Perché le canzoni sono sempre più corte

Sin dagli anni '60 durata e struttura dei pezzi (da classifica) sono sempre mutate in base ai mezzi di diffusione. Nell'era di Spotify e TikTok due minuti per un brano possono bastare, secondo un trend che va avanti da tempo
03/06/2020 14:49

Nel 1987 dovevamo aspettare quasi due minuti di strumentale prima di poter ascoltare la voce di Bono attaccare in Where The Streets Have No Name, primo brano dell’album degli U2 The Joshua Tree. Di esempi così se ne potrebbero fare a centinaia, anche nell'ambito del pop "da classifica". Oggi dopo due minuti, in molti casi, non termina l'intro del pezzo, ma il pezzo stesso. La cui struttura, è una dinamica nota, sta cambiando radicalmente e in grande fretta negli ultimi anni: intro corte o più spesso inesistenti, ritornelli rimodulati o, sempre più spesso, assenti.

Secondo uno studio del sito americano Quartz, tra il 2013 e il 2018, la durata media delle canzoni nella classifica Billboard Hot 100 ­– la più citata quando si parla di musica pop internazionale – si è abbassata da tre minuti e 50 a tre minuti e 30 secondi: le canzoni di successo sono più brevi e in generale l’artista sceglie di "arrivare al punto" molto più velocemente di prima. 

Per alcuni la causa della riduzione della durata delle canzoni deve essere ricondotta al calo della soglia di attenzione di ognuno, ma non ci sono prove rigorose che la nostra capacità di concentrazione sia cambiata, né si può affermare che il fenomeno di cui stiamo parlando derivi da una risposta diretta ai gusti del consumatore, che prediligerebbe canzoni più compatte e incisive poichè in grado di distinguersi nell’infinita offerta musicale. È certo, invece, che la musica sia sempre cambiata in base in base alla tecnologia. Innanzitutto, la diffusione dei servizi di musica streaming, che già avevano spinto la tendenza, cui ora si aggiunge l’irrefrenabile e recente avanzata di TikTok

Non è una novità che il supporto privilegiato dagli ascoltatori influenzi la durata media delle canzoni, perché nella storia della musica le canzoni si sono sempre adattate al mezzo di diffusione. Pensiamo agli anni Cinquanta, quando un disco poteva contenere al massimo tre minuti di musica per lato e le canzoni, ovviamente, si mantenevano entro quel minutaggio. Negli anni Sessanta, con la svolta dei long playing, ogni lato poteva contenere circa 30 minuti: circostanza senza la quale i gruppi progressive rock non avrebbero potuto farci ascoltare le loro canzoni lunghissime. Poi, le musicassette e, poco dopo, i CD, fino all’avvento del digitale, che ha consentito una sempre maggiore capacità di archiviazione, ma al contempo cambiando i connotati dell'ascolto

È difficile individuare esattamente quando lo streaming abbia contribuito alla riduzione delle canzoni, perché la lunghezza delle canzoni pop era già in calo dagli anni Novanta. Tuttavia, il fenomeno è accelerato negli ultimi anni, in parallelo non a caso con l’espansione dei servizi come Spotify o Apple Music.

L’anno scorso lo streaming, per quanto riguarda gli incassi totali dell’industria discografica mondiale, ha superato i download digitali e le vendite delle copie fisiche degli album. È divenuto il mezzo privilegiato per usufruire del consumo della musica, e gli artisti si sono adeguati a questo mezzo innanzitutto per motivi economici, poiché ogni canzone viene pagata allo stesso modo, a prescindere dalla durata: All Of the Lights di Kanye West dalla durata di cinque minuti riceve lo stesso compenso del successo I Love it di due minuti. 

Le canzoni vengono pagate all’artista allo stesso modo a prescindere dalla durata – secondo una logica complessa che abbiamo spiegato per Spotify qui, ma che può essere approssimata a $0,004 e $0,008 per stream –, e a patto che l’ascoltatore rimanga in ascolto per un certo lasso di tempo. Se le principali piattaforme streaming considerano "riprodotta" una canzone quando l’ascoltatore supera una certa soglia di secondi – generalmente intorno ai 30 –, allora un artista che ha fatto cinque canzoni da tre minuti guadagnerà di più di un artista che ha fatto tre canzoni da cinque minuti. 

Il risultato? Realizzare un album con tanti brani più corti è più remunerativo che realizzare un album con tanti brani lunghi. Semplici logiche di business. Così, nel 2018 compare Whack World della rapper americana Tierra Whack, album di successo tra i più apprezzati dalla critica, costituito da 15 canzoni di un minuto ciascuna. Un prodotto di nicchia e ricercato, che probabilmente rappresentava un esperimento artistico, ma emblematico di una tendenza generale.

Rimanendo negli Stati Uniti, pensiamo a ye di Kanye West: un album del 2018 dalla durata di meno di 24 minuti complessivi, contro i 66, i 40 e i 68 dei suoi tre dischi precedenti. Kendrick Lamar, Nicki Minaj, J.Cole, ma non solo hip hop: anche Eric Church e Jason Aldean, a dimostrazione che anche altri generi come il country stanno seguendo questa tendenza. Una tendenza che non intacca necessariamente la qualità della musica:  Kendrick Lamar ha vinto il premio Pulitzer per la musica per Damn del 2018 .

La lista delle "hit corte" potrebbe continuare all’infinito anche in Italia con Fedez (2 e 11 per la sua recente Problemi con tutti), J-AX, Elodie, Mahmood, Måneskin, Dani Faiv e altri. Nell’ultimo album di Ghali DNA, il brano Cacao con Pyrex – contenuto nella riedizione, così come Milf, con Taxi B, che dura 2 e 16 – conta un minuto e 54 secondi e solo cinque brani su 18 superano i tre minuti. 

Tonica di BEBA dura due minuti, e tutto il repertorio della rapper torinese oscilla tra il minuto e i due minuti e mezzo. In 23 6451 tha Supreme si mantiene quasi sempre sotto i tre minuti. Auto Blu di Shiva da 24.742.216 di ascolti su Spotify dura due minuti e 46 secondi. Anche la DPG appoggia a pieno la tendenza di realizzare brani sempre più corti e, a proposito di musica trap, c’è da considerare un altro punto: negli ultimi anni la trap ha rivoltato gli equilibri della musica mainstream, negli Stati Uniti come in Italia e altrove.

La stragrande maggioranza degli artisti che fanno questa musica sono molto giovani e si fanno conoscere su Internet attraverso i vari mezzi e i vari social, preferendo sempre canzoni brevi, spesso sotto i tre minuti, per l’immediatezza e la necessità di attirare e coinvolgere il più velocemente possibile l’ascoltatore. In ultimo, il fatto che la trap sia diventata così popolare fa sì che ci siano sempre più canzoni trap nelle classifiche delle canzoni più ascoltate, riducendo ulteriormente la durata media delle canzoni.

Appurato che l’economia dello streaming abbia cambiato le canzoni pop, trasformandole in opere più brevi, scattanti, concise e immediate, torniamo a chiarire che da sempre la musica si sia adattata al mezzo di diffusione e alla tecnologia. Ben oltre Spotify, YouTube, SoundCloud e altre realtà online, la musica oggi deve fare i conti con una nuova protagonista: TikTok, quel social network cinese lanciato nel 2016 inizialmente con il nome musical.ly, che nel giro di pochissimo tempo ha spaventosamente alterato l’industria musicale.

Basti pensare che la prima parte della classifica della Viral 50 di Spotify negli Stati Uniti dello scorso anno sia costellata di canzoni rese popolari su TikTok, o che Spotify si sia premurata di creare la playlist tik tok songs trending 2020, una playlist aggiornata con i successi musicali sfornati dalla gigantessa cinese. Basti pensare ad ANNA, con Bando (due minuti e 48 secondi) o a Doja Cat con Boss Bitch (due minuti e 14 secondi), pezzi che sono davvero una figata – senza spingerci troppo in là con i giudizi di valore – e che sono diventati virali grazie a TikTok.

TikTok è un’app attraverso la quale gli utenti possono creare brevi clip musicali di durata variabile – fino a 15 o fino a 60 secondi – ed eventualmente modificare la velocità di riproduzione, aggiungere filtri ed effetti particolari ai loro video, prendendo "in prestito" post degli altri per reagire o collaborare senza bisogno di autorizzazione. TikTok è oggi una delle app più popolari al mondo, veicolo principale della cultura pop globale, tanto che tutti vogliono infilarci il naso e molti cominciano ad emularla, segno della grande eredità che questo social network sta già costruendo, facendo pure scuola a molti.

Qualche settimana fa Kevin Myers, uno dei migliori dirigenti della Disney e gestore dell’attività streaming della società, si è dimesso per divenire CEO di TikTok. Facebook, che aveva già in passato tentato di scopiazzare TikTok – in particolare con l’app Lasso e con l’introduzione di alcune funzioni su Instagram – ha annunciato l’imminente lancio di Collab, una piattaforma di produzione musicale un po’ in stile TikTok, per tentare anche di rivendicare il podio come interlocutore protagonista che si rivolge a Millenials e Generazione Z. 

TikTok sta cambiando l’industria musicale globale, con conseguenze sul consumo e la produzione di musica. Per avere successo e diventare virali, le canzoni devono condensare in loro una serie di caratteristiche. Innanzitutto, devono essere brevi e adatte ad accompagnare brevi video. La combo musica più video genera clip musicali di generalmente di 15 secondi, che vanno a costituire una vasta libreria di frammenti di brani con licenza ufficiale che possono essere riutilizzati per la colonna sonora di altri brevi video, milioni di video. 

Per semplificare, oggi le canzoni vengono realizzate per favorire la "suddivisione in pezzi", in un modo che mostra consapevolezza del contesto del consumo di TikTok. Questa consapevolezza ha inevitabilmente indotto gli artisti a concentrarsi sulle componenti più piccole e fondamentali di una canzone: un ritmo loopable, un testo memorabile, brevità, sintesi, per catapultarsi dritti al successo sfruttando il meraviglioso mondo di TikTok.

C’è un ulteriore risultato complessivo all’avanzata di TikTok come mezzo di diffusione della musica: i frammenti delle canzoni stanno diventando popolari più velocemente delle canzoni stesse, ottenendo un’indipendenza dal brano originale a volte anche problematica. Ne è un esempio Eden, cantante irlandese classe 1995, che con il brano Sex ha generato oltre un milione di creazioni su TikTok, divenendo una delle prime dieci tracce di tendenza a livello globale.

Per ricercare il brano su TikTok e su altre piattaforme, però, gli utenti non digitano direttamente il titolo della canzone "Sex", ma "catching feelings", in base a quello che captano dall'ascolto del brano su TikTok. L’utilizzo a catena dei vari frammenti musicali in TikTok finisce, spesso, per perdere il collegamento diretto del videoclip con la sua traccia principale: quando l’ascoltatore fa fatica a risalire al titolo della canzone, ricerca in base agli elementi rilevanti che ascolta nel frammento musicale. Una "ricerca vocale" da parte dell'utente che ha indotto le etichette a modificare e personalizzare i titoli delle canzoni per renderli più efficaci nella ricerca su piattaforme streaming, così da assicurare anche la concentrazione del capitale di una canzone di successo, che altrimenti si dissiperebbe nella difficoltà di trovare la canzone originale. Così, il titolo di quella che era Sex di Eden, cambierà, anche dopo l'uscita del brano, in Oh no, I think I’m catching feeling – Sex by Eden per ottimizzare il modo in cui le persone assorbono la canzone.

La musica nel 2020 è più corta e i cambiamenti sulla durata e la struttura di una canzone sono sempre conseguenza di un diverso modo di consumare e, quindi, di produrre la musica. Durante il lungo corso della sua storia, la musica è sempre mutata in base ai mezzi con cui poteva raggiungere le nostre orecchie e, oggi, anche la musica deve fare i conti con il veloce mondo online. TikTok lancerà l’era della canzone di 15 secondi o, al massimo, lunga un minuto? Spotify e le altre piattaforme streaming contribuiranno ad accorciare la lunghezza delle canzoni, finchè non modificheranno il loro modo di retribuire gli artisti? Staremo a vedere.

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L'articolo Perché le canzoni sono sempre più corte di Claudia Mazziotta è apparso su Rockit.it il 03/06/2020 14:49

Tag: streaming - spotify - trap - canzoni del momento - pop - opinione

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