Re Nudo Pop Festival, la storia del "meraviglioso disastro" di Parco Lambro

foto di Dino Fracchia, di prossima esposizione alla mostra I giorni del Parco Lambro a Milano - foto di Dino Fracchia, di prossima esposizione alla mostra "I giorni del Parco Lambro" a Milano -
24/06/2016 di

26 giugno 1976, Milano, Parco Lambro: prende il via il sesto Re Nudo Pop Festival. Quattro giorni di scontri, violenza, eroina, assemblee su assemblee in un clima da corrida. E sullo sfondo, tanta (e ottima) musica.
Matteo Guarnaccia, nel suo libro Re "Nudo Pop & altri Festival", edito da Volo Libero nel 2010, condensa l’evento in tre efficaci parole: “Un disastro annunciato”.
Sono passati quarant’anni, i fatti possono considerarsi ormai storicizzati, eppure non è facile ripercorrere quelle ore tese e per certi versi drammatiche. Soprattutto, appare quantomeno impietoso ricordare l’esperienza dei Festival organizzati da Re Nudo solo per quella ultima, maledetta edizione. Un lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare. Partendo da lontano.

Dalla fine del 1970, quando Re Nudo irrompe nelle edicole italiane grazie ad Andrea Valcarenghi, già noto alle cronache per aver rifiutato di indossare la divisa militare passando così alla storia come il primo obiettore di coscienza italiano. Al di là della funzione alternativa e controculturale, la rivista nasce con un obiettivo ambizioso: ergersi a punto di riferimento del frastagliato arcipelago della sinistra italiana. Dai pacifisti ai fricchettoni, dai radicali ai figicciotti, passando per gli Autonomi, Lotta Continua e Avanguardia Operaia. Il giornale prende quota sin da subito suscitando dibattiti, scazzi, confronti, a volte feroci. E a partire dal 1971, l’asticella si alza. È il 25 settembre e Re Nudo organizza il suo primo Festival, a Ballabio, nei pressi di Lecco. Una meraviglia. 10.000 presenze, 36 ore di musica, protagonisti, tra i tanti, Claudio Rocchi, Il Pacco (Eugenio Finardi e Alberto Camerini), Garybaldi, Stormy Six. Si replica l’anno successivo a Zerbo, vicino Pavia. Accorrono in 20.000, primi esperimenti di naturismo, incursioni notturne di ronde fasciste. Sul palco la new entry Donatella Bardi oltre a Giovanna Marini, suona anche un gruppo francese, gli Opium. Se Re Nudo gongola, la stampa cattolica grida allo scandalo. Da un reportage di Famiglia Cristiana: “Sono stata a Zerbo, ho visto un numero sbalorditivo di ragazze e ragazzi, nel pieno della loro giovinezza, condurre vita da hippies, privi di ogni tabù, di ogni morale, di ogni religione. Erano giovani ridotti allo stato di ‘homme bête’, sporchi e sudici. Indescrivibile il disgusto che ho provato in mezzo a quel marciume, mi sono chiesta: dove finisce il Vangelo di Cristo?”.

(foto di Dino Fracchia, di prossima esposizione alla mostra "I giorni del Parco Lambro" a Milano)

Nel 1973 ci si sposta tra i boschi di Alpe del Vicerè, in provincia di Como, ma il sindaco socialista della cittadina non rilascia alcuna autorizzazione: non c’è l’allaccio alla corrente elettrica, manca l’acqua. La redazione di Re Nudo invita i compagni a restarsene a casa. Appello inascoltato: arrivano in migliaia, tra i quali Franco Battiato, armato di generatore di corrente. I concerti sono in salvo. Suonano gli Aktuala, Claudio Fucci, gli Atomic Rooster jammano con il batterista degli Spirit. Delirio cosmico.

Re Nudo gioca la carta Milano a partire dal 1974: tutti al Parco Lambro. Il pop non basta più, largo al “Festival del Proletariato Giovanile”, e aderisce Lotta Continua. Sono in più di 100.000 a seguire i live di Alan Sorrenti, Premiata Forneria Marconi, Demetrio Stratos, Biglietto per l’Inferno, Adriano Pappalardo (!), Angelo Branduardi, Pino Daniele, Canzoniere del Lazio. Tutto scorre come un fiume tranquillo, però dura poco. Nel 1975 l’aria cambia. Sul carro salgono anche Avanguardia Operaia e PDUP (Partito di Unità Proletaria), il servizio d’ordine gestito da Lotta Continua è sempre più autoritario e invadente. Femministe e omosessuali sono oggetto di violenza fisica, alcuni set, come quello di Ivan Cattaneo e Battiato, vengono fischiati. Gli applausi destinati ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Napoli Centrale, Lucio Dalla, Area e Giorgio Gaber allentano la tensione. Che esploderà l’anno dopo.

(foto di Dino Fracchia, di prossima esposizione alla mostra "I giorni del Parco Lambro" a Milano)

Eccoci, dunque, al sesto Festival del Proletariato Giovanile. Re Nudo, all’interno del numero 42 del giugno 1976, promette novità: “L’elemento principale di questa festa sarà costituito dall’enorme spazio libero che verrà utilizzato per momenti collettivi (balli e sballi, massaggi, discussioni, mostre e comunicazioni fisiche e mentali alternative ecc.)”. Traduzione: stavolta, oltre alla musica e alla politica, avremo tempo per lo yoga, la macrobiotica, la mistica orientale, la respirazione psicofisica. Non funzionerà. Sbarca in massa l’eroina, il pubblico si scaglia contro l’organizzazione che vende cibo e bevande a peso d’oro. Ad appesantire la situazione ci pensa il comune di Milano che nega elettricità e acqua. Marisa Rusconi, su L’Espresso dell’11 luglio, parla di “un’Oktoberfest piena di orrende salsicce e pessimo vino”. Scrive Ugo Volli su La Repubblica del 29 giugno: “Tutto si paga a Parco Lambro, in base a regole di commercializzazione estensive e rapaci. Si paga l’ingresso, si paga il permesso di fotografare e di filmare, i giornalisti pagano per essere accreditati e i venditori per installare i loro stand, le radio libere per fare i collegamenti (…). Un gruppo di femministe, provocatoriamente ha reagito mettendo in vendita i baci a 1.000 lire l’uno. (…). Un clima da presa della Bastiglia, una realtà da psicodramma”. Del quale si accorgono tutti quando un camioncino pieno di 5.000 polli congelati viene saccheggiato. Non basta: lo stand del FUORI (Federazione Unitaria Omosessuali Rivoluzionari Italiani) è distrutto, le femministe sono di nuovo picchiate. Passano poche ore e un gruppo di esagitati assalta un supermercato nelle vicinanze del parco. La Polizia si incazza e risponde: molotov contro lacrimogeni, un film già visto. La situazione precipita, si formano assemblee spontanee, gli spacciatori di eroina son buttati fuori dopo un processo popolare (sic!), mentre l’organizzazione è sotto attacco.

E la musica? Il nervosismo irrompe anche dalle parti del palco: Claudio Rocchi suona per un minuto e mezzo, un uovo lanciato da un fesso mette fuori uso la sua strumentazione. Per molti ci sono solo fischi: per Jenny Sorrenti e Ricky Gianco, per Patricia Lopez e Gianfranco Manfredi. Quest’ultimo ricorderà l’esperienza del Parco Lambro ’76 con la canzone “Un tranquillo festival pop di paura”.

Si salvano Eugenio Finardi, Don Cherry (La Repubblica lo definirà elegantemente “musicista negro"), gli Area, che sui titoli di coda suonano, a modo loro, l’Internazionale. Sono le scelte dell’organizzazione ad affondare: “Grosso sfasamento tra le esigenze dei giovani che sono venuti a Parco Lambro – verga Gino Castaldo su La Repubblica del 29 giugnoe la proposta, anzi la non-proposta degli organizzatori. Non si capisce, infatti, che cosa in essa ci fosse di alternativo. Il programma dei quattro giorni (con, è evidente, le debite eccezioni) pare costruito ad uso e consumo delle case discografiche”.
Il proletariato giovanile, “l’invitato che doveva venire”, Gianfranco Manfredi dixit, non è il protagonista della festa ma soltanto un emarginato che subisce il nervosismo del servizio d’ordine (schierato in 800 unità!), gestito in modo poliziesco da Lotta Continua, e una macchina organizzativa, spiega ancora Volli, che si muove all’interno “di una forma impoverita e appiattita di consumismo subalterno, secondo una logica intermedia tra il mercato delle pulci e una spieggia adriatica a Ferragosto”. Qualche compagno decide di esorcizzare la delusione spogliandosi, ballando nudo tra le macerie di una esperienza giunta al capolinea. Come osserva Matteo Guarnaccia nel già citato Re Nudo pop & altri festival “Non è gente nuda, erotica, naturale, ma spogliata”.

Al termine della quattro giorni rimangono solo le ferite. Il quotidiano Lotta Continua esprime tutta la sua delusione in un fondo datato 30 giugno: “Il clima di tensione, le <> hanno trasformato un incontro che poteva e doveva essere momento di scontro – non fisico ma politico – di analisi e di organizzazione, in una sarabanda di gente diffidente, nervosa e impaurita”. Peccato che buona parte della paranoia piombata sul parco sia stata provocata proprio dall’intransigenza del servizio d’ordine di LC… L’autocritica arriva, ma non subito. A caldo, Valcarenghi dichiara: “Non è stata una sconfitta, piuttosto un gran casino”. Ma su Re Nudo di settembre, ecco la retromarcia: “Non ci potevano essere le condizioni per coinvolgere 100.000 persone in una proposta creativa. Era inevitabile che emergesse in modo netto la miseria della realtà quotidiana che tutti portiamo dentro. Quel che è emerso al Parco Lambro (…) è lo spettacolo della miseria culturale di quello che il movimento della nuova cultura ha prodotto fin’ora”.

Non ci sarà nessun altro Festival del Proletariato Giovanile: Re Nudo chiude i battenti nel 1980, anche se prova a ripartire più di una volta, Andrea Valcarenghi si avvicina alla filosofia di Osho e cambia il nome in Majid. Dopo quarant’anni, resta da chiedersi se tutta l’esperienza di quei giorni è da buttar via. La risposta è no. Perché il Festival di Re Nudo anticipa il ’77, la sua esplosione di creatività, la sua voglia di partecipazione, di condivisione di un sogno, di un’utopia. Ed è il primo a portare avanti un’idea di un percorso interiore da affiancare alla pratica politica attraverso la riappropriazione del corpo e un diverso rapporto con il cibo. Peccato che quei giorni del 1976 abbiano oscurato tante belle vibrazioni.

 

 

Il prossimo 29 giugno inaugurerà a Milano (più precisamente a Forma Meravigli, in Via Meravigli 5) una mostra, intitolata "I giorni del Parco Lambro" che esporrà per la prima volta al pubblico le fotografie di Dino Fracchia, il reporter che ha ritratto la generazione del Parco durante le ultime due edizioni del festival tra il 1975 e il 1976.

Qui le info:

Continuous days, Milano 29/5/1975 – 26/6/1976
Dal 24 giugno all’8 settembre 2016
Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 18.00
Giovedì 12.00 – 21.00; Lunedì, martedì chiuso
Ingresso gratuito 

Tag: Retroterra storie

Commenti (2)

Carica commenti più vecchi
  • Sand Sand 29/06/2016 ore 13:11 @SandroSala

    vedo sempre materiale del parco lambro e pochissimo su Zerbo che a livello di immagini fu anche più interessante. come mai?

  • giuseppecatani 29/06/2016 ore 16:49 @giuseppecatani

    bella domanda!

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati