Piccoli Bowie d’Italia Rubrica

I Matia Bazar in un'apparizione tv - Matia BazarI Matia Bazar in un'apparizione tv - Matia Bazar
15/01/2016 di

Qualcuno lo chiama l’interzona. È il periodo della storia del rock compreso tra il 1978 e il 1983: non più classic rock, non ancora anni '80. In sintesi, il regno del post punk.
Molte furono le cose belle che in esso videro la luce, ma fu anche il periodo in cui in Italia fiorirono i seguaci di Bowie. Un’influenza esibita, ostentata, quasi un’appartenenza, un chiamarsi fuori ed essere alieni a quello che il nostro panorama musicale e sociale offriva. Tra di essi – meglio chiarirlo subito – non va compreso Renato Zero, attivo dal 1973 e spesso superficialmente accostato al Duca bianco per il suo travestitismo, che nel caso dell’artista romano è però riconducibile più che altro alla cultura transgender.

La cosa paradossale, per chi vive oggi, è che Bowie, prima del 1978 e quindi dei primi due album della trilogia berlinese, “Low” e “Heroes” (1977), in Italia non era affatto considerato. Quando nel 1972 uscì “The Rise and Fall of Ziggy Stardust”, la RCA italiana esitò perfino a stamparlo, nonostante un giovane Carlo Massarini la tempestasse di telefonate chiedendo quando QUEL disco avrebbe visto la luce in Italia. Nel clima molto machista degli anni di piombo, degli opposti estremismi, del progressive (di cui l’Italia fu la seconda patria, dopo l’Inghilterra) e dei cantautori politicizzati, Bowie era visto male per sue pose androgine e ambigue: ascoltarlo e dichiararsene fan portava a una serie di insulti omofobi non piacevoli.

(Una scena dal film "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino")

All’improvviso tutto cambiò. Grazie a due eventi: il primo, il servizio oggi impensabile che Odeon, un rotocalco tv su Rai2 di grande successo all’epoca, dedicò all’uscita di “Heroes”, nel 1977: tramite esso, gli italiani videro il nuovo Bowie futurista e decadente insieme, che peraltro dichiarava di aver “smesso di essere omosessuale”, con buona pace dei timori machisti. L’altro, nel 1981, fu il film “Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, che allora segnò davvero un’epoca, in cui Bowie appare come forse l’unico punto di riferimento nella vita dei protagonisti: un suo concerto era una delle scene centrali del film e sua era la colonna sonora. Il fatto che il film fosse tratto da un romanzo autobiografico, poi, fece aumentare a dismisura le quotazioni di Bowie, già altissime per l’evidente tributo che tutta la generazione new wave gli pagava.

Gino D’Eliso

Triestino, approdato a metà anni '70 alla Numero Uno di Lucio Battisti, alle tastiere in “I lupi” di Ivan Graziani (1977), autore di un album d’esordio che coniuga felicemente canzone d’autore e progressive rock (“Il mare”, 1976), nel 1977 inventa il Mitteleurock (poi titolo di un lato B del 1980), ovvero il rock della Mitteleuropa, ovvero l’insieme di Germania, Svizzera, territori dell’ex Impero Austro-ungarico e Polonia: scenario bowiano perfetto, insomma. L’album che annuncia al mondo la buona novella è “Ti ricordi Vienna?” (che anticipa di tre anni gli Ultravox di “Vienna”, 1980), ultradecadente fin dal titolo. D’Eliso esibisce in copertina basettoni alla Elvis (deceduto proprio in quell’anno), ma cerone alla Bowie. D'altro canto, D'Eliso in quegli anni faceva la spola tra Milano e Londra, dove incontrò Ron Wood e Keith Richards, divenne amico di Rod Stewart e incappò nei Sex Pistols: “Mi hanno fatto paura. Specie Sid: emanava brutte vibrazioni. Era già morto”.



I provini di “Ti ricordi Vienna?”, in cui suonavano Eugenio Finardi, Claudio Pascoli, Walter Calloni (la crema del rock milanese dell’epoca), erano molto rock. Il produttore Tony Mimms, già con Gianni Morandi, Fabrizio De André e Claudio Baglioni, preferì dare una veste disco funky al disco, cosa che scontentò D'Eliso, ma era pur sempre molto bowiana, considerando che “Young Americans” era di appena due anni prima. “Ti ricordi Vienna?”, molto riuscito artisticamente, godette di un supporto abbastanza convinto della RCA, che spedì D'Eliso agli studi allora avveniristici del Castello di Carimate, senza badare a orari e spese. Purtroppo, però, il disco non godette di un'adeguata programmazione radio e tv e passò inosservato, tranne nella regione d'origine del musicista. Dopo il più tradizionalmente rock “Santi ed eroi” (1979, Philips), D'Eliso tornò alle tematiche bowiane e decadenti con il bel “Cattivi pensieri” (1983, CGD), in cui figurano brani dai titoli emblematici come “Orient Express” e “Mittelautunno”. Anche questo disco, però, come i due precedenti, fu un flop e D'Eliso smise di incidere fino al nuovo millennio.

Faust’O

Sarà che geograficamente e culturalmente il Friuli Venezia Giulia è sempre stato un pezzo d'Austria, cui è legato da un rapporto d'amore-odio, e quindi di Mitteleuropa, ma il secondo piccolo Bowie italiano che venne alla luce nell'interzona fu il sacilese Fausto Rossi, anch'egli artisticamente emigrato a Milano e in arte Faust'O. Il nome richiamava “Histoire d'O”, prima romanzo (1954) e poi film scandalo (1975) incentrato sul masochismo, perversione che deve il suo nome al romanzo “Venere in pelliccia” dell'austriaco Leopold von Sacher-Masoch, pubblicato nel 1870, alle soglie della decadente Belle Époque mitteleuropea e che era stato citato da Lou Reed nella sua “Venus in Furs”, scritta per quei Velvet Underground che illuminarono la via di Damasco a Bowie. Il debutto di Faust'O fu da subito bowiano e post-punk. Il suo titolo, “Suicidio” (1978), era arrischiato per un esordio, ma in grado di richiamare subito ai seguaci nostrani della new wave tanto i newyorkesi Suicide, antesignani del genere, quanto “Rock'n'roll Suicide” del Duca bianco, scritto e registrato quando era ancora Aladdin Sane. L'adorazione di Faust'O per Bowie divenne però ancora più esplicita nel lavoro successivo, “Poco zucchero” (1979), che si apre con una programmatica “In tua assenza”, che nei versi di apertura cita quasi letteralmente “Breaking Glass” di Bowie, da “Low” (1976).



Con il singolo “Hotel Plaza”, tratto dal terzo disco, “J'accuse... amore mio”, Faust'O partecipò perfino al Festivalbar, destando stupore per le sue esibizioni in cui si presentava truccato, a piedi nudi e con ricche di movenze mimiche (come Ziggy Stardust...), esibendo tutto il fascino che Mitteleuropa e decadenza esercitavano su di lui. Ma, nonostante la levatura artistica del lavoro, pure migliore dei primi due, l'insuccesso fu identico. Faust'O preferì quindi non concedere più nulla al mercato ritirandosi nella sdegnosa sperimentazione eremitica che lo contraddistingue ancora oggi.

Patty Pravo

Arrivò per terza, la veneziana (ancora Nord-Est e Mitteleuropa) e da una decina d'anni cosmopolita Patty Pravo, che in realtà Bowie lo aveva conosciuto pure di persona, nell'estate del 1972, nel corso del suo soggiorno di una settimana in una villa della periferia romana, ospite della RCA, casa discografica di entrambi. Pravo fu presentata a Bowie/Ziggy e a sua moglie Angela da Carlo Basile, che seguiva il repertorio artisti di stranieri della filiale italiana dell’etichetta, ma si accostò con decisione al modello bowiano solo a partire dal 1978, quando presentò a Discoring, la trasmissione musicale per eccellenza di Rai1, “Pensiero stupendo”, la ballata stonesiana scritta per lei da Ivano Fossati (che pensava in realtà un po' a Mia Martini, con cui stava all'epoca, e alla di lei sorella Loredana Berté, e un po' al rapporto a tre che la Pravo aveva con il suo chitarrista e il suo bassista). Apparve in tv acconciata come una versione femminile di Bowie, aliena, con le ciglia rasate come Aladdin Sane e vestendo un completo maschile simile a quello di “Young Americans”.



Pravo replicò i riferimenti bowiani nel corso di un galà a Campione d’Italia, a cui si presentò in look chic punk con cresta da mohicana, ma scattando polaroid al pubblico proprio come Bowie faceva qualche anno prima. “Pensiero stupendo” fu la prima canzone presentata da un'artista italiana a diventare una hit che si richiamava esplicitamente a Bowie. La canzone è bellissima ed è un classico, ma forse anche il fatto che fosse una donna, pur così agghindata, a presentarla non spaventò il timorato pubblico italiano.

Alberto Camerini

Sempre in quel 1978 cominciò anche l'ascesa di quello che divenne il primo artista bowiano italiano a raggiungere il successo: Alberto Camerini. Chitarrista oriundo brasiliano, ex membro del Movimento (insegnava chitarra al Centro Sociale Santa Marta di Milano), ex collaboratore proprio di Patty Pravo, anche se per un album piuttosto cantautorale come “Mai una signora” (1974), Camerini trova la propria dimensione con l'emergere di post punk e ska e si inventa letteralmente una maschera di ribelle rock'n'roll che affonda le radici nella Commedia dell’Arte italiana quanto nelle esperienze più teatrali del rock internazionale. Il personaggio dell'Arlecchino rock (che per il lato rock richiama Halloween Jack, il protagonista di “Diamond Dogs”, 1974) emerge ancora incompiuto in “Comici cosmetici”, l'album del 1978 con cui chiude la collaborazione con l'etichetta indipendente Cramps, prende forma in “Alberto Camerini” (1980, CBS) e si realizza in modo perfetto in “Rudy e Rita” (1981, CBS), da cui è tratto il singolo-bomba “Rock'n'roll robot”, che omaggia esplicitamente Bowie: “Lui suona la chitarra in una rock’n’roll band” e “Johnny play guitar” a che alludono se non a “Ziggy played guitar”?



Rudy e Rita, i protagonisti del disco, sono entrambi impersonati dallo stesso Camerini, in una riedizione popolana dell'androginia bowiana. Il successivo “Rockmantico” (1982, CBS) saccheggia la copertina di “Aladdin Sane” e assesta un altro colpo micidiale alle classifiche con l'elettronica post-kraut di “Tanz Bambolina”.

Liberovici

Nel 1980 è la volta di Liberovici, al secolo Andrea, figlio di Sergio, compositore, che aveva collaborato con Italo Calvino a Torino nella creazione di un nuovo repertorio di canzone popolare. Il diciassettenne Andrea, dopo un primo album sospeso tra canzone d’autore e delicatezze hippies (“Oro”, 1978, CGD), sforna nel 1980 “Liberovici” (CGD), un lavoro fortemente provocatorio, che unisce immagine punk, chitarre ruvide, temi scabrosi per l’epoca (alcuni ancora oggi) come masturbazione, omosessualità, incesto, empietà antireligiose. La proposta cade nel vuoto, ma all’inizio di “Tira tira tira” viene esplicitamente citata, per un attimo, “V2 Schneider” di Bowie. Racconta Liberovici, oggi serio e pacato compositore di musiche per cinema, televisione e teatro: “Certo che Bowie mi ha influenzato. Soprattutto è stato uno dei primi nel secondo '900 a realizzare , attraverso i nuovi media, il grande sogno wagneriano dell'arte totale. Proprio questo mi colpì di lui, oltre a lavori come “Heroes”, “Lodger”, “Scary Monsters”: la capacità di realizzare, seppur in brevi tratti come sono le canzoni, il concetto di opera totale ovvero musica, testo, scene, costumi, storia, eccetera”.


Ivan Cattaneo

Per Ivan Cattaneo Bowie è sempre stato un riferimento. Dopo una gavetta nell’underground che lo vede impegnato nella sperimentazione vocale e una serie di album in cui la sua crescita artistica è evidente, scopre il suo debito con Bowie, mischiato alla cultura del travestismo, con “Urlo” (1980). Il video di “Pupa”, uno dei più bei brani degli '80 italiani, gronda riferimenti alla nascente cultura neoromantic londinese e al video di “Ashes to Ashes” di Bowie, che ne è stato l’origine. Il passo successivo sarà il successo epocale delle cover futuristiche degli anni '60, ma Bowie, ormai, sarà solo una lontana ispirazione.


Garbo

Il titolo di vero Bowie italiano, si sa, spetta a lui, che probabilmente s’arrabbierà, in quanto certamente la sua produzione non è riducibile al pur evidentissimo debito con il duca bianco. Nonostante abbia dichiarato di aver scelto il proprio nome d’arte, Garbo, in un ufficio anagrafico, con questa scelta Renato Abate non poteva non sapere di omaggiare l’attrice Greta Garbo, icona gay e lesbo, omaggiata da Bowie sulla copertina di “Hunky Dory” (1971). Nel 1981, in piena Christiana F.-mania, Garbo debutta con “A Berlino… va bene” (EMI), che per testo, arrangiamenti e movenze sceniche non ha bisogno di nessun commento.



Il culmine del tributo di Garbo a Bowie si ebbe nel 1986, quando uscì “Il fiume” (Polygram), quasi un plagio di “Heroes”. Anche qui, basta ascoltare.

 

Matìa Bazar

Dopo una carriera di successo negli anni '70 come gruppo di pop melodico di buona fattura e dal successo realmente internazionale, i Matìa Bazar compiono agli inizi degli anni '80 la scelta che non ti aspetti: fuori il tastierista Piero Cassano, il “leggero” della band (poi autore per Eros Ramazzotti), dentro Mauro Sabbione, portatore della passione per Bowie e le novità del post punk più mitteleuropeo. Il primo album che la nuova formazione sforna è emblematico fin dal titolo: “Berlino, Parigi, Londra” (1982, Ariston). Pur discontinuo come risultato artistico, ha il suo pezzo di punta in “Fantasia”, che anche con il video evidenzia l’omaggio al Bowie berlinese, con i membri della band vestiti come nella Repubblica di Weimar degli anni 20, una delle grandi ossessioni bowiane:



Con uno di quei miracoli che talvolta accadono, non è il crollo della popolarità: anzi, i Matia Bazar riescono nella miracolosa impresa di mantenere il vecchio pubblico e di conquistare ampie fasce non estremiste dei seguaci del post punk. Il loro album successivo, “Tango” (1983, Ariston), il cui primo singolo “Vacanze romane” vince inaspettatamente il festival di Sanremo, non solo è uno dei capolavori di sempre del rock italiano, ma li proietta pure alla dimensione di star indiscusse e di unica proposta italiana che può giocarsela all’estero, tanto che pure Conny Plank, produttore tedesco dalle collaborazioni leggendarie (David Bowie, Brian Eno, Kraftwerk, Ultravox, Killing Joke, Eurythmics, Devo), si interessa a loro. “Elettrochoc”, secondo singolo tratto da “Tango”, nelle apparizioni tv si trasforma in un omaggio all’arte mimica di Bowie: se i quattro strumentisti siedono a un tavolo mimando diverse azioni, la cantante Antonella Ruggiero, verso metà canzone, esegue gli stessi precisi gesti che Bowie solitamente compiva all’epoca di Ziggy Stardust durante l’esibizione live di “The Width of a Circle”:

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Commenti (13)

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  • Pino De Padova 17/01/2016 ore 00:50 @pdick

    ghiaccio nove è il titolo di un romanzo splendido

  • paulbod 17/01/2016 ore 09:42 @paulbod

    Non so cosa dire,
    Patty ha venduto 9 milioni di copie del singolo de la bambola in prima battuta, e 40 milioni in totale contate le reedizioni. 110 milioni di LP. Vedete wikipedia e sito Patty
    Un disco a suo modo più innovativo di Space Oddity, con testo di Migliacci, autore anche di Volare/Nel blu dipinto di blu, 25 milioni di singoli venduti (vedere wikipedia e sito Modugno) terzo singolo più venduto di tutti i tempi.
    Dobbiamo rispetto a Bowie appena mancato, ma la sua evoluzione è stata influenzata da Moroder, (vedi wikipedia Moroder), un leader della musica elettronica da tre Oscar, e fondamentale per Donna Summer (150 milioni) Debbie Harry/Blondie (150 milioni) e Berlin, Irene Cara, Coldplay etc. Globalmente più influential di David.
    Per quanto riguarda i Matia Bazar, originano musicalmente dai New Trolls, che nel 66-67 erano molto più avanti di Bowie (Sensazioni, Visioni etc).

    Rispettiamo David ma Patty, Migliacci, Moroder etc non devono niente a nessuno, considerato anche il minor bacino naturale della lingua italiana rispetto all'inglese.

  • Renzo Stefanel 17/01/2016 ore 10:50 @re

    paulbod Mi sa che ti è sfuggito il senso dell'articolo: una rapida carrellata sulla Bowie-mania che travolse gli artisti italiani tra il 1977 e il 1983. Fine. Punto.
    Per quanto riguarda Patty Pravo, Moroder, Migliacci, Matia Bazar, New Trolls, li adoro tutti, ma
    1) su di essi fai delle affermazioni davvero opinabili. In quale modo "La bambola" può essere considerato un brano più innovativo di "Space Oddity"? Dal punto di vista del testo, è un brano assolutamente reazionario già nell'epoca in cui è stato inciso: e per questo lo rifiutarono prima la Caselli, poi la stessa Pravo, che fu convinta a cantarla con l'inganno da Lilli Greco: "Fai finta di accettare. La canti un paio di volte e poi dici che non ti piace" (Sergio Bardotti in "C'era una volta la RCA" di Maurizio Becker, 2008, Coniglio editore). Musicalmente non vedo proprio che particolari innovatività avrebbe. Bella canzone, basta.
    2) L'evoluzione di Bowie è stata influenzata da tantissimi artisti, non solo musicisti: una delle chiavi della sua grandezza è proprio l'aver saputo trasfondere, riassumere, metabolizzare e presentare in una nuova sintesi una enorme parte della cultura mondiale (perlomeno europea, americana e giapponese) degli ultimi 150 anni, incrociandone gli elementi in modo da creare cose nuove e da forzarli a condurre il suo discorso fondamentale, ovvero la ricerca del senso dell'esistenza, di cui ogni particolare della sua opera è un tassello.
    3) Moroder ha avuto comunque una piccola parte nell'evoluzione di Bowie: e cioè la collaborazione per "Cat People". Restando in Germania, dove lavorava il nostro Moroder, che in Italia non aveva trovato nessuno che se lo filava, direi che sono stati ben più importanti per l'evoluzione di Bowie il ritmo motorik di Kraftwerk, Neu! e Harmonia.
    4) Cosa c'entrino i Matia Bazar coi New Trolls, a parte essere genovesi, mi rimane un mistero.
    5) Sui New Trolls sbagli date: "Sensazioni" e "Visioni" sono del 1967-1968, non del 1966-1967. Arrivare prima, però, non significa automaticamente continuare a lungo. Infatti non mi sembrano assolutamente comparabili la profondità e vastità dell'opera di Bowie con quella dei New Trolls, che pure adoro per il loro periodo 1967-1976. Credo che nemmeno a Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo verrebbe in mente una simile affermazione.
    Buona giornata, un abbraccio.

  • Davide Isidax Melis 11/09/2016 ore 14:12 @isidax

    alcune inesatezze...Matia che vincono Sanremo, Poco Zucchero che non comincia con Vincent Price, Hotel Plaza al festivalbar.

  • Valeria Zurlini 07/05/2017 ore 15:51 @lucyllevanpelt

    gran calderone ... l'unico che si distingue un po' per originalita' (ed e' ancora attivo) e' Faust'o Rossi

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