Francesco De Gregori - Piazza Castello - Ferrara Live report, 28/07/2001

28/08/2001 di Nicola 'Neghe' Violi



Non è certo famoso per essere un artista che si concede apertamente al suo pubblico, Francesco De Gregori. Distaccato, schivo, di poche parole: le cronache degli ultimi appuntamenti live ce lo hanno descritto così, e anche la serata di Piazza Castello non ha fatto eccezione. Pochissime frasi, qualche timido cenno di ringraziamento e giusto una battuta sul fido capobanda Guido Guglielminetti, fanno da contrappunto allo scorrere piacevolissimo di canzoni vecchie e nuove, quasi tutte capaci di scaldare i cuori sotto al palco. E ce n’era bisogno, ve lo assicuro.

Già un’ora prima del concerto – infatti - la pioggia comincia a cadere insistente, il pubblico si protegge dall’imprevisto come meglio può senza lamentarsi (c’è chi usa le seggiole del parterre non ancora occupate come ripari di fortuna), e solo qualche fischio impaziente si leva di tanto in tanto. Con un po’ di ritardo, alle dieci in punto, De Gregori e il suo gruppo entrano in scena: il tempo di ringraziare per l’attesa bagnata e si parte con una ruvida “Bambini venite parvulos”. Le prime file scattano in piedi sorprese dall’energico attacco, ma in seguito non si alzeranno più (se non sull’altrettanto movimentata “Sangue su sangue”), cullate per lo più da una lunga serie di ballate, vero e proprio marchio di fabbrica del De Gregori più ispirato e metaforico. Il trittico che segue ne è un esempio calzante: “Canzone per l’estate” (scritta per la verità con De André nel lontano ’74), “Un guanto” e soprattutto “Il cuoco di Salò”, sono splendidi esempi della forza compositiva del Principe, capace ancora di scrivere ottime canzoni nonostante l’eccessiva quantità di compilation e live ufficiali che ultimamente hanno infestato la sua discografia.

Dopo una morbida “Compagni di viaggio”, ecco il vero primo tuffo nel passato: è la volta di “Buonanotte fiorellino” (impreziosita da un intro strumentale con mandolino), “Pezzi di vetro” e “Alice”. Il pubblico sembra gradire parecchio e canta in coro, sospinto da quelle che sono riconosciute come pietre miliari della canzone italiana. Tra questi pezzi da novanta, cercano di farsi largo i brani di “Amore nel pomeriggio”, “Condannato a morte” e “L’aggettivo mitico”, nel cui finale si insinua una coda chitarristica inattesa. Il tempo di riprendersi ed è di nuovo magia con l’eterna “La donna cannone”, già mille volte sentita ma capace ancora di commuovere, per di più nello splendido scenario di questa piazza ferrarese, con il Castello degli Estensi al lato del palco.

La musica ora scorre sempre più fluida: in un mix tra vecchio e nuovo ricordo “Stella della strada”, “Cercando un altro Egitto”, “Vecchi amici” e “I muscoli del capitano”. Con l’avvicinarsi della chiusura, parte – in una versione abbastanza trasfigurata rispetto all’originale – la storica “Buffalo Bill”, durante la quale – come tradizione – vengono presentati i musicisti. Dopo una breve attesa è già tempo dei bis, che si aprono con una spigliata “Battere e levare”, a cui segue forse il momento più intenso della serata: De Gregori imbraccia l’acustica inclinandola verso il basso (mi ricorda lo Springsteen della versione scarnificata di “Born in the U.S.A.”) e dà vita ad una “Generale” solitaria ed intensissima.

L’ultimo colpo viene sparato di nuovo dal gruppo al completo, sfila così “La casa di Hilde” prima dei saluti finali. Mentre le luci si riaccendono e nell’attesa vana di ottenere una scaletta da un roadie inflessibile, cerco di trovare qualche sbavatura alla serata, pioggia a parte: forse qua e là affiora un po’ di maniera e “Natale di seconda mano” è un’assenza che non mi spiego.

Ben poco in fondo, ne converrete.



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