Sir Prodige, un quattordicenne con le sfere del drago

Classe 2006, viene da Monreale e ha già firmato una traccia in "Bloody Vinyl" e un feat. con Ariete. Una conversazione con il più giovane rapper italiano sull'adolescenza e i pregiudizi, la musica, la vita a distanza e quella al di là del pianeta Terra

Salvatore Napoli aka Sir Prodige
Salvatore Napoli aka Sir Prodige

Io e Salvatore abbiamo parlato per un’ora e venticinque minuti, praticamente una partita di calcio. Una volta in mezzo è caduta la conversazione, ma abbiamo perso sì e no cinquanta secondi e siamo ripartiti da dove eravamo rimasti. Io quest'anno faccio 37 anni, essendo nato nell’anno “dei miracoli”, quello in cui “Craxi mangia coi tentacoli/Muore Berlinguer/Maradona è al Napoli”. Salvatore ne compie 15: non credo ci siano canzoni dedicate all’anno in cui è nato, ma di sicuro la nostra colonna sonora allora era dei White Stripes.

Del gol di Grosso e di quello di Iaquinta, dei Sangue Misto, dell’Odio o di Dawson Creek non ho potuto parlare con Salvatore, eppure la conversazione con lui è stata intensa e ricca. Magari sarò affetto da quella sindrome che Nicola Savino in un’intervista definiva il “nuovismo, quella specie di coazione a ritenere bella e importante una cosa solamente perché è nuova”, che in ogni caso mi sembra una patologia meno fastidiosa e capace di fare meno danni del “nostalgismo”. 

Fatto sta che di più “futuristico” di Salvatore Napoli nella musica italiana oggi non c’è nulla. Ha iniziato a scrivere musica da bambino – non è un’iperbole, in questo caso –, e a 12 anni ha pubblicato su YouTube le sue prime canzoni, un rap inevitabilmente ingenuo ma decisamente maturo per quello che recitava la carta d’identità. Soprattutto se si considera che di quei brani – alcuni dei quali si possono ancora trovare sul canale –, Salvatore scriveva le strofe e le cantava, produceva le basi e in alcuni casi curava pure i video. Prima con lo pseudonimo di Lil Prodige, poi – con l’età! – convertito in Sir Prodige, il nickname con cui a fine 2019 ha iniziato a farsi notare.

Negli scorsi mesi – forse è utile ribadirlo: ha 14 anni – ha portato le sue barre in Bloody Bars - Locked, pezzo contenuto in Bloody Vinil 3, mixtape di casa Machete creato da Slait assieme a Low Kidd, Tha Supreme e Young Miles. Pochi giorni fa è arrivato Aries, singolo con il feat. di Ariete, preceduto da una serie di freestyle pubblicati online. 

Io sto a Milano, lui a Monreale, un prodigio di città una manciata di tornanti di bus sopra Palermo. Salvatore ha una testa brillante, con cui capisce subito dove vuoi andare a parare con le domande, ed è molto, molto sicuro di sé (come il nome potrebbe suggerire). Schiacciamo Rec e raccogliamo la sua storia: non sarà breve, raccontare i 15enni è un compito molto complicato. 

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È la prima intervista che fai?

Primissima. 

Mi piacerebbe pensarti un po’ emozionato. Ma mi sa che chi come te fa uso di dirette Instagram o live su Twitch è più che abituato a rispondere a ogni tipo di domanda, più stronze di quelle che io potrei anche solo concepire?

Sì, ma questa cosa dà una sensazione completamente diversa. In qualche modo dà un bollo di ufficialità a quello che faccio, e questo mi emoziona.

Bene, ti ringrazio di averlo detto a prescindere dal fatto che sia vero o meno. Che scuola frequenti?

Faccio il liceo musicale a Palermo, vicino al centro. Sono al primo anno.

Come va con la didattica a distanza? 

Così e così, perché a casa sono circondato da mille distrazioni. Già con la scuola ho un rapporto un po’ conflittuale di mio, così è ancora più complicato. In particolare le lezioni di strumento sono quasi impossibili. 

Salvatore en plein air
Salvatore en plein air

Che strumenti suoni?

Pianoforte e flauto. Il piano l’ho iniziato a suonare a 7 anni, poi ho mollato per un periodo e ora ho ripreso. Ho le dita un po’ rigide e devo recuperare il tempo che ho perso. Sto in fissa con Mozart. Per quanto riguarda il flauto ho iniziato a scuola: suono sia quello tenore, che contralto e soprano, mi manca il basso. È tutto nuovo e mi piace un sacco.

È una scelta particolare…

Il mio insegnante di musica me ne ha sempre parlato con entusiasmo, raccontandomi quanto è stato importante nella storia della musica, e così mi sono appassionato. Il fatto che sia un po’ preso in giro, sminuito per l’uso che se ne fa mediamente a scuola, me l’ha fatto stare ancora più simpatico. Lo trovo di una bellezza pazzesca: le movenze che si devono fare per eseguire determinate partiture, il fatto che ogni tipo di flauto e ogni legno usato abbia una voce diversa e unica…

La passione per la musica ti sta incasinando la vita con la scuola?

Non è affatto semplice tenere le due cose assieme. I miei sono stati chiari con il discorso del prima il dovere e poi il piacere, devo resistere cinque anni. 

D’altra parte la chiamano scuola dell’obbligo... Il rap come arriva nella tua vita?

Tutto comincia grazie a mio fratello Michele, che ora ha 22 anni. Quando lui ne aveva tipo 15 e io 8 iniziai a sentire le cose che ascoltava, passava ore a parlarmi di rap e di tutto quel che significa la cultura hip hop. Ho iniziato con Kendrick, che è ancora adesso il mio artista preferito. Poi è arrivato Salmo, che aveva da poco fatto Midnite: il cantato in italiano rendeva tutto più bello e accessibile, ed è scoccata la scintilla. 

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Quando hai iniziato a scrivere?

A 9 anni: ovviamente non avevo nulla di simile a un beat, ma mi immaginavo il tempo in testa e mi mettevo lì penna e carta. Erano cose basilari, pensavo a delle scene e buttavo giù le rime. Mi ricordo una volta che ne avevo fatte sentire un paio a un mio compagno di quinta elementare: lui faceva su e giù con la testa, ma poi mi fece capire che non aveva capito nulla. 

Dai freestyle sei passato?

Non ho mai smesso. Quando andavo alle medie con il mio amico Gabriele e gli altri della comitiva ci mettevamo alla fermata del 389, vicino al chiostro qui a Monreale, e iniziavamo a inventare rime. Così tutti i giorni. Ora il Covid ha stroncato la cosa, ogni tanto le facciamo via chat vocale. Ma ritorneremo. 

Con le produzioni quando hai cominciato?

Nel 2016 i miei mi hanno regalato il mio primo MacBook Pro, che considerata l’età non era affatto male. Per prima cosa mi sono messo a fare montaggi video, poi sono passato al suono. All’inizio usavo Ableton, poi ho visto che FL Studio era più fluido e infine Logic. Ora li uso tutti, e credo sia un gran vantaggio. Anche perché ho dovuto fare tutto da solo, nel mio paese non c’è nessuno che fa queste cose. Cercavo di volta in volta le soluzioni, guardavo decine di tutorial. Il fatto di poter produrre musica e scrivere, fare tutto da me, mi ha sempre dato grande soddisfazione. 

Qua l è il primo pezzo che hai registrato?

Si chiamava Oblio, sulla base di Going Down di XXXTentacion, per cui ero impazzito. L’ho registrato in salotto, senza alcun tipo di insonorizzazione e con un microfono trovato non so dove. Rimpiango quei momenti, perché con la voce che avevo potevo cantare quello che volevo, senza bisogno di lezioni.

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Com'è cambiata la tua voce in questi cinque o sei anni di tentativi?

Radicalmente. Credo che sia difficile da capire per chi non ha fatto un percorso precoce come il mio. Ma io, prestandoci attenzione, l’ho sentita modificarsi giorno per giorno, una cosa che non potevo controllare del tutto. Ora quando sento le vecchie tracce provo un mix di imbarazzo e orgoglio allo stesso tempo. Con la pubertà inizia una nuova fase: se prima prendevo un acuto e in qualche modo lo tenevo, ora non riesco più a modularlo, è come se mi sfuggesse. Ho iniziato a prendere lezioni di canto per gestire questa cosa, è tutta questione di lavoro. 

Ricordi quali erano le prime canzoni che cantavi da piccino?

Fai conto che ho fatto parte del coro della mia scuola, la Pietro Novelli, alle elementari. Una volta siamo andati anche in Senato a cantare Ninna nanna, che era un pezzo incredibilmente triste, che parlava di bambini uccisi e messi nelle fosse comuni. Avrebbero voluto anche che entrassi nel coro delle voci bianche, ma non mi pareva il caso: l’idea di stare lì impalato a cantare mi metteva un po’ a disagio. Anche perché nel frattempo stavo scoprendo il rap e stare dietro alle regole degli altri mi andava sempre meno. 

Quando hai iniziato a caricare le cose su YouTube, e che sensazioni ti ha dato?

Le prime tracce sono del 2017, poi le ho cancellate e rifatte l’anno dopo. Avevo un canale dove facevo dei video tipo meme abbastanza stupidi, montaggi strani sui videogiochi, cose così. In quel modo mi ero fatto una piccola base di “pubblico”, che quando ho iniziato a mettere le canzoni è subito cresciuto. Tipo che avevo 60 utenti sul mio canale e in due settimane erano 500. Nel 2019 ho fatto il mio primo album, 15 tracce messe assieme nel giro di qualche mese. Le ho eliminate quasi tutte, ma qualcuna l’ho lasciata, tipo Roxanne: erano ingenue, ma dal mio punto di vista indimenticabili. 

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Il nickname come nasce?

Prodigio è uno dei nomi che mi hanno sempre attribuito, perché musicalmente sono stato sempre molto precoce, unico. Di certo non per come andassi a scuola o per i miei comportamenti. All’inizio mi facevo chiamare Lil Prodige, ma a un certo punto ho voluto cambiare Lil con Sir per dire che ero cambiato, avevo capito delle cose e mi sentivo un nuovo me. Penseranno tutti “a 14 anni cosa vuoi capire della vita”, invece secondo me questa si capiscono meglio le cose a questa età che quando sei grande, perché percepisci le emozioni al 100 per cento. 

Che poi non si dice “prodisg” alla francese, ma “prodàig”.

Una volta era venuto a casa un suo amico e continuava a sbagliare la pronuncia di “prodige” e così l’ho voluta lasciare sbagliata. Al Sud se usi le lingue straniere va spesso a finire così. 

Cosa ascolti oltre al rap?

Di tutto, perché ascolto musica tutto il giorno. Edm, future bass, soul, jazz, reggae.

Come succede che ti notano?

A ottobre 2019 mi contatta online un certo Minecarl, che stava facendo scouting di giovani rapper e mi disse che il giro di Machete aveva ascoltato qualcosa di mio e gli interessava. Al che mi propose una specie di prova: mi diede tre argomenti e mi chiese di sceglierne uno e provare a farci su una traccia. Scelsi “tuono”, che sarebbe diventato anche il titolo della canzone. Mi sembrava un tipo ok e mi sono buttato. Ho lavorato durissimo per una settimana, tipo che ascoltavo i suoni della pioggia per immedesimarmi. Gli mando il pezzo e gli piace molto, al che lui la gira a un produttore (classe 2000, ndr) suo amico, Cripowski, che rifà il beat e ci mette dentro una strofa sua. 

Tu e Cripowski vi conoscete anche dal vivo o solo digitalmente?

Non ci siamo mai beccati, perché lui è di Venezia e c’è stato di mezzo il Covid. Ma anche se non ci siamo mai visti lo considero uno dei miei migliori amici. 

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Come ti sei trovato a passare da lavorare da solo ad avere una “squadra” a disposizione?

Prima facevo tutto da me, ero un po’ chiuso e geloso nella gestione delle mie cose: facevo fatica ad ascoltare gli altri. Ora imparo sempre cose nuove: Minecarl ha la direzione artistica del progetto, Cripowski la produzione e Magic, un ragazzo di Foggia, la grafica. Siamo sparsi in giro per l’Italia, un po’ come le Sfere del Drago.

E Slait (dj di Salmo e cofondatore di Machete, ndr) e gli altri li hai conosciuti dal vivo, invece?

Il primo contatto è stato durante la quarantena in videochat. Dopo poco mi ha mandato il beat di Bloody Bars - Locked e io in mezz’ora gli ho rimandato la mia strofa: ero gasatissimo, e ancora di più dopo che lui mi ha detto che era super contento del prodotto. Negli scorsi mesi sono riuscito a salire a Milano, vedere come lavorano, impostare progetti futuri (Salvatore ora è rappresentato da Me Next, agenzia di management e booking diretta da Slait, ndr): è stato unico, l’idea che ora chissà quando potrò tornare su mi ammazza. 

Come è arrivata Ariete?

Dopo l’uscita del pezzo su BV3 lei inizia a seguirmi su Instagram. Una volta, durante una sua diretta, le scrivo “feat?”: ho agito d’istinto, seguendo la parte stupida di me. E invece lei mi ha scritto in privato e abbiamo iniziato a lavorare, a distanza, alla traccia. Prima del brano ho fatto uscire 4 freestyle, due su Instagram e due su YouTube, che formano la costellazione dell’Ariete. 

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Tutti dicono che avere 15 anni durante il Covid è la cosa peggiore che possa capire. Io non credo di essere d’accordo, nel senso: è sempre meglio avere 15 anni, che poi recuperi tutto con gli interessi, che 80 e perdere un anno di vita prezioso. Al di là di questo, tu come stai vivendo questo quasi anno da semisegregato?

Malissimo. Ultimamente mi è venuta una presa a male davvero forte, ho fatto un periodo che non riuscivo più neanche a scrivere e fare musica. Anche se sto tanto in camera davanti al pc sono un ragazzo vivace, a cui piace uscire e stare con gli amici. Sento che sto perdendo delle relazioni. Inoltre mio papà lavora in ospedale e siamo preoccupati e vedo mia mamma, la persona più solare del mondo, chiusa in casa e mi sembra in gabbia. Si pensa che un ragazzo a quest’età debba studiare, stare giocare e basta. Ma questi anni sono qualcosa di molto più grande e complesso di così.

Che anni sono?

Il momento in cui tutto cambia: cresce la barba, si modifica la voce e dentro diventi un altra persona. È l’età in cui passi dai giocattoli ad altro e in cui i genitori ti perdono di vista. Mia madre ha vissuto momenti di timore, perché vedeva che non stavo più dietro alle cose che facevo da piccolo. Le ho spiegato che era una cosa naturale, che stavo crescendo. Emotivamente è una fase di stravolgimento, per questo il Covid ha un impatto devastante.

A 15 anni è più facile essere felici?

In generale non direi. Io mi sono sempre sentito vittima del pregiudizio che i 15 anni sono l’età dell’oro e che dovevo per forza vivere bene questi momenti: non è così, non per tutti. Anzi conosco un sacco di famiglie che fanno vivere i loro figli adolescenti molto male.

Ci sono altri pregiudizi sui 15enni?

Sulla mia musica ce ne sono stati e ce ne sono un sacco, sarà il fatto che faccio cose che alla mia età non si sono ancora mai viste. La gente mi scrive nei commenti che sono un raccomandato, uno è andato da mio padre a chiedergli quanto avesse pagato per farmi stare su Bloody Vinyl, che ovviamente è una cazzata. Io non sono uno che si nasconde dietro i propri anni e non è colpa mia se sono nato nel 2006 e non ho mai visto in tele Ufo Robot. Se mi devo prendere a schiaffi con uno di 50 anni lo faccio, non penso che l’età significhi qualcosa in particolare. 

Tu piaci ai tuoi coetanei o ai più grandi?

Da quello che mi pare di capire dalle interazioni online i miei coetanei sono molto gasati da quello che faccio, c’è gente che si sente sempre messa da parte e mi dice “tu sei la forza della nostra generazione”. E poi ci sono un sacco di 25enni frustrati che insultano e scrivono stronzate. Che per me non è un problema, ma penso se lo facessero su un mio coetaneo più emotivo quanto potrebbero fargli del male. La gente parla sempre prima, ma sono sicuro che man mano che uscirà la mia roba nuova non troveranno più le parole. 

Quali sono le tre cose che più ti piacciono, al di là della musica?

Tutto quello che è cultura giapponese, anime e non solo. E poi l’astronomia, che è la mia vera fissa: passo le giornate a studiare i pianeta e l’universo. E i diamanti: tutto quello che è raro e prezioso mi piace. Ho una visione strana del mondo, tutta mia.

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L'articolo Sir Prodige, un quattordicenne con le sfere del drago di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2021-01-11 09:43:00

COMMENTI (1)

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  • alessandro.ferrara.pa 6 mesi Rispondi

    Da cinquantunenne (quasi 52 primavere) palermitano, faccio un grande "In bocca al lupo" a Sir Prodige, e spero che la fine del Covid sia il proseguimento della sua carriera. E magari, salendo nei prossimi giorni a Monreale, chissà che non lo vedrò alla fermata del 389 ;)