Dieci giorni fa ho ripreso in mano un libro che mi ha sempre scrutato, guardato e indicato, tenendomi però a distanza. Come un enorme masso posizionato lungo una strada che percorri quotidianamente, che solo ad un certo punto però capisci stia mostrandoti qualcosa, sussurrandoti un’opportunità diversa, forse addirittura sorridendoti.
Alla prova dei fatti difficilmente riuscivo a superare le prime venti pagine, non empatizzavo, e così finivo sempre per rimetterlo mestamente al suo posto, pur ripromettendomi inconsciamente che prima o poi sarebbe accaduto. Troppo simile a quel masso: imponente, distante, un po’ sinistro.
Si tratta di un romanzo di Peter Høeg che Fiz mi prestò innumerevoli anni fa. Me lo allungò dopo averlo aiutato in uno dei suoi innumerevoli traslochi. Lo vidi in uno scatolone. Mi catturò non tanto la modesta fattura della copertina dell’edizione economica, bensì l’autore - noto per aver scritto Il senso di Smilla per la neve - e soprattutto il titolo. “I quasi adatti” - senza l’articolo iniziale - era omonimo di uno dei più generazionali brani dei Tre Allegri Ragazzi Morti. “Prendilo”, disse.
Provai a leggerlo una, due, tre volte. Ma la sua complessità era ben meno masticabile delle chirurgiche stilettate adolescenziali di Toffolo. La sua storia (anche personalissima) di abbandono, violenza, ribellione e scoperta, incastrata nella cornice filosofica del tema del tempo, lo rendeva troppo intenso per i miei occhi sempre dopaminici.
Non questa volta. Per non so bene quale inafferrabile motivo, stretto nella morsa gelida di gennaio, ho deciso che fosse arrivato il tempo. Così mi sono diretto dritto a quel pertugio del terzo scaffale della libreria dove saltuariamente controllavo fosse, come a dargli silenziosamente appuntamento in un futuro che ancora non aveva forma di giorno e ora. E ho iniziato a leggerlo. Capendo, una volta terminato, da dove nascesse questa determinazione. Perché avessi irrazionalmente scelto che il momento buono era giunto.
Nel tempo normale, quello di un orologio, uno capisce determinate cose. Quando abbandona il tempo, ne capisce delle altre.
Il 21 gennaio 2026 sono passati 25 anni dal momento in cui la mia vita ha cambiato direzione. Venticinque anni fa, dopo essere stato accompagnato dai miei genitori a vedere un concerto, sarei poi tornato a casa, acceso il computer, scritto un report live e l’avrei poi inviato al portale musicale Rockit.it con una connessione via modem 56K.
Improvvisamente, in corpo d’adolescente, la vita adulta. Per quel momento ringrazio tutte e tutti, perché ringraziare è la cosa più importante che un uomo possa fare se ha potuto beneficiare del suo one shot. Ma non voglio accendermi una pipa e raccontare la mia storia. Mi si arrugginiscono le vene al solo pensiero. Se venticinque anni dopo sono qui a scrivere, sempre sulle stesse colonne, è perché questo libro parla anche di noi.
Quando i bambini piangono si parla loro di domani. Se si fanno male e sono inconsolabili, anche se li prendi in braccio, allora gli racconti di dove andranno domani, a chi faranno visita. Sposti la loro attenzione lontano dal pianto e un giorno avanti, introducendo il tempo nella loro vita. La donna lo sa fare con molta delicatezza. Senza promettere niente di speciale, senza provare ad allontanarsi dal dolore, porta dolcemente con sé la bambina nel futuro. Come per dire che tutti dobbiamo imparare a conoscere il tempo. Che forse si può crescere senza subire danni.
La musica parla soprattutto a chi ha avuto qualcosa di rotto, e ha cercato un modo per provare ad aggiustarlo.

Avevo più o meno l’età di Peter, il protagonista del libro, quando ho trovato conforto e ascolto, ma soprattutto una comunità, dentro la musica. Ovviamente on line. È importante sottolineare che fossimo all’inizio degli anni Zero, quelli dell’internet come veicolo di libertà. L’illusione della fine della storiarendeva tutto luminoso. I Movimenti che criticavano la globalizzazione furono annullati pochi mesi dopo, prima a luglio e poi a settembre 2001, prima dalla morte di Carlo Giuliani e poi dall’attentato alle Torri Gemelle. In mezzo c’eravamo noi, giovanissimi, provincialissimi. Inutili?
È lì che personalmente incontrai questi gruppi che vivevano inpiccoli club marci, in festival male organizzati, muovendosi per l’Italia su furgoni scalcinati. Un'Italia completamente sotterranea, invisibile ai più. Si giocava un campionato diverso. Per questo mi piaceva. Incontrai persone buone ma fragili, insoddisfatte e incomplete, talvolta tossiche o autodistruttive. Identità irregolari, sensibilità fuori dallo standard. Quasi adatti, insomma.
Quando si incontra una persona che cerca, si rimanda il momento della rinuncia.
Quel sasso non erasolo un grande sasso, indicava una direzione. E a quell’adolescente forniva un nemico oggettivo, uno specchio deformante fondamentale per rifondarsi, un po’ come il direttore Biehl per Peter. Capii che i miei danni non erano solo miei. C’era qualcosa che mi interessava molto più dell’odio in formato cartoon. Bisognava prendere la strada più lunga.
Iniziai ad esplorare, a voler capire, a voler cercare. E trovando chi lo faceva, come me, mi sentii meno solo. È bello appartenere, avere un motivo. Non era tempo per rinunciare. Addirittura si poteva costruire qualcosa di importante. Potevamo essere protagonisti del nostro tempo.
Vedevo com'erano puri, qualunque cosa avessero fatto. Ciascuno a suo modo, avevano provato a essere com'erano. Non come me, che non ero mai stato nessuno, e perciò per tutta la vita avevo provato a essere un altro. Per essere anch'io dentro. E vedevo che loro lo capivano. Che capivano e che andava bene. Che io contavo qualcosa, comunque finisse la faccenda. Allora anche il tempo scomparve.
“I Quasi Adatti” racconta la storia di alcuni adolescenti danesi - siamo a Copenhagen, ma prima di tutti quegli ottimi ristoranti - con passati decisamente traumatici. Si ritrovano in un istituto sperimentale in cui vengono applicati metodi molto tosti. E iniziano a sospettare che ci sia un disegno oscuro dietro. La curiosità di capire, di sapere, li spinge fuori dal ruolo che hanno disegnato per loro. Li manda in punizione, scatena reazioni violente.
Ma più che tutto li unisce in gruppo, in squadriglia, in testuggine contro il potere precostituito (in questo caso il sistema scolastico). Forse probabilmente svela loro con chiarezza che cosa significhino l’amore e l’amicizia. “Quasi adatti a dare il giusto peso ai sentimenti”, cantava Toffolo.
Per tutta la vita uno crede di stare fuori o sul limite, e continua a combattere, ma sembra tutto inutile. Finché all'improvviso gli aprono e viene sollevato verso la luce.
C’è un passaggio nel libro in cui Høeg spiega - ben prima del Web 2.0 e dell’intelligenza artificiale - che da quando si è scoperto che non può esistere un mondo esterno oggettivo, di cui viviamo una versione filtrata ed elaborata, è molto facile pensare che gli altri siano solo ombre e dunque isolarsi nel proprio apparato sensoriale. “E allora è molto facile credere che l'essere umano in fondo è solo”, scrive. Quanta solitudine c’è nelle nostre teste perennemente chinate?
Questi venticinque anni - in primis grazie al MI AMI, dove siamo fisicamente tutti nello stesso posto, e alla sua enorme mole di lavoro umano, preziosissimo - mi hanno invece insegnato che la luce attraversa la crepa nel muro come il sangue può sgorgare da una ferita. Sono bordi che permettono alla struttura delle cose di aprirsi, attraverso il dialogo e il conflitto. Siamo soli, sì, ma assieme siamo tanta roba.
«Dove lo hai imparato?» chiesi. «Prima non lo sapevi.»
«Sono cresciuto» rispose, «è questa la nostra possibilità quando il tempo passa e si diventa grandi. Non è che il dolore sia minore. Ma si diventa più bravi a sopportarlo.»
Rispetto a venticinque anni fa è cambiato il mio corpo, la città attorno a me, le responsabilità e la capacità di affrontare le sfide quotidiane. Internet è divenuto luogo di sorveglianza. Non manca il fuoco, mai. Purtroppo non sono maturato come avrei voluto (ma l’avrei voluto davvero?), e nonostante sia davvero grato di quel che ho, la lista dei rimorsi è comunque nutrita. Niente che sconquassi, ordinaria amministrazione umorale.
Ma nel mestiere della musica, infuocato dalle tendenze delle nuove generazioni, il tempo non è un fattore secondario ma estremamente concreto. Non parlo di BPM. La sintonia generazionale è spesso molto più rilevante della competenza.
E’ il tema di“Losing my edge” degli LCD Soundsystem, in cui James Murphy racconta ironicamente di sentirsi un vecchio di merda superato a destra dagli hipster che tutto sanno della musica nuova. Il primo pezzo rap italiano si intitola “Batti il tuo tempo”, ed è un pastiche politico vitalista che invita a usare la voce per combattere il potere. Tutti Fenomeni nel suo brano Vanagloria dice che la vecchiaia è l’antidoto alla morte e canta di godersi il presente: “Il tempo è una rapina, l’orologio infatti non lo metto, e mentre te lo dico già mi sono fatto vecchio”.
A Paolo Sorrentino, in una recente intervista sul suo film “La Grazia”, chiedono come si spieghi di avere un pubblico così giovane. Risponde sinceramente, illustrando l’unica maniera possibile per continuar a fare cose senza cadere nel clichè dell’era-tutto-meglio-allora. “Sono ancora ben sintonizzato sulle emozioni di quando si era ragazzi”, risponde. “È un fatto di memoria, ricordo molto bene la mia giovinezza, così forse riesco a raccontarla in maniera vivida”.
«C'è una tua frase» disse, «"il tempo è una cosa che bisogna trattenere"»
Di questi venticinque anni conservo molti ricordi, ma soprattutto sono orgoglioso di averli attraversati con queste persone. Quelle che sono qui, anzitutto, ma anche tutte le altre che ho avuto la fortuna di incrociare, il merito di scoprire, la bellezza di conoscere.
Se c’è una cosa che ho capito bene, è che non tutti sanno scegliere che nemici avere o hanno la qualità di sostenere una vera battaglia contro di loro. Si accontentano di risultati mediocri, di litigi spicci, di due lire in più. Si afflosciano come cactus in vaso troppo innaffiati, obnubilati da sentimenti grigi, terreni.
Io ho capito che la nostra lotta è cosmica, e ha a che fare con l’amore.
Verso la fine de “I quasi adatti”, Høeg cita Einstein, la cui teoria della relatività mette in discussione proprio il tempo squadrato - chiamiamolo fascista, metafora dell’ordine - che Peter e gli altri bambini hanno dovuto subire. Racconta: “confessò che per lui la teoria della relatività, con quella visione del mondo e dello spazio, era stata anche una rivolta contro le autorità che reprimono il pensiero. Risulta chiaramente dalle lettere che la sua cosmologia si è sviluppata anche come azione politica, e come protesta psicologica. Come strategia di sopravvivenza”.
Alcuni mangiavano rane, altri sviluppavano, in laboratorio, una teoria sull'universo.
E altri, più umilmente, spingevano musica quasi adatta. O forse trasformavano l’adatto in quasi. E continuano ancora.
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L'articolo Quasi adatti, da venticinque anni di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 2026-01-21 11:20:00

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