1984, l'anno in cui Luca Carboni ha inventato l'itpop

20/03/2019 di

Era il 1984,  Vasco Rossi se n’era uscito l’anno prima con Bollicine e aveva dato il la un po' a tutti, Antonello Venditti pubblicava il suo manifesto Cuore, Gianna Nannini impazzava con Fotoromanza, La donna cannone di Francesco De Gregori commuoveva tutti alla radio mentre Raf cantava sempre in inglese il suo singolone Self Control. Lucio Dalla aveva inciso Viaggi Organizzati, un album bello ma un po' sotto tono rispetto ai suoi capolavori di qualche anno prima e i suoi amici Stadio avevano piazzato un album strepitoso, La faccia delle donne, con la famosissima Acqua e Sapone che ha il testo di Vasco, Porno in TV  col testo di Lucio e altri 5 pezzi coi testi di un certo Luca Carboni, che proprio quell’anno lì farà uscire il suo primo album dal titolo …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, co-prodotto da Gaetano Curreri, che diventerà il simbolo dell’itpop degli anni ’10 del 2000.

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Narra la leggenda, che poi magari leggenda non è, che gli Stadio abbiano letto un testo di Carboni, giovane bello e maledetto, lasciato all’Osteria da Vito a Bologna (storico luogo di ritrovo dei cantautori) e se ne siano innamorati, arrivando a proporre al ragazzo di scrivere un testo per il loro primo album del 1982. Ai tempi la discografia funzionava e c’era tutto il tempo per sperimentare nuovi talenti, quindi grazie all’incontro con Curreri, Lucio Dalla e Ron, Luca Carboni riesce a registrare il suo primo album che li vedrà tutti presenziare in qualità di musicisti (Dalla con lo pseudonimo di Domenico Sputo), insieme ad alcuni musicisti che accompagnavano Claudio Lolli e da Jimmy Villotti, sessionman per Dalla, Guccini e Paolo Conte. È una squadra spettacolare, una vera super band, di conseguenza il disco è nuovo, giovane e strepitoso. Ascoltate oggi le linee di basso, vere cartine tornasole della musica figa negli anni '80: quello è il modo di far muovere gli istinti degli ascoltatori. Ci sono le tastierine, i synth ma anche la chitarra, mai invadente e c'è la voce di Luca che sembra sempre sul punto di rompersi o di mandare tutti a cagare. 

I testi di Carboni sono una roba mai sentita: indolenti e malinconici, di poesia e di strada, che sembrano uscire dalle pagine più romaniche di Andrea Pazienza. Parla di vita in generale, di donne, di eroina, di sesso e d’amore. Rinfrescante come il gelato preso invece di svoltare come in Amore Tossico di Caligari, profuma d’estate e di sesso, ma soprattutto non somiglia a niente che sia uscito in quel periodo. Luca Carboni vuole un brivido (anche solo un bacio di traverso) e invece si trova spesso solo, a fare a botte coi propri pensieri, a osservare gente che passa, a riflettere sulle rockstar e sui giovani che, come lui, vogliono divertirsi e si annoiano mortalmente.

 

Le canzoni, una per una, sono qualcosa di miracoloso.  Si parte col singolo Ci stiamo sbagliando e già si entra nella mitologia carboniana: le commesse del centro che non sono le fate, noi ladri di mille lire, cercando il modo per non morire, per non pagare le tasse, per far passare la notte. Romantico, lessico di strada, voce della generazione di 100 milioni di cuori, 100 milioni di matti che graffiano e poi fanno le fusa. C'è tutto il pop radiofonico che viene dal basso, qui dentro. La musica, poi, è leggera e ti brucia la pelle come l’abbronzatura, facendoti sentire subito meglio, nonostante sia sempre sottilmente disperata. 

A Luca piacciono le donne in modo romantico, passionale, violento e Amando le donne inizia quasi melodrammatica, col sax di Dalla in bella vista, per continuare lenta e indolente, ma il ritornello scombina tutto e diventa rock di quello che ti fa muovere il culo: voglio un brivido, urla Luca, ma mentre si guarda intorno non c’è nessuno.

Li vedi potrebbe essere un pezzo 80s di Vasco che parla delle rockstar e di chi si sente tale, di quelli che vanno a ballare e si sentono star, anche se non lavano mai i calzini. Altro sax di Dalla che s’impadronisce del ritornello e fa fare sogni fumosi al neon anche oggi, ora.

Dopo aver parlato dei giovani, delle donne e di quelli come lui, le rockstar di provincia, Luca scrive un pezzo che è un pugno nello stomaco: la storia della sua ragazza in overdose per dell’eroina tagliata male e di lui che la trova stesa senza sapere che fare se non vendicarsi. Fragole buone buone è una canzone secca, dura, cattiva ma mai troppo esplicita, che gioca sui doppi sensi senza perdersi in patetismi. Grande successo quell’anno.

 

L’uomo e la donna comuni, comunissimi, di quelli che si perdono nel mucchio. Di questo parla Questa sera, e di una storia d’amore che non va in porto. Che questa sera è una sera normale, se ne accorge perché torna come sempre da solo. La novità di testi come questi è che sono cantati su musica che non cerca mai il pianto facile, anzi, svolazza malinconica e felice come una sera estiva di fine agosto.

Arriva il momento della mia preferita e perdonatemi se metto dell’ego in questo racconto, non posso evitarlo.  Ma che amore incredibile è una delle canzoni italiane più belle mai scritte, punto. Un amore, due anime nere, due bimbi compiaciutamente cattivi che stanno ai margini della società e la musica che segue la loro vita: riflessiva, festaiola e poi malinconica, a second adei loro sentimenti, tutto in un pezzo. C’è un trampolino puoi tuffarti nei miei occhi anche se non sai nuotare. Siamo negli 80s, la violenza non vuole nessun "politicamente corretto" e allora un verso come Sarò dolce come quella volta che ti ho tirato uno schiaffo assume connotati generazionali, di un’epoca che non c’è più. Ecco, immaginate Anna e Marco di Dalla in versione tossica, estrema e avrete questo pezzo incredibile qui.

 

È il momento di Ninna nanna, la dolcezza ammazza diabetici che solo Luca sa come si fa senza diventare ridicoli. Lui, bello come un modello con la faccia sbattuta, il ciuffo e quegli occhi che hanno innamorato tutte in quegli anni. L’anello di congiunzione tra il ragazzo che tutte le madri vorrebbero per la figlia e quello che i padri rincorrerebbero col fucile.

A proposito di mamme e babbi, di domeniche in chiesa e di riflessioni generali sull’esistenza parla L’avvenire Carboni, che anche solo come titolo potrebbe essere stata scritta ieri. Che bello, che bello che tu sia qua, mentre le mie lentiggini si appiccicavano sul tuo viso.

L’ultima chiude il cerchio, Giovani disponibili dentro al bar, per donne senza età. La musica che cambia di ritmo, che da dolce si fa rock ballabile è un po’ il leitmotiv dell’album e tra tutto questo testosterone buttato al vento c’è spazio per la critica religiosa  (e andiamo avanti così, colpiti da un come va, da un Dio che ci frega la tranquillità) e poi finisce così, con la strofa in cui c’è tutto, ma proprio tutto il nuovo pop di oggi:

 E vedi non c’è niente da fare, siamo nati per aspettare, per aspettare che qualcosa si muova e che ci venga a cercare. Magari un’altra guerra mondiale o una stronzata geniale. Ma va bene così, o meglio, siamo già qui e intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film.

 È il 1984, Luca Carboni ha 22 anni e ha inventato l’itpop.

 

 

 

 

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Commenti (2)

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  • Gis 2 mesi fa @Gis

    Bellissimo articolo che va a descrivere un album e un cantautore ancora attuale. Luca con la sua semplicità, il suo personalissimo modo di dipingere la quotidianità di quella generazione, che poi e anche la mia, in questo e in altri album, ha saputo dar
    voce, intimità ai ragazzi di quegli anni, raccontando con le sue parole, momenti che raffigurano e ci riprendono appieno in quegli anni e fra le righe dei suoi testi ci riconosciamo appieno.

  • Gis 2 mesi fa @Gis

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