Forse l'Indie è finito una volta per tutte

E ci lascerà con i bei ricordi di questi 10 anni e un po' di inevitabile malinconia per quel che poteva essere e non è stato
12/03/2020 15:16
di Riccardo De Stefano

Non c'è argomento più pericoloso nel panorama musicale italiano dell'indie. Si incappa sempre in qualche definizione imprecisa e, volente o nolente, troverai sempre un interlocutore che punterà il dito sulla vacuità del termine utilizzato e sulla totale imprecisione nel catalogare questo o quell'artista. Questo ovviamente perché il termine Indie, qui da noi, è cambiato talmente tanto negli ultimi dieci anni arrivando a riferirsi contemporaneamente a: un genere musicale, un mercato discografico, uno stile di scrittura, un “approccio alla vita”. In bocca al lupo!

Le luci della centrale elettrica al MI AMI 2017 - Alessandro SozziLe luci della centrale elettrica al MI AMI 2017 - Alessandro Sozzi

Se nel 2010 non era difficile porre sotto lo stesso termine ombrello I Cani di Niccolò Contessa, Le Luci della Central e Elettrica di Vasco Brondi o i Thegiornalisti, oggi ci risulta quasi impossibile pensare questi tre artisti esponenti dello stesso fenomeno. Parlare nel 2020 di indie significa rinunciare a qualsiasi punto di riferimento fisso, tramutando un’intera era musicale in una chimera incomprensibile ai più.

D'altronde – non a caso – è anche cambiato il modo di fare musica: l’avvento delle Major discografiche ha comportato investimenti in pubblicità, comunicazione, piazzamento digitale e mediatico totale e anche l'arrivo dei grandi producer italiani, con in testa Dardust, capofila dell'assalto al mondo del mainstream radiofonico, divorando per sempre quell'unico elemento di originalità e di diversità che serpeggiava nell'ambiente Indie.

È un bene o un male? Non si può certo ridurre a monosillabi, ma sicuramente la grande originalità del nuovo Pop italiano è stata quella di emergere da un ambiente che non solo non considerava il successo realizzabile realmente, ma si trovava nella inevitabile condizione di autoprodursi, con mezzi propri o poco più, andando a creare dei prodotti radicalmente diversi da tutto quello che il mondo mainstream presentava, con un linguaggio nuovo, fresco e generazionale. Per questo i Cani, Calcutta e i Thegiornalisti sono stati così tanto dirompenti: perché si presentavano come una vera alternativa sonora a quello che passava in radio e in Tv.

calcutta al MI AMI del 2018 - Silvia Violante Rougecalcutta al MI AMI del 2018 - Silvia Violante Rouge

Così, prima c'è stato lo stupore di vedere quei piccoli artisti elementare popstar, poi c'è stata la gold rush delle etichette discografiche al “nuovo Calcutta”, poi la conquista da parte delle Major dei canali Spotify e il totale asservimento a quest'ultimo, unica voce forte capace di spingere gli artisti e decretarne il successo o il fallimento.

E non scordiamoci che il tempo passa per tutti, e ascoltare – e scrivere – musica a 20 anni è molto diverso dal farlo a 30. Così l’indie si è tramutato in itpop (forse, però, se l'era già inventato Luca Carboni nel 1984), termine altrettanto vago e generico e per questo perfetto per indicare il manierismo di tutti i nuovi cloni del genere, che altro non hanno fatto che saturare il mercato, con l’inevitabile conseguenza di fare invecchiare in maniera rapida e definitiva tutto il genere connesso, questo nuovo, ormai vecchio Pop cantautorale lo-fi e trasformando la musica di oggi in un enorme cliché adatto giusto per qualche sketch di youtubers.

No, oggi l'Indie non è certamente più quello di una volta: si è imborghesito. Se forse poteva fare una rivoluzione, ha deciso invece di mettersi le mani in tasca e voltare la faccia dall'altra parte. Tra il 2016 e 2017 poteva succedere: il nuovo Pop cantautorale poteva arrivare nei grandi media generalisti senza perdere la propria originalità e senza fare (troppi) compromessi con il mercato. Qualcuno c'è riuscito molti no.

“No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici” (cit).

Nessun colpevole, nessuna colpa. Il successo di chi è arrivato primo è ovviamente meritato, perché nessuno può costringere una generazione a rendere popstar dei perfetti sconosciuti. E quello che oggi rimane, all'alba del nuovo decennio e di una generazione diversa dalla mia, è un canzoniere molto ricco, oltre il ritorno a una nuova cantabilità e di tanti brani memorabili che ci accompagneranno in futuro. L'unico rischio? Una distopia tragicomica dove tanti dei nostri beniamini, imbolsiti e invecchiati, si ritrovano protagonisti di qualche sorta di “Migliori Anni” del futuro.

Tommaso Paradiso al MI AMI 2016 - Carlotta StracchiTommaso Paradiso al MI AMI 2016 - Carlotta Stracchi

Oggi, che tutti abbiamo 10 anni di più sulle spalle rispetto al decennio scorso, rimangono i ricordi per chi “c'era prima”, e un’inconsolabile malinconia nel pensare a quello che è stato fatto di bello e a quello che di grande si poteva fare e forse è stato giusto lasciare nel cassetto. Perché non tutti sogni è giusto che si realizzino.

Riccardo De Stefano, critico musicale ed esperto di comunicazione del circuito indipendente italiano, ha pubblicato il 21 novembre per Arcana ERA INDIE, suo esordio letterario. Il libro, con la prefazione di Federico Guglielmi, è il racconto del decennio 2010/2019 della musica indipendente italiana: un mercato discografico che da nicchia è mutato fino a diventare punto di riferimento della musica di casa nostra e del mainstream.

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L'articolo Forse l'Indie è finito una volta per tutte di Riccardo De Stefano è apparso su Rockit.it il 12/03/2020 15:16

Tag: opinione

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