100 anni di Piero Umiliani: memorie familiari di un Maestro del suono

Nel centenario dalla nascita del geniale compositore di colonne sonore (e molto altro) lo celebriamo con le parole delle figlie Elisabetta e Alessandra, curatrici della sua eredità artistica e custodi dei preziosi ricordi di un uomo "spericolato, non convenzionale e innamorato del suo lavoro"

- © Tutte le foto per gentile concessione di Alessandra Umiliani e Elisabetta Umiliani

Il 17 luglio 1926 nasceva a Firenze il compositore, polistrumentista e direttore d'orchestra Piero Umiliani. Di formazione jazz, con le musiche per "I soliti ignoti" di Mario Monicelli (1958) fu tra i primi a portare questo genere nel cinema italiano, per il quale firmò oltre 150 colonne sonore, accanto a composizioni e library per documentari e programmi televisivi. Autore del grande successo "Mah-nà Mah-nà", originariamente scritto per la colonna sonora del film Svezia inferno e paradiso e che raggiunse un'enorme popolarità grazie alMuppet Show, nonché di brani iconici come "Crepuscolo sul mare" e "Gassman Blues", Umiliani è stato anche un precursore della musica elettronica e un pioniere nell'uso dei sintetizzatori in Italia. Colta e insieme popolare, sofisticata e ironica, la sua musica restituisce un genio creativo che si è mosso dal lounge al funk, dal jazz a sonorità sperimentali e d'avanguardia, continuando a immaginare mondi esotici, dimensioni sconosciute e suoni nuovi fino alla sua scomparsa nel 2001.

Nell'anno che celebra il centenario dalla nascita del Maestro, lo celebriamo e ricordiamo attraverso una prospettiva intima e familiare: quella delle figlie Alessandra Umiliani e Elisabetta Umiliani, curatrici del catalogo del padre e promotrici della sua eredità musicale e artistica attraverso l'etichetta di famiglia Liuto Edizioni Musicali, le collaborazioni con artisti contemporanei e la gestione del Sound Workshop, lo studio fondato a Roma da Piero Umiliani nel 1968.

Da curatrici del catalogo di Piero Umiliani e della sua memoria artistica, che cosa rappresenta per voi questo centenario?
È una bella occasione per far riscoprire ai più giovani la musica di papà. Sarà un anno di novità, con l'uscita di musica inedita ed un progetto speciale di Jolly Mare al Sound Workshop.

E da figlie?
Elisabetta: Fa un certo effetto. Papà è morto a 74 anni ed è come se il tempo si fosse fermato: l’idea che ne ho è un po’ astratta, non riesco a immaginarlo così anziano.
Alessandra: Questo tra l’altro rende vecchie anche noi, meglio non pensarci (ridono, ndr).

Dalla scomparsa di vostro papà, vi siete fatte carico di preservarne e tutelarne la memoria: quali ritenete siano state le attività più importanti per valorizzare il suo lavoro e farlo arrivare alle generazioni più giovani?
E: Senza dubbio la ristrutturazione del suo studio, il Sound Workshop qui a Roma. È stata una scelta coraggiosa da parte di entrambe, non essendo musiciste o foniche e lavorando nel mondo della musica solo per quanto riguarda la gestione del catalogo di papà.
A: Anche perché il nostro obiettivo era quello di riportarlo esattamente a com’era negli anni ’70: una bella sfida e un impegno notevole, che però ci ha dato grande soddisfazione.
E: E poi la targa commemorativa a Firenze, città di origine di papà, inaugurata nel 2021 e affissa in via Vacchereccia 3, all’esterno della casa dove abitò dal 1977 al 2001.

E l’aspetto più bello e gratificante?
E: I contatti umani. Delle persone con cui collaboriamo siamo diventate amiche: quando si è coinvolti in progetti di valorizzazione della musica, lo scambio non si limita mai a un rapporto di lavoro. Da Joan Thiele a Jolly Mare, sono tante le amicizie nate così.
A: E lavorare con la musica, per la musica, è sempre un grande privilegio.

Immagino che la gestione di un catalogo così ampio possa aprire anche a qualche difficoltà.
E: La principale è l’assenza di correttezza: ci è capitato spesso che alcuni soggetti agissero in modo non onesto, utilizzando le musiche di papà senza chiederci il permesso. Sappiamo che fa parte del gioco e si è sempre trattato di episodi di piccola entità, ma è comunque una cosa che disturba.
A: Oggi, tra social e alert è anche facile scoprirlo, anche perché tutta la musica di papà è stata rimasterizzata ed è quindi protetta. Troviamo però sempre assurdo chi vuole utilizzarla senza riconoscerla.

Qualche anno fa, chiudevamo così un articolo monografico dedicato a Umiliani: "Malinconica come una bossa nova, intensa come un’improvvisazione jazz, materia raffinata e leggera che danza con discrezione da un genere all’altro, prendendo di ognuno i più bei colori per diffonderli intorno a sé con tutto l’incanto dell’anima musicale e il rigore del grande studioso. Ed è per questo che oggi la musica di Piero Umiliani è un caleidoscopio importante: si intrufola fra i rumori della metropoli, passa il grimaldello a bande di ladri d’appartamento, sorride a giovani fanciulle impellicciate. Proietta tigri e giungle tropicali sulle pareti di un locale, racconta storie di musica nera e ritmi latini, accompagna con geniale garbo i colori dei più grandi varietà. Saltella fra motivetti di raffinata ironia spinta da una profonda, consapevole gioia della vita”. Da figlie, lo riconoscete in queste parole?
E: Nel suo lavoro io trovo la gioia, ma anche tanta malinconia. Come tutti gli artisti, papà era un po’ bipolare e questi due estremi si ritrovano molto nella sua musica. Alcune delle sue library sono molto angoscianti, penso ad esempio a “Guerra e distruzione”: è attraversata da una tensione che non è legata solo al tema del disco, in cui io sento i suoi periodi bui, che poi erano soprattutto quelli in cui non lavorava. Gli artisti hanno sempre a che fare con l’angoscia di non essere più chiamati o che la loro musica possa non essere altrettanto apprezzata in futuro, è una professione che non dà garanzie. La sua musica lo rappresenta molto: nelle composizioni più allegre, ritrovo la persona a cui piaceva scherzare e fare battute. Nei brani più nostalgici, le sue fasi più tristi e pesanti.

È una visione che riuscivate ad avere anche quando eravate molto giovani o una consapevolezza retrospettiva, maturata nel tempo rispetto a quella che è stata la sua vita anche privata e familiare e a come essa si è riflessa e intersecata con la sua musica?
E: Come tutti, da giovane io ero concentrata su di me, sulla mia crescita e le mie problematiche. Percepivo e vedevo i cambiamenti di umore di papà, ma non li sapevo decifrare: ho capito solo in seguito che in lui potessero esserci determinate emozioni.
A: Però, papà è sempre stato molto aperto in casa, non aveva un carattere chiuso: esternava molto, ci rendeva partecipi dei suoi stati d’animo. Io ed Elisabetta abbiamo anche vissuto due esperienze molto diverse: quando papà ebbe l’ictus e smise di comporre, lei risiedeva e studiava negli Stati Uniti. Io invece ho vissuto da vicino tutto quel periodo, dalla malattia (nel 1984 Umiliani fu colpito da un ictus, che lo costrinse a interrompere l'attività musicale fino all'inizio degli anni '90, ndr) alla depressione: per papà fu uno spartiacque enorme, che divise la sua vita in modo netto.

Vorrei chiedervi di condividere un ricordo di lui sia come compositore che come padre.
E: Quando stavamo in campagna, avevamo lo studio in casa. Lui lavorava spesso di notte: ricordo che mi addormentavo, sentendolo suonare e comporre.
A: Il mio è una delle poche volte che mi portò su un set cinematografico, non ci potevo credere. Il film era Aragosta a colazione e ci andammo anche con il nostro alano, che doveva fare la comparsa all’interno del film. Alla fine, la scena venne tagliata e oggi lo si può trovare solo sulla copertina di una rivista, appesa dentro un’edicola.
E: Ricordo anche quando tornavo a casa da scuola e vedevo la porta dello studio aperta, con dentro tutta l’orchestra: mi infilavo sempre dentro a guardare.
A: E poi i ricordi dei viaggi.

Che tipo di viaggiatore era?
A: Molto spericolato. Gli piaceva l’avventura, più di una volta ci ha messe in situazioni rischiose.

Per esempio?
A: In Perù, all’inizio degli anni ’80, ci trovammo insabbiati in un cimitero inca con l’automobile a noleggio.
E: A Cuzco, sparì tra la folla: quando ci ritrovammo, aveva il cappotto tutto tagliato. Ma era un’attitudine che aveva anche nella quotidianità: capitava che uscissimo in barca, senza che lui avesse guardato il meteo. Una volta fummo anche inseguiti dalla Guardia Costiera.
A: E il bello è che, in queste situazioni, lui si divertiva.
E: Oggi sono dei ricordi quasi comici, ma ti assicuro che all’epoca non ridevamo così tanto. Chilometri e chilometri su strade tutte polverose. Ovviamente erano comunque dei viaggi molto belli, che ci sentivamo privilegiate a poter fare, dalla Turchia alla Polinesia, fino agli Stati Uniti. Prima di andare in agenzia viaggi, papà li immaginava sempre consultando atlante e enciclopedia.

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Se oggi doveste consigliare una sola traccia tratta da tutto il suo repertorio, qualche scegliereste?
A: A me piace molto “Crepuscolo sul mare”.
E: Anche a me, oppure “La ragazza dalla pelle di luna”. Però dipende molto dall’occasione e da chi ho davanti.

Che cosa raccontano di Piero Umiliani questi due brani?
E: “La ragazza dalla pelle di luna” esprime il suo interesse verso l’esotico e la capacità di evocarlo anche solo attraverso la musica.
A: “Crepuscolo sul mare” invece fa parte di una colonna sonora bellissima, quella per La legge dei gangsters. Fu ripresa anche in Ocean’s Twelve: ritrovare anche lì la musica di papà ci rese molto orgogliose.
E: Tra l’altro, all’epoca si verificò una coincidenza strana: quando ci chiesero di poter utilizzare questo pezzo nel film, papà era morto da poco, tre o quattro anni al massimo. Fummo invitate all’anteprima del film qui a Roma: ci colpì molto il fatto che il brano, che tra l’altro è molto struggente, fosse stato usato in una scena ambientata in un cimitero.
A: In un film girato tra l’altro a Roma, la città dove ha abitato.

A distanza di cento anni dalla sua nascita, oggi verso quali aspetti della sua carriera vi sembra di riscontrare maggiore interesse?
E: Ce ne sono diversi, dal rapporto con la musica elettronica all’originalità degli strumenti che ha utilizzato. Suscita interesse anche il fatto che ricorresse a un elevato numero di musicisti, cosa che oggi sarebbe più difficile. Quella di papà è una musica ricca di sonorità, di suoni che trascendono il tempo. Talmente all’avanguardia rispetto ai propri tempi che, all’epoca, il valore della sua ricerca non fu pienamente riconosciuto e considerato.
A: Anche perché si inscriveva in una particolarità, cioè che, a differenza di altri compositori, papà ha toccato il jazz come la musica elettronica. È un aspetto molto bello del suo percorso.

Il tema della ricerca del e nel suono mi sembra un punto centrale per raccontare il lavoro del Maestro: che ricordi avete del suo processo creativo?
A:
Papà era molto interessato ai nuovi strumenti: frequentava i negozi che li vendevano, chiedeva cosa fosse uscito, quali fossero le ultime novità. Raggiunse Londra in macchina per acquistare uno dei primi VCS3, che ritirò direttamente a casa del suo inventore, pur di essere tra i primi a poterlo studiare per provare a creare suoni nuovi. Abbiamo diversi manuali di istruzioni, anche molto grossi, che aveva tradotto grossolamente in italiano, da solo.
E: Tra l’altro, l’ispirazione non gli veniva sempre in studio: abbiamo trovato appunti su carta da lettere di diversi alberghi, idee che gli erano venute in viaggio e che si era scritto. Poi trascriveva tutto in un librone, a cui attingeva quando gli commissionavano un lavoro.

Quali saranno le occasioni per celebrare insieme la sua eredità in occasione del centenario?
Dal 16 al 22 marzo, il Roma Film Music Festival dedicherà tre giornate a papà. È un evento per noi speciale anche perché si terrà ai Forum Studios, gli storici studi di registrazione fondati nel 1970 da Armando Trovajoli, Ennio Morricone, Luis Bacalov e Piero Piccioni: una sede che ci rende felici, così come l’entusiasmo e la disponibilità del Presidente Marco Patrignani, che ringraziamo. Nell’ambito del festival, il 16 marzo festeggeremo papà con un concerto molto intimo di Gegè Munari, suo batterista storico, che eseguirà in quintetto il repertorio più jazz e classico di papà. Il 18 marzo, lo celebreremo invece con un live dei Calibro 35. Oltre a questo, siamo al lavoro su una mostra immersiva, che includerà anche dj-set, interviste e l’esposizione di oggetti appartenuti a papà o allo studio.
E: Il 26 marzo, io sarò invece ospite dell’evento “100 Umiliani. Un secolo di genio e musica libera”, organizzato dal collettivo Club Recordo presso la residenza d’artista Villa Filanda Antonini di Lancenigo, vicino a Treviso: un’occasione per condividere ricordi e aneddoti sul lavoro di papà, con una listening experience in cui ascolteremo integralmente un suo disco in vinile e, a seguire, una selezione di suoi brani, capaci di raccontarne le diverse anime musicali e la ricerca sonora.
A: Quest’anno uscirà anche un brano inedito di papà…

Ci raccontate qualcosa in più?
E: Si tratta di una scoperta di dieci anni fa, avvenuta mentre stavamo riorganizzando tutto il suo archivio insieme a Pierpaolo De Sanctis della Four Flies Records. Ricordo che era estate, faceva molto caldo: Pierpaolo veniva da me tutti i pomeriggi, aprivamo le scatole dei master e ci mettevamo ad ascoltarli con il Revox. Va tenuto presente che molte delle scatole dei lavori per il cinema avevano titoli che non corrispondevano, perché a volte capita che il titolo scelto in fase di lavorazione di film sia diverso da quello finale. Il master è stato scoperto così: ascoltando, leggendo gli appunti di lavorazione di papà e confrontando le date, fino a capire che ci trovavamo davanti a un inedito.

È una storia che mi sembra quasi una metafora, un invito a continuare a scoprire il lascito musicale di Piero Umiliani: secondo voi, c’è qualcosa del lavoro che ha realizzato e della sua ricerca sonora che non è ancora stato scoperto o capito pienamente?
E: Un ambito ancora non del tutto esplorato è sicuramente quello delle library: papà ha composto cento album di questa tipologia, molti dei quali non di facile ascolto. Anche le loro copertine sono tuttora una continua scoperta: con il fatto che questi dischi non andavano in vendita, per le cover papà sceglieva l’immagine che voleva, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Raccontarle più in profondità sarebbe interessante per mostrare quanto il suo fosse un lavoro veramente artigianale: ricercava gli strumenti e i suoni, componeva, suonava, curava le copertine e ciò che c’era scritto, oltre alla descrizione dei brani.
A: E alla fine ci chiedeva sempre di imbustare i dischi (ride, ndr). Battute a parte, parliamo di una modalità di lavoro che penso oggi non porti avanti più nessuno e che già all’epoca lui era tra i pochi ad avere.
E: Sono usciti alcuni libri dedicati alle library in generale, con alcune pagine dedicate alle principali composte da papà. In realtà, però, ogni disco avrebbe una propria storia da raccontare, dalla musica alla grafica.

Credo che il suo coinvolgimento anche nelle scelte visive che accompagnavano i dischi sia un aspetto inedito ed effettivamente ancora sconosciuto. Da questo punto di vista, quali erano le fonti di ispirazione maggiore per lui?
E: Conduceva moltissime ricerche nelle librerie. A volte, sceglieva nostri disegni d’infanzia o quadri di pittori che amava.
A: Una volta usò anche una foto dei Rolling Stones: l’aveva scurita talmente tanto che Mick Jagger era diventato irriconoscibile, sembrava un gruppo folk (ride, ndr).
E: Di recente, ho scoperto che un’altra copertina è lo scatto di un famoso fotografo francese. Per molti artwork ha collaborato con il grafico Sandro Lodolo, in certi casi ci chiedeva di ricalcare le cartine geografiche. Di molte copertine non sappiamo invece come siano nate. Si trattava in ogni caso di un’attività con necessità molto specifiche: poiché il guadagno era sulle sincronizzazioni, quando cioè le library venivano scelte come musica di commento a documentari o trasmissioni televisive, il budget per la copertina era abbastanza limitato.
A: E doveva essere creativo, per cercare di fare sì che l’album attirasse l’attenzione tra le tante library a disposizione. Tra l’altro, per evitare di saturare il mercato con il suo nome, papà utilizzava tantissimi pseudonimi. Si divertiva molto con questi trucchi: uno era il nome del proprietario del negozio di giocattoli dove ci portava da bambine, un altro quello del direttore del manicomio di Firenze.

Erano persone che conosceva?
E: No. Una volta aprì l’elenco del telefono e ne scelse uno a caso. Erano scherzi che lo divertivano, in un lavoro che, non va dimenticato, era comunque assolutamente solitario.

A vostro papà piaceva festeggiare il compleanno?
No, né il suo, né quelli del resto della famiglia. Non abbiamo neanche una foto dei nostri compleanni da bambine. In questo i nostri genitori non erano convenzionali.

Avrebbe fatto un’eccezione per il raggiungimento dei cento anni?
A: Non lo avrebbe sicuramente festeggiato a casa. Sarebbe partito, avrebbe fatto un viaggio.
E: E, probabilmente, non avrebbe voluto neanche gli auguri (ridono, ndr).

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L'articolo 100 anni di Piero Umiliani: memorie familiari di un Maestro del suono di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2026-03-05 10:55:00

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