Abbiamo chiesto a una classe di terza media se sia giusto pagare per ascoltare musica in streaming

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27/03/2018 di

Quando Spotify ha annunciato che avrebbe sospeso gli account craccati da app illegali è scoppiato un putiferio. Da tempo esistono infatti dei metodi piuttosto semplici per usufruire di musica illimitata senza pagare l’abbonamento mensile, dicendo addio alla pubblicità su pc e, soprattutto, aggirando la versione shuffle obbligatoria su smartphone. In vista del suo debutto a Wall Street, Spotify ha pensato bene di dare una ripulita tra i suoi utenti truffaldini, inviando una mail severa ma giusta che avvertiva di possibili azioni mirate in caso di irregolarità. L’incredulità e l’indignazione che ne sono scaturite fanno sorgere diversi dubbi, perché solitamente se uno viene beccato a rubare china il capo e chiede scusa filandosela in silenzio dal retro, non si mette a inveire contro il prezzo della refurtiva dicendo che andrà a taccheggiare in un negozio più bello.

Ci siamo chiesti il perché di tanto astio nei confronti di Spotify, che per altro chiude in perdita da quando ha aperto i battenti, ma soprattutto ci siamo chiesti se esiste ancora il concetto di musica come bene/servizio che si acquista dietro esborso di soldi. Siamo tornati a chiedere l’opinione delle nuove leve, dei ragazzi che presto inizieranno a frequentare i concerti e che stanno ridefinendo il volto dell’industria musicale, economicamente e artisticamente. Abbiamo fatto qualche domanda a una classe di terza media, a 26 giovani rampanti cresciuti a pane e tecnologia.

Il primo quesito posto è stato specifico su Spotify. Tutti sanno di cosa si tratta, un buon 50% lo utilizza da pc o su smartphone in versione gratuita, magari dopo aver sfruttato il primo mese free per poi proseguire gratuitamente. Nessuno di loro lo ha mai utilizzato pagando, ma il 23% degli interrogati (6 alunni) padroneggia senza problemi, o rimorso, la versione craccata dell’app. La reazione più rilevante al giro di vite sulle app illegali è stata un’alzata di spalle con nonchalance, tipico di chi ancora non frequenta Facebook. Nessuno di loro ha intenzione di passare alla versione Premium legale e hanno dichiarato che semplicemente cercheranno una diversa versione dell’app o cambieranno fornitore di musica da ascoltare gratuitamente.

Siamo quindi passati alla domanda da un milione di dollari: è giusto dover pagare per poter ascoltare musica? Il no è stato sancito da un plebiscito unanime e abbiamo voluto saperne di più. La motivazione più gettonata è stata che “tanto la solita roba si trova su YouTube”, tesi che va a sposare perfettamente i dati già raccolti in un campione simile secondo cui i ragazzi raramente ascoltano i dischi per intero, preferendo invece focalizzarsi un determinato pezzo accompagnato dal suo videoclip. Un fine stratega ha addirittura ipotizzato che, se Spotify dovesse smettere di esistere, gli artisti metterebbero semplicemente gli album interi a disposizione su YouTube, perché tanto i profitti non vengono dallo streaming e nessuno è più disposto a spendere, neanche per l’acquisto fisico dei dischi in cd o, sia mai, vinile.

È opinione comune, infatti, che il pagamento per l’ascolto in streaming sia una piccolissima parte del guadagno di un artista, che fa i soldi soprattutto con i concerti, gli sponsor e il merchandising. La natura interamente digitale e volatile di un brano, o di un disco, non ha quindi più il peso e il valore tangibile che aveva un cd, oppure che ha tuttora l’evidenza empirica di un live. Il problema quindi non è Spotify, ma l’intera concezione dello streaming come bene degno di essere pagato. In sostanza, da una parte abbiamo un settore in declino, mentre dall’altra abbiamo il permeare sempre più capillare dell’idolatria. La musica intesa come produzione musicale artistica è diventata una briciola che si perde di fronte all’interesse e al flusso di informazioni relative agli artisti.

Se domani Instagram decidesse di mettere a pagamento le stories di Sfera Ebbasta probabilmente scoppierebbe una rivoluzione o il trapper di Ciny inizierebbe a fatturare l’equivalente del Pil nazionale.

Tag: spotify scuola opinioni sondaggio

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