Populous: "Il patriarcato ha rotto il cazzo"

Il nuovo disco dell'artista salentino, "W", è un inno alla libertà e un invito a decapitare il maschilismo tossico, grazie ai feat. di M¥SS KETA, Lucia Manca, Emmanuelle e tante altre. Perché il futuro sta nelle donne, nell'ambient e nel dancefloor
25/05/2020 09:51

Il filosofo Zygmunt Bauman sostiene che la nostra epoca è caratterizzata da "relazioni liquide", vincoli, anzi connessioni, molto fragili che stabiliamo con le persone intorno a noi. Equilibri instabili, quelli di oggi, messi radicalmente in discussione nell’epoca del distanziamento sociale. In questo contesto la musica di Populous rappresenta quasi la catarsi musicale per una naturale e autentica riappropriazione della propria sfera di libertà.

Si intitola W, il nuovo album del producer, DJ, compositore e sound designer Andrea Mangia, in arte Populous, che segna una nuova tappa nell’autorevole percorso di esplorazione sonora del musicista salentino. Un album corale, composto nelle prime due settimane di lockdown, che nasce come tributo alla sensibilità artistica femminile e, al contempo, come un inno alla libertà, senza distinzioni di sorta, in primis di genere.

Anticipato dai singoli Flores No Mar, Soy Lo Que Soy e House of Keta, l’album pubblicato per La Tempesta Dischi e Wonderwheel Recordings si caratterizza per una propensione alle contaminazioni che ruotano intorno ai confini più sensuali della latin music toccando le rive della house psichedelia e stratificando il lavoro di ricerca condotto dall’artista di Night Safari nel corso degli anni: dal recupero dei field recordings, attraverso i sedimenti indigeni della cumbia e la fascinazione ancestrale della cultura africana della samba tipica di Vinicius de Moraes, passando per l’electronic pop britannico dei primi anni ’90.

Un lavoro denso di sensibilità, che, grazie all’elettronica, riesce a rendere attuali suoni ancestrali e a riaccendere, in un periodo in cui la scena dei club e dei festival è sospesa, il desiderio collettivo di tornare ad esprimersi attraverso il corpo ed il ballo. Alla sensualità del ritmo fa eco la spinta alla riappropriazione degli spazi di identità, che si ispirano ai movimenti identitari più iconici, quale quello della cultura vouging newyorkese degli anni 70, cui si ispira anche la copertina-manifesto immaginata dal digital artist della scena queer berlinese Nicola Napoli come il flyer di “un party utopico dove faremmo follie per essere invitati”.

W è un disco che non sceglie una precisa latitudine geografica come il precedente Azulejos (registrato a Lisbona) ma la cui coordinate sonore disegnano la mappa per addentarsi in territori lontani e rispecchiano le collaborazioni al femminile che vi hanno preso parte, tutte in qualche modo connesse al percorso artistico di Populous e ognuna con il proprio background musicale: Tokyo (Cushee), Città del Messico (Sotomayor), Caracas (Weste), Buenos Aires (Kaleema).

In occasione dell’uscita di W abbiamo incontrato Andrea Mangia per farci raccontare concept e sviluppo, in un momento atipico e inedito di distanziamento sociale, di una celebrazione musicale collettiva del femminile al di fuori degli stereotipi, contro ogni retaggio patriarcale.

TRACKLIST

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L’idea per il tuo nuovo disco, W, è nata come una provocazione lanciata su Facebook per denunciare come le donne nel mondo discografico siano spesso trattate come personaggi di serie B. Le tante artiste donne coinvolte nel progetto non sono soltanto cantanti, ma anche dj, producer, graphic designer e altre artiste indipendenti come Sobrenadar, Kaleema, Sotomayor, Emmanuelle, Barda, Weste, Cuushe oltre a M¥SS KETA, L I M, Matilde Davoli e Lucia Manca. Quanto ciascuna delle ospiti presenti nel disco, per il ruolo e la professione che svolge o per la conoscenza diretta, ti ha ispirato nella composizione dei brani di cui è protagonista?

Naturalmente l’intero processo creativo è stato condiviso con ognuna delle persone coinvolte. Avrei potuto fare delle basi e mandarle semplicemente in giro, a caso. Ma il processo creativo è stato molto più collettivo del solito. Ecco perché adoro definire questo disco come il mio primo lavoro corale.

A quali di queste donne ti senti più musicalmente e culturalmente affine?

Sarebbe come chiedere il mio genere preferito, ma il punto di questo disco è proprio non aver preferenze o barriere, in tutti i sensi.

Come hai lavorato tecnicamente alla realizzazione del disco. Le singole parti sono state assemblate in post-produzione oppure avete lavorato anche in studio?

Il pezzo con Emmanuelle è nato lo scorso Natale mentre lei era in Puglia da me per poi registrare la parte vocale a Bassano Del Grappa (dove risiedo per metà dell’anno). Con Keta e gli altri abbiamo scritto tutti assieme il giorno dopo lo scorso Milano Pride. Lei è stata in vacanza da me e un pomeriggio, fra un tuffo e un panino al mare, siamo andati a registrare le voci al Sudestudio. Idem per LIM, che è stata da me 4 giorni. Insomma, lì dove si è potuto abbiamo anche condiviso tutto il processo di registrazione e mix. Per altra gente invece c’è stato il cosiddetto ping-pong di file fino alla stesura completa.

A tale proposito, considerando le restrizioni alla libertà degli ultimi tempi a causa della pandemia, saresti riuscito a realizzare comunque le tracce a distanza oppure avresti conseguito lo stesso risultato anche grazie all’apporto dell’elettronica?

Credo proprio di si. Magari ci avrei messo un po’ più tempo, ma decisamente si.

W esce in Italia per La Tempesta Dischi e nel mondo per la Wonderwheel Recordings, due etichette che hanno dimostrato negli anni particolare attenzione nei confronti della world music e delle sue contaminazioni elettroniche, e per le quali avevi già pubblicato il tuo precedente Azulejos. Qual è il percorso che ti ha portato a collaborare stabilmente con queste due etichette? Puoi raccontarci qualcosa in più a proposito dell’amicizia e del rapporto professionale con Nickodemus?

Wonderwheel ha in catalogo alcuni dei dischi che ho ascoltato di più negli ultimi anni. Quando poi ho conosciuto personalmente Nico è stato amore vero. Raramente si incontrano persone tanto genuine nel music biz. Stessa cosa per Enrico. Mi ero trovato bene con Azulejos, perché cambiare?

La copertina dell’album fa pensare all’opening party di un mondo che ha superato una crisi drammatica e si ritrova incredibilmente trasformato, dove il distanziamento sociale e le distinzioni di genere sono superate così come tutti gli stereotipi femminili sempre troppo ricorrenti. Una situazione che nel momento attuale rappresenta un’aspirazione utopica, almeno nel breve periodo, ma in linea con le istanze che vedono al centro un’idea totalmente nuova di femminilità. Questa è la parte del concept alla base del tuo nuovo disco?

Quando con Nicola abbiamo avuto l’idea di fare una sorta di versione queer di Sgt. Pepper’s non potevamo immaginare tutto quello che sarebbe successo. Chiaramente era già pronta in autunno. Ora però quel party che volevamo rappresentare sembra doppiamente utopico.

Qual è la tua opinione sul nuovo movimento femminista che negli ultimi tempi ha tenuto acceso il dibattito sul ruolo delle donne nella società e sulla necessità di un ribaltamento radicale dei presupposti culturali ma anche educativi per le giovani generazioni del cosiddetto “modello patriarcale”?

Il patriarcato ha rotto il cazzo.

Azulejos è stato interamente composto a Lisbona e dal punto di vista delle sonorità tracciava una linea di congiunzione ideale fra la cumbia e l’elettronica europea; in W, invece, il richiamo a luoghi tropicali immaginari avviene attraverso l’evocazione di mondi sonori psichedelici pur rimanendo il comun denominatore dato dal ritmo: quali sono i riferimenti musicali che segui con maggiore interesse e che ti hanno influenzato nella realizzazione dell’album?

L’elemento di novità è forse nei pezzi con la cassa in 4/4. Non credo di averne mai fatti prima. È stata una sfida confrontarsi col dancefloor, un mondo che fino a poco tempo fa consideravo così lontano e che invece ora, a seguito di tanti dj-set, è il posto in cui vorrei essere.

L’autorevolezza associata al tuo nome di producer e che contraddistingue le tue produzioni è il risultato di una ricerca e uno studio applicate alla musica, agli strumenti e ai suoni che hai fatto tuoi nel corso del tempo e le cui radici affondano molto spesso nella tradizione popolare e nell’antropologia: su quale quadrante della world music ti piacerebbe concentrare le tue future esplorazioni?

Sto solo ascoltando e producendo ambient music ora. Tutti i ritmi e tutte le percussioni sono momentaneamente in stand by.

Per molti producer e musicisti la lunga quarantena ha rappresentato un’opportunità per dedicarsi a nuovi progetti o lavori che avevano bisogno di tempo per essere sviluppati, oppure semplicemente per una pausa di riflessione: personalmente, come hai vissuto questo momento?

Non vorrei sembrare banale, ma se si esclude l’aspetto economico (specie se si ha un disco in uscita con conseguente tour cancellato), io non sono mai stato meglio. È come se avessi avuto bisogno dell’arrivo di una disgrazia troppo più grande di me per ristabilire un corretto ordine gerarchico di tutte le mie paure, ansie e paranoie. E ha funzionato!! Ho meditato, mangiato sano, fatto yoga e un sacco di attività fisica, zero sesso (con conseguente zero stress nel cercarlo). È stata tipo una roba a metà fra la seduta dallo psicologo e un percorso benessere in una SPA, solo che è durato 3 mesi.

Come ti immagino il club di domani?

Non mi immagino nulla che non sia esattamente com’era prima. Il club è quella roba lì, gente ammassata che balla, suda, si struscia e limona. Se non dovesse tornare mai più così io compro un pezzetto di terra e ci pianto zucchine, melanzane e pomodori.

Sperando di poterti apprezzare nuovamente nelle tue performance live, puoi darci un’anticipazione di nuovi progetti ai quali stai lavorando o con i quali pensi di confrontarti nei prossimi mesi?

Da un lato vorrei fare musica sempre più astratta e meno pop. Dall’altro sempre più dancefloor.

  

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L'articolo Populous: "Il patriarcato ha rotto il cazzo" di FabMonTro è apparso su Rockit.it il 25/05/2020 09:51

Tag: elettronica - album

Commenti (2)
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  • Martina Casottina 2 mesi fa

    Questa intervista ben fatta mette in risalto l'essenza di questo personaggio che chiamarlo artista sarebbe alquanto esagerato,lo chiamerei piuttosto genio dell'opportunismo e artista si nel ruffianare il prossimo.

    > rispondi a @martina.casotto
  • FabMonTro 2 mesi fa

    Ciao Martina, mi fa piacere che l'intervista ti sia piaciuta, a mio modesto parere oggi è difficile stabilire in modo univoco il concetto di artista e dire chi lo è e chi non lo è. Non mi sentirei di far ricadere Populous nella categoria degli opportunisti e dei ruffiani, penso invece che da un punto di vista musicale i contenuti che lui stesso realizza e produce in prima persona siano autentici e personali e mi pare lo confermi quello che dice.

    > rispondi a @FabMonTro
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