Rino Gaetano, l'antitaliano

Rino GaetanoRino Gaetano
13/06/2012 di

Il 2 giugno scorso si sono celebrati i 66 anni della nostra Repubblica. Non era in verità l’unico anniversario che cadeva in quel giorno. Ad esempio, erano anche 26 anni dalla morte di Rino Gaetano, in un incidente sulla Nomentana a Roma, il secondo in pochi giorni: dal primo era uscito miracolosamente illeso, in questo morì.
Alle 3.30 di notte (Gaetano registrava di notte), la sua Volvo 343 grigio metallizzato si schiantò contro un camion Fiat 650D all’altezza dell’incrocio con via Carlo Fea. Gaetano non morì subito, ma solo dopo essere stato rifiutato da ben cinque ospedali romani, una prassi comune negli anni 70, descritta in vari film dell’epoca ("Pronto soccorso", episodio del film collettivo "I nuovi mostri", 1977) e quasi preconizzata dallo stesso musicista calabrese in "La ballata di Renzo", suo brano del 1970, rimasto inedito fino al 2009 (si trova in Live & Rarities): il bello (o meglio, il brutto) è che di questi cinque ospedali (Policlinico, San Giovanni, San Camillo, Cto della Garbatella, San Filippo Neri), i primi tre vengono citati nell’inedito.
Alle sei di mattina Gaetano muore, vittima della stanchezza, dell’inefficiente sanità italiana e forse anche di uno stile di vita veramente al limite (Venditti, suo grande amico, qualche anno fa parlò di troppa cocaina, seccamente smentito da Anna Gaetano, sorella di Rino).

Vabbè, povero Rino, direte voi. Ma che c’entra, a parte l’anniversario, con i 66 anni della Repubblica Italiana? C’entra, perché di questa povera Italia Gaetano ha lasciato un ritratto famosissimo, che è la migliore celebrazione di questa nazione malata, l’atto d’amore di un antitaliano, ovvero di uno che è in realtà, per dirla con le parole di Alberto Asor Rosa, “la vivente radice nazionale, che in genere riemerge quando l’ultimo gradino è stato raggiunto”, in opposizione ai tipici vizi nazionali, ovvero il moderatismo, l’incapacità di assumersi le responsabilità di una scelta, l’assenza di spirito civile, la tendenza alla pastetta e alla corruzione. Il ritratto, l’avrete capito tutti, è la famosissima "Aida", uscita nel giugno 1977: ancora una volta, nell’anniversario della nascita della Repubblica. È significativa la scelta della figura di donna con cui identificare l’Italia: l’Aida di Giuseppe Verdi.

Rino Gaetano

Verdi, certo, fervente patriota ottocentesco, il musicista il cui cognome divenne acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia per poter gridare “Viva Verdi” senza essere arrestati dalla polizia austriaca. Ma il Verdi dell’Aida (il cui libretto è opera di Antonio Ghislanzoni) è un altro: scrive di un soggetto esotico a unità d’Italia compiuta. Quello che ha colpito Gaetano del personaggio Aida è che, pur essendo figlia del re dell’Etiopia e schiava degli Egizi, è innamorata del giovane guerriero egizio Radames, che sconfiggerà gli Etiopi e poi per amor di lei si comprometterà con essi. Entrambi finiranno a condannati a morte per tradimento.
Quale metafora migliore per l’Italia di una donna divisa tra l’amore per la patria e il padre e quello per il suo padrone? E che alla fine giunge alla rovina? L’Aida di Gaetano è ormai vecchia, sfoglia “i suoi ricordi, le sue istantanee, i suoi tabù”, le cose non dette e/o intoccabili, ovvero “le sue madonne, i suoi rosari”, trasparente sineddoche per il cattolicesimo controriformista da sempre tara italiana, “e mille mari e alalà”, ovvero le avventure coloniali del regime fascista del 1935-36 (proprio nell’Etiopia dell’Aida verdiana, guarda un po’), che dal 1929 ormai si era fortemente legato agli ambienti clericali con il Concordato.

L’ipocrisia contraddittoria di quest’Italia viene alla luce dopo: “i suoi vestiti di lino e seta, le calze a rete”, metafora dell’erotomania nazionale, contrastano con l’immagine ufficiale del paese data dal regime clerico-fascista. Della stessa doppia faccia “Marlene e Charlot” sono due simboli complessi: per la prima viene immediato l’accostamento alle leggi razziali del 1938, frutto dell’avvicinamento dell’Italia fascista alla Germania nazista conseguente alle sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni contro il nostro Paese proprio per l’invasione dell’Etiopia; leggi dirette contro i cittadini di religione ebraica, cui allude Charlot, il personaggio inventato dal comico di religione ebraica Charlie Chaplin. Ma la “Marlene” della quasi omonima canzone (Lilì Marlene o Marleen) è la prostituta a cui il soldato tedesco pensa mentre cammina nel fango: un simbolo antimilitarista, fortemente avversato dal ministro della propaganda nazista Goebbels, che ne vietò la trasmissione.
E chi meglio di Charlot, maldestro, ma di buon cuore, esprime l’immagine che gli italiani d’allora avevano di sé? Ovvie poi le allusioni alla scarsa adesione ai provvedimenti razziali da parte degli Italiani.
Gaetano narra poi la guerra, dichiarata sempre a giugno (il 10 giugno 1940, per l’esattezza), la rovinosa campagna d’Egitto (lo stesso di Aida), uno degli eventi che segnò l’inizio della fine delle potenze nazifasciste, l’inizio appunto di “un’altra età”, l’occupazione tedesca (“marce svastiche e federali”), il coprifuoco (“sotto i fanali l’oscurità”), la guerra civile e la Resistenza (“un paese diviso / nero nel viso / più rosso d’amore”). Alla fine della guerra, ecco le difficoltà della ricostruzione (“i compromessi, la povertà / i salari bassi, la fame bussa”) su cui si innesta una nuova divisione del Paese in due schieramenti contrapposti (“il terrore russo, Cristo e Stalìn”, con la finezza della pronuncia d’epoca), la nascita della Repubblica (“la costituente”) che però non promuove una vera democrazia, al di là della carta (“e chi ce l’ha?”), per “trent’anni di safari / fra antilopi e giaguari / sciacalli e lapin”, con allusione ai nomi in codice dei politici coinvolti nello scandalo Lockheed, in cui l’azienda aereonautica Usa pagò tangenti a politici e militari stranieri per vendere a stati esteri i propri aerei.
Dato che l’esplosione dello scandalo data proprio al 1976 (trent’anni dopo la nascita della Repubblica), verosimilmente la composizione della canzone data a quell’anno.

Rino Gaetano

È stato detto che in "Aida" Rino Gaetano avesse abbandonato la sua consueta ironia. Nel testo, certo. Ma l’ironia, dolente e drammatica, sta nell’incedere lento e significativo della musica, che nel ritornello cita, rallentandolo a marcia funebre, il motivo della Marcia trionfale dell’Aida verdiana (gli stessi accordi del brano sono ricavati a partire da esso, a mio parere): la fedeltà ai padroni e ai loro millantati sogni di gloria produce la morte di Aida, cioè dell’Italia, è il chiaro messaggio di Gaetano.
Non a caso, il brano non entrò mai nella top ten.
Rino disse: “Aida rappresenta tutte le donne da settant’anni a questa parte, quindi la nonna, la mamma, la fidanzata, un’eventuale futura mia figlia. Sono tutte Aide, che hanno sofferto come forse ho sofferto io negli ultimi ventott’anni e come ha sofferto mia madre…
Una chiara convalida dell’identificazione di Aida con l’italiano medio. Non è finita qui: Aida ha due canzoni sorelle. La prima è "I miei sogni d’anarchia" (a lungo inedita, ora in Live & Rarities del 2009): in essa Gaetano, oltre a rivelare le sue idee politiche, ritrae ancora una volta l’Italia, stavolta degli anni '60 e '70, in una donna che cerca di affrancarsi dal suo passato, ma ancora una volta è stretta tra il “valore del denaro” e i sogni rivoluzionari, rigurgiti fascisti (“l’egoismo della razza”) e novità, “tra feudalesimo e i miei sogni d’anarchia”.
La seconda è "La donna mia – Scusa Mary" (da "Io ci sto", 1980), in cui la storia d’amore del protagonista e di Mary scorre senza che i due risentano minimamente degli orribili avvenimenti (sempre degli anni '60 e '70) che vengono ricordati nel testo.

Un’altra metafora del disimpegno italiano, ma sempre seguito da un atto d’amore per la propria patria, che si vorrebbe vedere senza macchie, proprio perché la si ama. E quindi, nonostante tutto, “Aida, come sei bella”.

Tag: Retroterra

Commenti (1)

  • Agostino Murgo 06/11/2014 ore 19:16 @agostino.murgo

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