"People of the Moon" dei Nu Genea è un film di Salvatores messo in musica

Il viaggio non è più (solo) partire: è restare in movimento, insieme, dentro una musica che mescola tutto e tiene il mondo aperto. Come il "Marrakesh Express" o nell'ultimo bellissimo album della band napoletano, il 23 maggio a MI AMI

Le foto sono di LLum Collective
Le foto sono di LLum Collective

Se "Marrakesh Express" era partire, "People of the Moon", nuovo album dei Nu Genea (sabato 23 maggio tra i grandi protagonisti di MI AMI 2026), è un ritorno ma senza casa, perché casa è diventata una traccia da seguire: un sentiero, una via dei canti che passa per Napoli, il Mediterraneo, e un mondo intero che si mescola e continua a girare, ostinato, su un groove che non si ferma. Anche mentre là fuori si stringono confini, si alzano muri e qualcuno prova a convincerci che il mondo sia più piccolo di così.

"Marrakesh Express", 1989, Gabriele Salvatores. Un gruppo di amici, una macchina, una traversata verso il Marocco per pagare la cauzione a un amico nei guai. È tutto lì, sulla carta. Poi però succede altro. Le bici nel deserto, una partita improvvisata, Italia contro Marocco, il blues sparato mentre il paesaggio cambia e loro ridono, litigano, si riconoscono e si perdono un po’. E all’inizio, quasi come un presagio, quella copertina di Caravanserai di Santana: deserti, figure in movimento, un immaginario che torna oggi nella grafica di People of the Moon, come se quel viaggio non fosse mai davvero finito. La meta esiste, ma non basta. È un pretesto. Il film sta tutto nel mezzo, in quello spazio sospeso dove ti accorgi che il tempo è passato e che crescere non ha niente di epico, ma qualcosa di inevitabile.

E poi c’è un’altra cosa, più sottile. In "Marrakesh Express" loro sono già adulti. O quasi. Fine anni Ottanta: avere più di trent’anni voleva dire entrare davvero nella vita, mettere su casa, lavoro, famiglia, iniziare a stare fermi. Quel viaggio è anche un modo per rimandare tutto questo, per tenere aperta una possibilità. I protagonisti del film vedono una soglia nelle loro vite ordinate e ordinarie, e si buttano a capofitto.

Oggi è diverso. Più confuso, meno lineare. A trent’anni non sei “arrivato”, sei ancora in mezzo. Meno certezze, certamente molta meno sicurezza economica, più precarietà. Ma anche più mondo addosso. Più lingue, più suoni, più attraversamenti. Un bagaglio che non è fatto solo di esperienze, ma anche di ritmi, di musica che arriva da ovunque e si mescola senza chiedere permesso.

Forse è per questo che “People of the Moon” non parla di partire, ma di restare dentroquesto movimento continuo. Non c’è più un prima e un dopo. C’è solo un presente che cambia forma mentre lo vivi. Il disco parte da quella stessa intuizione e la porta altrove. Non c’è più bisogno di partire, perché il mondo è già qui, addosso. “Acelera” corre come una disco che non vuole fermarsi, basso in avanti e testa altrove. “Onenon” gira in loop, quasi kraut, una linea che insiste finché diventa paesaggio, finché smetti di seguirla e inizi a starci dentro. “Shway Shway” rallenta, si apre, lascia entrare l’aria. “Ma tu che bbuò” porta dentro una zurna che spacca la superficie, “Celavì” tiene insieme Africa, Anatolia e Napoli senza trasformarle in cartolina. Funk, disco, afrobeat, suggestioni mediorientali, cose che sembrano venire da un’altra epoca e invece stanno qui, tutte nello stesso punto.

E poi “People of the Moon”, la title track. Sembra un SOS, ma non è un grido d’aiuto. È una chiamata nella notte, qualcosa che raduna invece di disperdere. Una musica da seguire fino a ritrovarsi intorno a un fuoco, sotto la luce della luna. D’altronde siamo il suo popolo, no. Non è revival, non è citazione, non è un party da spiaggia e basta. È un modo di stare al mondo. Una forma di psicomagia: prendere frammenti dispersi, attraversarli, e restituirli trasformati, come se il viaggio non fosse fuori ma dentro il suono.

Tenere insieme il mondo, oggi, è un gesto politico. Mentre altrove si alzano muri, si stringono identità fino a farle diventare slogan, si difendono giardini perfetti oltre i quali inizia subito la spazzatura, qui succede il contrario. Le cose si mescolano, si contaminano, si complicano. Non per ingenuità, ma perché è l’unico modo onesto di raccontare il presente. Un presente fatto di attraversamenti continui, di lingue che si sovrappongono, di confini che esistono solo finché qualcuno decide di crederci davvero.

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E allora quel deserto torna. Quello di Salvatores, ma anche quello evocato dai suoni del disco, caldi, polverosi, pieni di luce. Le ombre lunghe, i colori saturi, una specie di psichedelia terrestre che sembra uscita proprio da quella copertina di Santana. Non è un altrove esotico. È una condizione. È il paesaggio in cui ci muoviamo, senza più una direzione unica ma con la possibilità di restare insieme, almeno per la durata di una traccia. Alla fine non si arriva da nessuna parte. Si continua a viaggiare.

E forse casa è proprio questo: qualcosa che non puoi chiudere, che non puoi difendere, che esiste solo mentre la attraversi. Una linea che vibra, che passa tra i corpi, che cambia forma ogni volta che qualcuno decide di seguirla. Una via dei canti che esiste finché ne segui il ritmo.

Abbattere i confini oggi significa parlare, pensare e ballare nella lingua musicale del mondo che sappiamo e possiamo ballare. Diego, ci vediamo sabato 23 maggio al MI AMI, sotto al palco dei Nu Genea.

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L'articolo "People of the Moon" dei Nu Genea è un film di Salvatores messo in musica di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2026-05-12 17:11:00

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