Nino Ferrer: il passeur della musica che mirava dritto al cuore

Alla ricerca della natura incontaminata, attraverso tutte le arti: pittura, cinema, moda e, naturalmente, musica

Nino Ferrer
Nino Ferrer
29/01/2016 - 12:26 Scritto da Mattia Nesto

In "Vento largo", Francesco Biamonti, scrittore del ponente ligure, racconta la storia di Vari, passeur e coltivatore di mimose a tempo perduto. Come passeur viene indicato chi, specialmente in Francia o verso la Francia, fa passare il confine ai clandestini. Senza entrare in ragionamenti che non ci competono, possiamo dire che Nino Ferrer, il cantante famoso in Italia soprattutto per “Viva la Campagna” è stato un “passeur della musica”: grazie a lui, infatti, nel pop leggerino e ye-ye degli anni Sessanta francesi e italiani venne innestato il germe del blues, del soul, della musica alta e della canzone elegantemente di protesta.

Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini
Nino Ferrer (vero nome Agostino Ferrari) nasce a Genova nel 1934 da padre italiano e madre francese ma ben presto si trasferisce in Nuova Caledonia, dove il padre lavora come ingegnere presso una miniera di nichel. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale che lo vede sfollato nella sua Genova, Nino si iscrive alla Sorbona di Parigi. La laurea prima in Lettere e Filosofia e la specializzazione in Etnologia poi, fanno capire bene come egli sia destinato, in un certo qual modo, ad occuparsi della stirpe degli uomini. Durante gli anni dei suoi studi parigini ha modo di interessarsi e occuparsi particolarmente degli usi e costumi delle popolazioni primitive, facendo suo un assioma che mai più lascerà, forse desunto dal mito del “bon savauge” di Rousseau. Nino si convince che solo l’uomo primigenio potette abbracciare una, seppur fuggevole, autentica forma di felicità. Quella primigenia forma di felicità che Nino, a conti fatti, mai trovò nella sua di vita, se non a brevi tratti.



Storie di jazz, di teatro e di quadri
Ma la Parigi degli anni '50 non significa soltanto Sorbona e studi universitari. Quelli sono i ribollenti anni della decolonizzazione e, in particolar modo, della Guerra d’Indocina, dei grandi dibattiti intellettuali e la stagione d’oro dell’Haute Couture (e forse proprio per questo motivo Nino Ferrer si caratterizzò sempre per un vestiario ricercato e molto raffinato, simbolo di quell’eleganza da parigino bohémien che mai abbandonò del tutto). In questo periodo riprende la passione giovanile della pittura, coltivata fino agli ultimi giorni. Contestualmente frequenta e recita da dilettante nella Les Théophiliens, la Compagnia teatrale dello Stabilie della Sorbona; suona musica jazz nei bistrot, entrando nella band di Richard Bennet, Bill Coleman e Nancy Halloway. Si comprende bene come questi anni furono decisivi nella formazione umana e artistica dell’italiano che, di fatto, entrò in contatto con praticamente tutte le forme d’arte. Forme d’arte che poi, nel prosieguo della sua carriera, andò via via a sviluppare. In più, grazie alla collaborazione con musicisti statunitensi, oltre all’italiano e al francese, imparò anche l’inglese, potendo così conversare, cantare e recitare, con la stessa naturalezza, in tre lingue.

Dal 33 giri all’8 millimetri
Durante i primi anni Sessanta Nino si innamora del rhythm'n'blues, influenzato chiaramente dai suoi sodali americani, e grazie al suo timbro di voce molto particolare, roca e gutturale ma che non fa mai il verso né, da una parte, ai tanti chansonnier di quegli anni né, dall’altra, agli urlatori d’Oltreoceano, persegue una terza via che fonde l’eleganza del cantautore parigino con l’anima del cantante nero americano. Ma Nino è sempre un artista dai molti volti ed ecco che, contestualmente al rhythm'n'blues, si mette a fare cinema. Infatti la sua figura, esile e allampanata, con il volto geometrico e enigmatico, si presta perfettamente a film di agenti segreti, spie e uomini rotti ad ogni avventura. Nino Ferrer sbanca così i botteghini di mezza Europa partecipando alle avventure di Jeff Gordon, impersonato da Eddie Costantine (“Ces Dames s'en Mêlent” uno di quelli di maggior successo). Ma questo periodo si chiude con una perla che, per la prima volta va detto, collega in qualche maniera il passeur Nino con il suo Paese natio, l’Italia. Infatti Nino confeziona per Mina la traduzione di “C'est irréparable”, diventata nella versione italiana, “Un anno d’amore”. La versione di Mina (cantatata in “Studio Uno”) è una specie di calipso raffinato e chic in cui si ricorda una storia d’amore ormai terminata. “E di notte/ e di notte/per non sentirti solo/ ricorderai/ i tuoi giorni felici/ ricorderai/ tutti/ quanti i miei baci/ e capirai/ in un solo momento/ cosa vuol dire/un anno d'amore”. In questa traduzione ci sono dentro tutti quegli anni parigini, elettrici e veloci: la letteratura melanconica, il romanticismo declinato nella musica pop e il ricordo che diventa struggimento e patimento del desiderio.

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L’intellettuale che si fece popolare e bucolico
Fino a qui la carriera e la parabola esistenziale di Nino Ferrer appaiono scorrere su binari abbastanza precisi. Infatti lo si è visto sempre nei panni di un artista, cantante, pittore o attore raffinato e intellettuale, che, anche quando scende nelle “malebolge della musica leggera”, lo fa sempre con massima consapevolezza, quasi per non sporcarsi troppo le mani. Certo è evidente la passione per la musica, ma questo sentimento viene sempre mediato da una volontà espressiva di volgere le cose nello scherzo, nello sberleffo e nei giochi di parole. Si prendano ad esempio “Mirza” o “Les Cornichons” che ancora adesso nelle Facoltà di Lingue e Letterature Straniere viene utilizzata per imparare alcuni nomi di alimenti in francese. 

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Certo canzoni leggere e divertenti ma che, se ascoltate con attenzione, rivelano un’autentica e genuina furia espressiva, trasmessa anche nel modo di suonare, così carnale e pulsante da poter essere, senza ombra di dubbio considerato come musica soul. E anche in questo caso l’eleganza e dei modi e del vestiario denunciano quest’anima “fratta e divisa” di Nino. Natura così eterogenea che letteralmente esplode quando, sul finire dei '60, torna in Italia. Ferrer inizia a mietere un successo dopo l’altro in fatto di dischi, entrando in contatto e in sodalizio con i maggiori autori dell’epoca. Da ricordare “Donna Rosa”, scritta da Pippo Baudo per la sua trasmissione “Sette Voci” e anche “Al telefono”, ambedue canzoni piene di giochi di parole, di buffi riferimenti ma sempre connaturati da una pacca che fa muovere le carni, scostare le vesti e impregnare i capelli di sudore.

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Anche in “Viva la campagna”, nonostante l’innocente dichiarazione d’amore verso un mondo bucolico, c’è il germe di una critica sociale: proprio negli anni in cui la modernità era tutto e l’appartamento con la macchina era il desiderio di milioni di italiani, Nino Ferrer, in prima serata su Rai Uno, elenca tutti i vantaggi del vivere in campagna a contatto con la natura. Il rivoluzionario con la spiga di grano in bocca e l’abito bianco.

I’m black and I’m proud!
Quasi vent’anni prima della celebre frase pronunciata da Jimmy Rabbitte in "The Commitments", film di Alan Parker (“Gli Irlandesi sono i più negri d'Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: "Sono un negro e me ne vanto!”), Nino Ferrer compose “La pelle nera”, forse il suo più grande successo e la sua canzone più iconica, almeno in Italia.

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Qui il cantante illustra il suo modo di vedere la musica ed esprime la sua personale ammirazione per i grandi della musica soul, da Wilson Pickett (che in Italia in quegli anni, anche grazie a Battisti, godeva di un fantastico seguito) a James Brown. E ovviamente alla fine degli anni '60 questo grido di “volere la pelle nera” deve aver scosso più di una coscienza. Ma al di là del testo, che lo ripetiamo è sempre molto leggerino e divertente, è la musica a colpire. Una musica sensuale, piena di fiati, di batteria e di... soul. Che poi Nino Ferrer la canti in un perfetto smoking da James Bond portato splendidamente sulla sua magra figura poco importa: la musica nera, anche in Italia, è ormai sdoganata.

Siamo tutti mediterranei
A questo punto Ferrer inanella altri successi, come “Il re d’Inghilterra” e, soprattutto, “Agata”, cantata in coppia con il popolare attore Nino Taranto. In televisione è richiestissimo e storici sono i suoi duetti con la rampante Raffaella Carrà. Tuttavia nel 1970 qualcosa succede. Nel momento apicale della sua carriera, torna, bruscamente, in Francia. Leggendo i rotocalchi e i giornali dell’epoca si comprende come Nino si sia allontanato perché stufo del mondo dello spettacolo.
Frutto di questa stagione di allontanamento (che poi diverrà la cifra stilistica della sua intera e restante esistenza) è “Le Sud”, canzone e album del 1975. Osannato in Francia e poco conosciuto in Italia, "Le Sud" è un disco che non teme di essere affiancato a “Histoire de Melody Nelson” di Serge Gainsbourg. In "Le Sud" Nino Ferrer pare come riallacciarsi ai suoi antichi studi di etnologia, tratteggiando una sorta di eden perduto che ha i contorni di una casa bianca, immersa nella natura e contorniata dagli animali. Non è un quadretto idillico ma una precisa scelta politica ed etica: in un mondo sempre più inquinato e stretto nella morsa del business a tutti i costi, l’unica via di salvezza per l’uomo è la fuga nella natura, nel “bel tempo che dura milioni di anni in più/ e non finisce più”.

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Il look di Nino Ferrer è stato sempre, con le varie differenze di stili e di mode, una bomba. E nel video qui sopra, con la barba incolta da hipster, il cappellaccio neofolk, la camicia rossa à la Dylan Dog e la compagna che potrebbe essere benissimo un’eroina della disco-music o dell’hip-hop, suona, ancora una volta, tremendamente contemporaneo.

Buon ultimo compleanno Nino!
Gli ultimi anni sono anni di sempre progressivo e maggiore allontanamento, con qualche sparuto e improvviso rientro alla base, come quello del 1988, con l’album “Che fine ha fatto Nino Ferrer” nel quale l’artista ripropone le sue vecchie canzoni al pubblico italiano in nuove versioni. Di lui si ricordano molti album negli ultimi anni, praticamente tutti interamente autoprodotti e che fanno capire, una volta di più, il desiderio di assoluta libertà e autenticità perseguito in tutta la sua vita. Vita che Nino Ferrer decide, il giorno di Ferragosto del 1998, il giorno del suo compleanno, di terminare in modo volontario. Prende il suo fido fucile da caccia e si spara un colpo dritto al cuore. L’ultimo passaggio “del passeur” della canzone: sempre elegante, sempre furbo e mai banale. Neppure nella morte.

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L'articolo Nino Ferrer: il passeur della musica che mirava dritto al cuore di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2016-01-29 12:26:00

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