12/06/2017

Immagino che la storia la conosciate: un anno fa Populous si è trasferito a Lisbona per un paio di mesi con l’intento di fare un disco di cumbia. Nonostante molti riferimenti siano chiari - i ritmi, il tipo di percussioni, le voci suadenti, i flauti andini, ecc - il risultato è molto meno prevedibile di quanto si creda. Rilegge la tradizione in chiave moderna, che è un po’ la classica frase da brochure turistica che ormai non vuol dire più nulla, ma che se associata a questo album assume un significato abbastanza preciso.

Per prima cosa il suono: capita spesso che quando un producer si approccia alla musica tradizionale con l’intento di reinterpretarla mantenga poi inalterato il suo immaginario etnico - lo sporco delle registrazioni campionate, i rumori di strada, i cori che rimbombano - qui invece c’è una pulizia a dir poco chirurgica e digitale. Ve ne accorgete al primo kick di “Alala” che abbassa la temperatura emotiva della traccia passando in un attimo dalle atmosfere colombiane ai Recondite. Ricorda “Mala in Cuba”, il progetto future bass di Mala fatto con pianoforte e congas, non è certo l’unico modo valido per rivisitare sonorità popolari in modo contemporaneo, ma in “Azulejos” il gioco funziona alla grande.

È un disco con tante anime: ci sono brani - “Voz Serena”, ad esempio - che passano con disinvoltura da mood dubbosi a cose decisamente aggressive, per poi concludersi nella totale serenità. “Azulejos” è aperto a letture differenti e può essere suonato in situazioni diverse: “Racatin” è sicuramente più vicina a Tessela che a Nicola Cruz, ma al chiringuito al tramonto ci starebbe bene ugualmente. In più è tremendamente sexy: se l’abc dell’attrazione sta tutta nel vedo-non-vedo, in un lavoro come questo, senza alcuna zona franca e dove ogni dettaglio apre a mondi nuovi, basta aggiungerci una voce come quella di Nina Miranda (ex Smoke City) e la carica erotica raggiungerà livelli esplosivi, tipo Rosario Dawson nel video di “Out Of Control” dei Chemical Brothers.

In ultimo, la melodia: in mezzo a tutto quel ritmo si insinuano parti molto belle e per nulla banali, ascoltatevi il crescendo nel finale di “Mi Sueño” o il pizzicato di “Batismo”, con quell’andamento leggermente dissonante che ricorda i Plaid. C’è un gusto pop invidiabile che permette di spingersi verso derive anche piuttosto dure ma senza mai scadere nel tamarro.

“Azulejos” dimostra la piena padronanza che Populous ha della materia elettronica e regge a dovere il confronto con l’estero. È un produttore con una personalità importante e in quindici anni di carriera si è sempre messo in gioco con eclettismo su terreni diversi, che ora si sia dato alla cumbia è giusto un dettaglio. Di norma solo i grandi possono davvero permetterselo.

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