sì, fanculo il successo, ma io per fare questo disco e il film comunque mi sono impegnato, alla fine ho inseguito anch'io quella strada.

Sei diventato parte del problema?

Vorrei non fregarmene un cazzo di niente e di nessuno, dire tutto senza filtri al cento per cento. Ma nessuno può farlo fino in fondo. 

Chi alimenta questa narrazione?

Prima di tutto i magazine, i giornali che parlano di musica, che appena esce un pezzo non fanno passare manco un'ora e già fanno il primo post: “è una hit oppure un flop?”. Oppure ti passano in rassegna tutti i numeri degli stream di questo o quell’album a una settimana dall’uscita. Quando ero ragazzino e mi ascoltavo Fabri Fibra oppure i Dogo non mi sono mai chiesto quante copie avrà venduto, quanti numeri avrà fatto, quanto avrà incassato.

Idee su come se ne esca?

Oggi i ragazzi, quando scoprono un nuovo artista, vanno su Spotify, vedono le canzoni con più stream e ascoltano quelle, che spesso coincidono con quelle con i feat. Per me, ad esempio, le piattaforme dovrebbero togliere il numero degli stream, come ha fatto ai tempi Instagram con i like. E poi tutti quanti, a cominciare dai magazine, dobbiamo ricominciare a parlare di musica e non di stronzate, dare più spazio alle opinioni di chi se n’è formata una piuttosto che limitarci a “è una hit oppure un flop?”.

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Vedi delle “colpe” anche a parte di Tik Tok?

Se la gente non ascolta più un disco per intero, sicuramente Tik Tok ha delle responsabilità, perché promuove una fruizione da “pochi secondi e skippo”. Tik Tok ha dato a tutti l’illusione che per diventare famosi basta fare un video da dieci milioni di views: il suo algoritmo è stato creato apposta per farti sentire famoso e farti pubblicare contenuti a più non posso.

Non è un paradosso che un personaggio nato sui social sia tra i pochi a parlare apertamente contro i social?

Io quando ho iniziato ho preso la scorciatoia dei social, ma non è che dal nulla ho messo un pezzo su Tik Tok e il giorno dopo mi sono ritrovato con i paparazzi sotto casa. Il primo pezzo che mi è esploso è stato Happy Hippo, che è arrivato al milione di visualizzazioni dopo tre anni. Questo mi ha permesso di capire gradualmente la strada che dovevo prendere. Sono sicuro che se avessi avuto un colpo di fama tutto d'un botto ci sarei rimasto sotto. E molto probabilmente avrei fatto una serie di scelte sbagliate, e oggi non saremmo nemmeno qui a parlarne.

Cosa rispondi a chi dice che non sei un artista, ma uno che gioca con la musica?

Rispondo semplicemente “ascoltatemi”. Ci sono mille dinamiche e mille strade diverse per arrivare a farsi conoscere, ma poi conta la sostanza di quel che si produce. 

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Il sistema è più democratico di un tempo?

Io penso che sia meglio tanta musica, seppur spesso di merda, che poca musica, quasi sempre in mano a dei vecchi che decidono che cosa deve uscire e che cosa non deve uscire.

Oggi cosa spinge la gente a fare musica? 

Quando ho iniziato sinceramente non ero assolutamente consapevole di quello che stavo facendo, e di dove sarei potuto arrivare. È una cosa che è arrivata con il tempo. Non ritengo sia sbagliato che le persone facciano musica sognando di avere successo e di fare i soldi, ma se questa visione è il centro di tutto c’è un problema. 

Quando è iniziata la liason con il rap?

Io ho sempre ascoltato rap, da ragazzino ero in fissa oltre che con Dogo e Fibra, con Clementino e i Funky Pushertz. Inizialmente non volevo fare il rapper, ma l’attore. A sedici anni però ho iniziato a fare i freestyle in giro per Napoli, da Cammarota al centro storico, così a cazzeggio. Poi col primo disco e soprattutto il primo tour mi sono detto “okay, voglio provare a trasformare questo cazzeggio in qualcosa di diverso”. 

Cos’era accaduto in quel primo tour?

Che ho visto che sotto il palco c’era gente, ed era gasata. Se ne andava via contenta. Comunicando sui social non sai mai davvero se le persone esistano o no, quanto siano annoiate davanti a quello schermo. Qua era tutto molto più concreto. 

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Qual è la cosa più sbatti di tutto questo processo?

Per fare un album da indipendente devi stare dietro a troppe cose, i conti, le persone che lavorano sul progetto. È molto impattante. Per questo mi sono affidato a Thamsanqa, casa discografica indipendente di Milano. Avevamo iniziato il disco a Napoli, ma poi io e Dave, il mio produttore, avevamo capito che avevamo bisogno di un’altra dimensione, di uno studio anzitutto.

E così ti sei trasferito a Milano, ho letto che ti trovi bene. Non ci sono più i napoletani di una volta…

Mi piace Milano perché qua tanto sono tutti terroni, quindi mi sento a casa. Conosco un sacco di gente, volendo posso tornare a Napoli in giornata se ho nostalgia. Non mi piace la “movida” di Milano e che ci sono troppe tarantelle, troppa gente che pensa a fottere il prossimo, ma per il resto mi pare un posto ok. Il problema è che quando dico a qualcuno che sono qua da otto mesi tutti mi rispondono allo stesso modo.

Come?

“Sappi che tra tre o quattro mesi…” Mi stanno mettendo tutti quest'ansia addosso.

Che ne pensi di questa ondata di “napolismo” nella musica e non solo?

Che l’importante è gestirla. Anche perché pare che stiano vendendo un'immagine di Napoli un po' falsa, quella dei panni stesi nei vicoli per intenderci. E intanto alzano i prezzi degli affitti alle stelle. 

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Artisti napoletani da consigliarci, oltre ai nomi più famosi?

Ce ne sono assai. Kepa, mi piace molto. VMonster, che è già abbastanza grande. Big Effe e Uomodisu. Poi Rosolo Roso, anche se è di Nola. E G Coal che in quanto a beat spacca malamente. 

Un’ultima cosa: questo disco sarà un successo se, questo disco sarà un fallimento se?

Sarà un successo se la gente viene ai concerti, e canta i pezzi. Io ai concerti spingo eh, no playback e tutte quelle stronzate. Sarà un fallimento se verrà percepito come un disco meme. D’altra parte chi dovesse percepirlo come un disco meme vuol dire che non ci capisce un cazzo. 

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L'articolo Nello Taver: "Ma cosa ve ne fotte di quanti ascolti fa un disco?" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2023-11-13 13:17:00

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