La storia della prima vera fanzine veneziana, Rockgarage Rubrica

La copertina del primo numero di Rockgarage, febbraio 1982. Grafica e disegni di Franco Raffin e Loris Muner - La copertina del primo numero di Rockgarage, febbraio 1982. Grafica e disegni di Franco Raffin e Loris Muner -
17/02/2016 di

Mille lire, bianco e nero, recensioni e dischi punk. E poi fumetti, lettere, concerti e compilation, sullo sfondo di una Mestre operaia monotona e grigia: Marco Pandin racconta la storia di “Rockgarage”, la prima fanzine creata e diffusa a Mestre e Venezia negli anni ’80.

 

I want to disturb my neighbour
'Cause I'm feelin' so right
I want to turn up my disco
Blow them to full watts tonight
In a rub-a-dub style, in a rub-a-dub style...

("Bad Card", Bob Marley. Pezzo in apertura al primo editoriale di Rockgarage, febbraio/marzo 1982)

 

Pensare oggi a una fanzine è quasi fantascienza: qual è il contesto in cui nacque Rockgarage?
Rockgarage nacque a Mestre alla fine del 1981. Oggi Mestre è una città molto diversa dai grandi centri urbani italiani, ed era tutto diverso anche al tempo. Nella piazza passava ancora l’autobus e stavano lottizzando Piazza Ferretto. Per i ragazzi non c’era niente, nessuna situazione di aggregazione. Era una città operaia e noi eravamo tutti poveri. Amici con la cultura della strada, dei casermoni, del darsi la mano l’uno con l’altro. Ci piaceva molto la musica. Compravamo i dischi collettivamente e poi ce li passavamo facendo le cassette, ci davamo una mano a scuola... Era un modo orizzontale di sopravvivere in gruppo. C’erano zone in cui dicevano ci fossero i fascisti e non si potesse passare, e ugualmente a scuola attraversavamo un periodo di obbligatorio impegno politico. Per chi era un attimo più strano c’era sempre la sensazione di sbattere contro chi ti spiegava come avresti dovuto fare. Questo era difficilissimo da accettare, specialmente quando arrivava da ragazzi della tua stessa età, magari anche del tuo stesso quartiere, che risolvevano sul piano ideologico non solo le questioni culturali ma anche i fatti spiccioli di tutti i giorni. La verità, passami il termine, è che eravamo nella merda e che cercavamo di uscirne immaginando come “sarebbe stato più bello se”. Se ci fosse stato un posto per delle attività culturali continuative. Se ci fossero stati due soldi in più. Ma i soldi in più non c’erano. E poi uscì una cosa stranissima.

(Fuga di gas a Marghera, 1970. via)

In giro per Mestre apparvero dei manifesti. Azzurri, un numero di telefono e la frequenza di una radio. Una radio? Al tempo c’erano solo RAI e Radio Capodistria. Forse Radio Montecarlo, ma qui non si prendeva. Andammo a casa e la cercammo: era ancora tutto agli inizi, non c’erano veri e propri programmi, solo musica. Musica strana. Al tempo per radio si sentiva anche cose alternative, gli Area, Eugenio Finardi, Napoli Centrale, gli Osanna, tutti i gruppi prog. Però a differenza di tutte le altre questa radio trasmetteva i pezzi per intero e soprattutto anche dischi che qui non arrivavano. Telefonai, andai ad una cabina pubblica perché non avevamo il telefono a casa. Sarò stato in seconda o terza superiore. Mi spiegarono dove si trovasse la sede a Marghera, e scoprii che con due corriere la potevo raggiungere. Ci andai. Trovai ragazzi da Castelfranco, da Marghera, da Rovigo, da Dolo... stranieri (ride). Erano tutti più vecchi di me di almeno dieci anni.

La radio che ruolo ebbe nella nascita del giornale?
I ragazzi che l’avevano creata mi spiegarono che si trattava di un tentativo, erano già riusciti a fare una televisione via cavo. Le prime volte al mixer c’era un ragazzo che dava una mano, dopo un paio di volte mi disse che potevo portare i dischi da casa e fare quello che volevo. Alla fine mi disse di arrangiarmi. Figurati... C’erano anche miei amici, un piccolo gruppo. Era bello, fuori non c’era niente e noi andavamo in radio. Facevamo di quelle discussioni sui gruppi, sulla musica, sull’ascolto dei dischi... cominciammo a mettere anche cassette con cose che registravamo noi. Fu un successo enorme. Altri ragazzi che suonavano e che conoscevamo ci davano cassette con le loro cose, naturalmente registrate come possibile, che noi inserivamo insieme ad Area, Camerini, Finardi, Lolli. E così cominciammo ad ampliare il nostro giro e ci venne l’idea di sviluppare anche un giornale, basato sullo stesso spirito. Adesso la scelta è ampissima, ma al tempo era limitata al Mucchio e Rockerilla, che trovavi all’edicola della stazione e neanche sempre, e ai giornali inglesi da classifica, che non ci interessavano.

Quindi la necessità del passaggio anche al cartaceo fu sentita in radio?
In radio e in occasione di un viaggio a Londra. Io già lavoravo e riuscii ad avere delle ferie. Non le avevo mai avute in vita mia. Con una decina di ragazzi, forse anche di più, raggiungemmo il Regno Unito in treno, affittando una casa fuori città per contenere i costi. Cominciammo a girare tutti gli indirizzi che trovavamo sulle copertine dei dischi, andammo a vedere concerti. Per una ventina di giorni fummo esposti a questa cultura completamente diversa, a un nuovo modo di suonare, registrare, stampare. Fummo tutti colpiti vedendo come operavano le fanzine e nacque spontanea l’idea di realizzarne una qui.

(La copertina del primo numero di Rockgarage, febbraio/marzo 1982)

Come creaste il primo numero?
Uscì nell’82. "Nervoso, confuso e bollente", così lo definimmo noi stessi in seguito. Tremila copie in bianco e nero, stampate grazie a una sorta di autotassazione da parte di chi lavorava, una colletta raccolta con un concerto a Oriago e vari piccoli lavori, dalla raccolta di bottiglie ad altre cose del genere. Io avevo ventidue, forse ventitré anni, ed ero uno dei più vecchi. Eravamo ragazzi che non avevano mai avuto niente, allora esagerammo: il ragionamento era stato quello di metterci gruppi inglesi che ci piacevano, gruppi americani che ci piacevano, traduzioni dei testi delle canzoni che secondo noi era importante diffondere, pareri sui concerti che andavamo a vedere. Tutto quello insomma che avremmo voluto trovare in un giornale di quel genere. Con il giornale in mano, però, abbiamo visto subito che non eravamo noi. O meglio eravamo noi, ma non fu un bel vedersi, sentimmo la mancanza di una componente personale. Per fortuna fu ugualmente un'idea vincente, costava per scelta mille lire e riuscimmo a distribuire tutte le copie. Chi aveva i soldi lo comprava, chi non ne aveva dava qualcosa, era uguale davvero. Riuscimmo non solo a coprire le spese del primo numero, ma anche a finanziare quello dopo. E a partire dal secondo, con lo stesso spirito che ci animava in radio, inserimmo i gruppi di nostri amici che suonavano, i contributi di chi amava disegnare... Diventò una cosa nostra. E funzionò.

(La copertina del quinto numero di Rockgarage (il primo fu infatti lo zero/zero). All'uscita era allegato un disco-compilation, curato dalla redazione, che includeva materiale autoprodotto dai gruppi coinvolti. Grafica di Franco Raffin e Rosa Anglani)

Di che contenuti vi occupavate?
C'erano recensioni (un estratto da quella di "Pornography" dei Cure da Rockgarage di luglio/agosto 1982: "CURE "Pornography". Robert Smith, con questi nastri nel cassetto, non deve aver dormito notti tranquille durante l'ultimo periodo, da "Faith" fino a "Carnage visors" a "Charlotte sometimes". Lo testimonia questo "Pornography" [...], disco maledetto che vi renderà inquieti e nervosi..."), speciali, testi tradotti (nel primo numero quelli di Dead Kennedys e Crass, seguiti da Poison Girls, i veneziani Death in Venice e The Wops, Bauhaus, New Order e molti altri), articoli di approfondimento, fumetti (tra gli autori anche Giorgio Carpinteri e Igort), racconti di festival e concerti, interviste più o meno autorizzate sia ai musicisti (John Martyn, Gaznevada, Echo & The Bunnymen, The Sound, Frigidaire Tango, Diaframma...) che ai personaggi legati alla vita culturale di Mestre e di Venezia, vedi Roberto Ellero del settore cinema dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Venezia, ma anche di altri luoghi, per esempio intervistammo lo sloveno Igor Vidmar che era tra i maggiori propulsori del punk in ex-Jugoslavia. C'erano diverse rubriche, una per esempio si occupava di dare consigli per un viaggio a Londra sulla base di ciò che avevamo visto e vissuto ("London Calling"), mentre "Folkgarage?" includeva riflessioni e recensioni sul folk revival o su produzioni acustiche. Riuscivamo a concentrare contributi, lettere, materiale di gente conosciuta a un concerto. In seguito iniziammo ad allegare anche dei dischi, che acquistarono centralità sempre maggiore. Nell'ultimo dovevano esserci dei ragazzi da Salerno conosciuti solo per lettera e intendevamo realizzare qualcosa anche con i Litfiba.

(Parte di un articolo tratto dal terzo numero di Rockgarage, dedicato al 45 giri d'esordio "Pioggia/Illusione Ottica" dei Diaframma. Interessante che, per poter richiedere una copia del disco, sia riportato il numero di telefono di Federico Fiumani, chitarrista e cantante del gruppo)

Avevate una redazione stabile?
Eravamo organizzati... ma non eravamo organizzati. Magari io curavo maggiormente i contatti esterni, perché amo chiacchierare. Se c’era da fare il banchetto, andavo io. Franco era più silenzioso e amava il disegno, si occupava di questo. Avevamo tanti amici in giro e inviavano i loro scritti. C’erano dentro anime molto diverse: chi amava Bruce Springsteen e chi come me amava i punk anarchici inglesi. Ma entrambe trovavano posto nel giornale, perché non era quello il terreno di confronto. Nei dischi che realizzavamo c’erano gruppi sperimentali, gruppi punk, gruppi dark, gruppi di elettronica, jazz. E quando organizzavamo concerti c’erano magari anche tre gruppi per rassegna, che suonavano ciò che volevano. Questo funzionava solo qua. Al Virus a Milano suonavano i gruppi punk, e basta. A Pordenone suonavano solo i gruppi di Pordenone. Più aperta era la mentalità di Udine e Torino e con i ragazzi del centro sociale udinese siamo tuttora in grossa amicizia, così come con i torinesi. Magari in città più grandi erano più organizzati e c’erano persone con l'esperienza che derivava dalla partecipazione a collettivi politici a scuola o a centri di proletariato giovanile. Qui non c'era niente di tutto ciò o comunque non in uguale misura.

Ricevevate supporti economici esterni?
Già con il primo numero ricevemmo offerte da parte di chi voleva organizzare eventi a Mestre e Venezia, soprattutto associazioni legate al PCI, o da editori musicali che volevano comprare per la pubblicità le pagine centrali. Ma non accettammo mai, non volevamo sentirci comprati da nessuno. Abbiamo inserito sì alcune pubblicità, ma si trattava di promozione di dischi di nostri amici o di botteghe e negozi di dischi che accettavano di tenere il giornale, lo scambio consisteva solo in questo. Nell’84 Firenze ci invitò al primo Meeting delle Etichette indipendenti, lì organizzammo un banchetto e c’era la ressa. Anche lì c’erano ragazzi come noi, persone che venivano a portarti cassette in cambio del giornale... i soldi si raccoglievano da soli, senza spinte promozionali. Era tutto vuoto, c’erano solo spazi da occupare.

Che ruolo ebbe il punk nella nascita di Rockgarage?
Fu fondamentale nel creare un certo tipo di mentalità, di impatto. È stato un girare pagina. Invece di aspettare di trovare in edicola un giornale in cui mi potevo identificare, il punk è stato un prendere coscienza del fatto che potevi fartelo tu, il giornale. Non è bello come quello in edicola? Non mi interessa niente, è il giornale scritto da me e nelle sue pagine c’è un pezzo di me che esce fuori. E questo aggregava i ragazzi, perché vedevano che era una cosa accessibile, in un contesto in cui, te lo ripeto, non c’era nulla di simile. Io per i punk anarchici impazzii già durante il primo viaggio a Londra. Dicevano quello che volevo dire io. Mi piaceva De André, ma era troppo buono. Loro sembravano dei matti.

 

(Un frammento dall'articolo "Storie e controversie del punk rock californiano". Rockgarage zero/zero, febbraio/marzo 1982

E con le altre realtà legate all’organizzazione di concerti in che rapporti eravate?
Centri sociali non ce n'erano a quel tempo, stiamo parlando di inizio anni ’80. C’erano collettivi in altre città, ci conoscevamo tutti. Eravamo in buoni rapporti, però quando si trattò di fare delle collaborazioni non abbiamo voluto saperne. Da una parte c’era l’ARCI, che faceva censimenti di tutti i gruppi, nomi, telefoni, contatti. Dall’altra i coordinamenti dei punk, che di fatto agivano nello stesso modo. Noi non abbiamo voluto assolutamente saperne, perché ci era chiaro che le cose erano in mano a gente che aveva disponibilità economica ben diversa dalla nostra. Noi eravamo selvatici, non ci lasciavamo avvicinare. Questa era gente che tutti i mesi andava a Londra a prendere i dischi inglesi e tornava qui a venderli. Non solo a Mestre, ovunque. Avevamo amici ovunque e soprattutto da nessuna parte.

E con il giornale come continuò?
Usciva un numero ogni sei mesi, due all’anno. Va comunque ricordato che eravamo ragazzi, alcuni studiavano e io ad esempio lavoravo. Lo stampavamo nel fine settimana. E poi non avevamo nemmeno una sede. Inizialmente era una cosa che riuscivamo ad organizzare in modo informale: andavamo in spiaggia, al Lido, oppure un fine settimana a fare un giro... poi però il giornale iniziò a diventare una cosa grossa. Vendevamo. E vendevamo nel giro di poco tempo, praticamente per corrispondenza. Il giornale era anche un po' un pretesto, ma credibile, per ampliare le nostre attività: riuscimmo a organizzare incontri, performance, mostre di fumetti, rassegne. Non c'era mai stato qualcosa del genere prima e ne sentivamo tutti un bisogno urgente. Cercavamo di portare i gruppi a suonare qui e di fare da base per i concerti più vicini, per esempio vendendo noi i biglietti. C’era una cooperativa di Bologna che ne organizzava, noi qui a Mestre distribuivamo le prevendite appoggiandoci a un paio di negozi del centro. Andavamo in giro di notte ad attaccare manifesti e la sera del concerto portavamo a Bologna i biglietti non venduti e l’incasso, ricevendo ventimila lire e l’ingresso al concerto. E quante cose abbiamo visto...

Perché l’avventura si concluse?
Stava andando tutto bene, quando abbiamo voluto provare a fare il salto. C’era un ragazzo di Venezia che lavorava come distributore indipendente di dischi e noi avevamo deciso di realizzare un LP con dentro il giornale. In precedenza avevamo realizzato il giornale allegando a volte una compilation, stavolta si trattava proprio del contrario e l’LP era centrale. Gli affidammo il pacco di roba e tutto finì.

In che senso?
Non ci restituì mai né il materiale né il denaro. Non sparì, ma disse che soldi non ce n’erano, dando la colpa ad altri. Abbiamo chiuso. E il denaro non ce l’abbiamo ancora. Noi facevamo anche altro, ma non è tanto questo. È che ci appoggiavamo a lui e, soprattutto, di lui ci fidavamo. A me andò bene perché avevo un lavoro, ma c’erano persone che non lo avevano e fondamentalmente quando cercai di parlarci campò tantissime scuse e se la filò. Fu brutto. Il fatto di rendersi conto che fuori non tutti ragionavano come noi, anche tra coloro che più facevano gli alternativi.

(La copertina del terzo numero, a cui per la prima volta fu allegato anche un disco. Il disegno è di Franco Raffin)

Dopo la chiusura, realizzaste progetti di altro genere?
Negli anni successivi alla chiusura di Rockgarage, ci unimmo con ragazzi da Udine, Marostica, Torino, Milano e Viareggio per realizzare dei lavori con la P.E.A.C.E. Si pronuncia proprio “peace”, in italiano. Era tutto un grandissimo ridersi in faccia e prendersi in giro con i nomi finti e inventati o soprannomi. Ma non per atteggiarci, era un tentativo di saltare addosso alla situazione. Non avevamo accordi specifici, ma avevamo stabilito che ognuno di noi potesse pubblicare con questo marchio comune le proprie cose mentre gli altri, senza obbligo ma per come ne erano capaci, avrebbero sostenuto la realizzazione e la diffusione dei dischi. Abbiamo supportato i Franti di Torino, un disco mio, alcuni progetti di Milano e il primo disco di Giorgio Canali, conosciuto con altri ragazzi da Forlì perché tra i tecnici di palco che suonavano al Convegno Internazionale Anarchico di Venezia nell’ ‘84. Suonavano cose così strane... Ci piacevano molto. E così Federico Fiumani e i Diaframma, ne abbiamo organizzato dei concerti qui. Se fosse stata gente che se la tirava non l’avremmo mai chiamata. Erano ragazzi come noi. Problematici sì, ma anche noi. Eravamo dei gran rompicoglioni. Non andavamo d’accordo fondamentalmente con nessuno, non per gelosia di identità, ma perché vedevamo che molti procedevano in branco e non in gruppo. Fiumani scriveva magnificamente, portava in musica questo mondo di ragazzi disoccupati, zero schei, tutti molto poveri. Tutti questi ambienti creativi di ragazzi versavano in una situazione abbastanza simile.

Qual è a tuo parere l’eredità lasciata da Rockgarage?
Ci siamo divertiti, abbiamo venduto tanto. Come eredità, zero. Non è mai venuto fuori niente dopo che ci si potesse avvicinare. Ci sono state alcune cose continuate per un po’ di tempo, una sede di Radio Popolare qua a Mestre e credo anche verso Conegliano. Non che sia andato tutto male, naturalmente. Ho tanti amici che trovo ancora ai concerti, con cui ci siamo scritti, con cui suonavamo. Con loro abbiamo mantenuto amicizia da allora, la condivisione di gusti musicali è in parte una buona scusa per ritrovarci. Tra i sostenitori del progetto c’era anche Giacomo Spazio a Milano. Una grande mente, sapeva fare le cose. Noi a volte ci perdevamo, lui era dotato di continua inventiva e sapeva come agire, come stampare le magliette, come risolvere i problemi. Prendeva tutto seriamente. Quello che è rimasto tra noi è un po' questo senso di fare le cose insieme, che ha dato anche il salto di qualità perché questi ragazzi hanno messo a disposizione il loro ingegno, il loro genio, le loro visioni, magari anche a chi come me era più terra terra. E tutto questo, nei progetti in cui siamo coinvolti ora, è certamente continuato.

"Il tempo passa, inesorabile, sui nostri sogni e su quelli altrui, sui buoni propositi regolarmente irrealizzati, sulle idee nebulose e chiare che siano, tanto i risultati non cambiano. Eppure questo, a detta di molti, sarà l'inverno più duro, freddo e nebbioso rispetto a quelli che l'hanno preceduto per quanto riguarda l'ambiente musicale (anzi, il sottoambiente musicale) veneziano. [...] E poi, resta sempre il mito della grande città. Tutti seduti a sognare, sospirando, Milano, Bologna, Roma, perché sembra che solo lì la musica (in sostanza la vita) imperversi e furoreggi, e che ci si diverta come pazzi, fino alle lacrime. Qui facciamo parte della grande famiglia italiana, col Bar Sport o il Caffè Makombo (provate a contarli in tutta Italia) o il Viale S. Marco al posto della Via Emilia. E poi... La grossa unione ed affiatamento dell'ambiente musicale. Lui è stronzo, egli lo stesso, l'altro fa blues, io faccio rock, solo dark, prego, l'altro non dà affidamento, loro fanno le stesse cose da una vita, io invece mi dichiaro professionista, l'altro così così, e beviamoci tutti insieme uno spritz. [...] Spegniamo le radio, gli amplificatori, qualsiasi proposta di rassegna e nel silenzio più assoluto proviamo a sentire se dentro ognuno di noi è restata ancora un po' di musicalità, d'amore, di fantasia. Solo così, l'inverno dello scontento potrebbe servire a qualcosa. Magari a sentire che l'erba cresce." (da "L'inverno dello scontento", articolo di Jacopo Terenzio, Rockgarage zero/quattro, dicembre 1983)

 

(Un ringraziamento di cuore a Marco Pandin e a Giorgio Canali e Giacomo Spazio)

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