"Senza voce": la musica è vita e conflitto

Dal 2015 Johnny Mox e Above the Tree hanno girato i centri di accoglienza di tutta Italia ed Europa, per parlare e soprattutto suonare con i richiedenti asilo. Ora il loro splendido progetto diventa un documentario. Una lunga chiacchierata per parlare di incontri e scontri, di ciò che conta davvero

Un dettaglio della cover di "Senza voce"
Un dettaglio della cover di "Senza voce"

La stessa mattina in cui intervistavo Johnny Mox, Mohammed Abdiker, direttore regionale dell’OIM per l’Africa Orientale e il Corno d’Africa, correggeva via Twitter, aumentandolo, il numero di migranti annegati al largo di Gibuti: 42, di cui 16 bambini, morti in mare in seguito al ribaltamento dell’imbarcazione su cui stavano fuggendo dallo Yemen.

La notizia, e il suo essere passata sottotraccia, mi ha fatto venire in mente un post di un amico che stimo, pubblicato nell’estate del 2018: l’autore si chiedeva, osservando la povertà del dibattito politico consumato sulle 629 persone rimaste per giorni a bordo della nave Aquarius, quando fosse iniziata «la fine di quel meccanismo profondamente umano di sapere immaginare l’inimmaginabile, anche a tentoni, di saper accogliere l’inimmaginabile. Di immaginare vite che non sono la propria». Senza riuscire a darsi risposte, si domandava dove si originasse la difficoltà di «rendere “reali” 629 persone raccolte in mare».

Di Stregoni, il progetto musicale dedicato alle politiche migratorie dell’Unione Europea creato dal gospel-punk trentino Johnny Mox (Gianluca Taraborelli) e dal marchigiano Above the Tree (Marco Bernacchia) a fine 2015, e che da quella data ha coinvolto oltre 5000 richiedenti asilo attraverso i centri di accoglienza in tutta Europa, mi è sempre piaciuto proprio questo: la capacità di immaginare una modalità nuova in cui la musica potesse raccontare le storie degli altri – soprattutto quelle, ed è un punto fondamentale, che accadono nelle nostre città, ma che sono anche sottorappresentate a livello narrativo. Riuscendoci senza retorica, né pietismo.

Oggi l’esperienza di Stregoni è diventata un film, Senza voce, la storia di Stregoni, diretto da Joe Barba, scritto da Johnny Mox e che sarà presentato in anteprima alla 69esima edizione, completamente digitale, del Trento Film Festival. Un documentario musicale dalla Sicilia a Malmö, che raccoglie voci migranti “lungo i confini del Vecchio Continente”, su una colonna sonora di gospel, psichedelia e electro-tribalismo e che sarà visibile nella piattaforma online del festival dal 30 aprile al 16 maggio (noleggio singolo film 5€, online pass per accedere a tutti i film 25€).

Ne abbiamo parlato con l’autore, Johnny Mox, in una lunga intervista che è diventata anche un’occasione per riflettere sull’intera esperienza di Stregoni.

Trovo interessante che Senza voce esca in una fase in cui il dibattito pubblico è concentrato e polarizzato sulla gestione della pandemia, mentre il tema delle migrazioni, centrale fino a un paio di anni fa, è pressoché sparito dal dibattito politico.

Sono d’accordissimo. Però purtroppo le cose continuano a succedere e le persone nei campi profughi si prendono anche il Covid. Solo che siamo un mondo completamente diverso, rispetto a quando abbiamo iniziato a fare Stregoni. Pensavo proprio questa mattina alle grosse differenze dal 2016: intorno al tema dell’immigrazione c’era una tensione crescente, chiaramente tutta politica, perché poi è diventato il terreno ideale per lo scontro politico. Oggi il clima culturale intorno a questo tema è cambiato. Ed è cambiato in generale tutto il clima culturale in Italia, posto che si possa ancora parlare di clima culturale in Italia dopo quest’ultimo anno e mezzo.

Nel rapportarsi a questo tema e alle storie dei migranti, Stregoni ha sempre avuto un approccio molto radicale. Tu come lo descriveresti?

L’approccio radicale e diverso di Stregoni che citi è sempre stata una nostra fissa. All’inizio è stato molto complicato rapportarsi anche con le realtà che si occupano di accoglienza e il mondo della sensibilità sociale. Perché noi dicevamo: non vogliamo la cena etnica con i migranti, il girotondo. Abbiamo sempre cercato lo scontro e l’incontro. Abbiamo cercato di rappresentare il conflitto non portato, ma rivelato dall'arrivo di queste persone in Europa. E che noi, come europei occidentali ci ostiniamo a nascondere, a non accettare, a estromettere dal discorso pubblico. Invece è proprio da quello che bisognerebbe partire per capire un po’ come stia andando in Europa.

Hai citato il clima culturale: che cambiamenti hai avvertito dall’inizio del progetto a oggi?

Agli inizi era molto diverso: c’erano l’ossessione degli sbarchi, le fake news, i taxi del mare. Facendo mente locale, secondo me il momento di passaggio è stata la vicenda di Luca Traini a Macerata, nel 2018. Forse, oggi è ancora difficile contestualizzarla: quello di fatto è stato un attentato terroristico di matrice razzista. Credo che il clima d’odio negli anni dal 2016 al 2018 sia culminato con quell’attentato, però forse non ci ricordiamo quello che è successo dopo: c’è stata grande manifestazione, organizzata dal basso, a cui le forze di sinistra, tra cui all’inizio anche l’ANPI, non avevano aderito. E poi le elezioni, che ci hanno consegnato parlamento che abbiamo adesso e dopo le quali un certo tipo di populismo ha iniziato a dilagare. Questa mattina facevo tutto il viaggio al contrario e credo che il punto di rottura sia stato quello. Dall’altra parte tante persone, soprattutto italiani afrodiscendenti, si sono accorti per la prima volta di non vivere in un paese sicuro. Un impatto molto forte. All’inizio del progetto, noi dicevamo sempre che Stregoni non è nato per dare il microfono ai nuovi arrivati…

...“Ma perché se lo prendano”.

Esatto. Negli ultimi due anni, personaggi come Aboubakar Soumahoro o Espérance Hakuzwimana Ripanti hanno iniziato a occupare scena. Ad avere finalmente un volto, dove prima noi vedevamo solo “lo straniero”, che è una convinzione culturale super retrograda. Sicuramente, rispetto agli inizi di Stregoni è cambiata un sacco di roba. Anche in quel tipo di approccio molto formale e pietistico, tutto occidentale, nel rapporto con l’immigrazione.

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Ti voglio chiedere del documentario e ora ci arriviamo. Poco fa hai però citato un tema che a me sembra cruciale, cioè l'accettazione del conflitto come uno degli obiettivi del progetto. Stregoni ha mostrato un modo diverso, direi nuovo, di raccontare attraverso la musica le storie dietro al fenomeno migratorio. Però in Italia costituisce anche un unicum, mentre l’argomento è spesso approcciato dalla musica in modo superficiale o strumentale, occhieggiando. Quali sono le strade perché la musica possa avere un ruolo centrale nel mostrare questo conflitto?

La questione su cui abbiamo avuto più difficoltà, su cui ci siamo più scontrati e su cui il progetto all’inizio non è stato completamente compreso, è proprio quella che stai citando tu. Noi abbiamo un grosso problema, a livello non solo di Occidente ma mondiale, perché ragioniamo con categorie novecentesche. Quando andavamo a fare i concerti e ci chiedevano chi siete, come funziona, quante persone ci saranno sul palco, quante spie dobbiamo mettere, io mi sforzavo di spiegare che noi non esistiamo come band fissa. Ci sono dei membri fondatori che vanno in giro a fare da collante, ma in realtà Stregoni è un contenitore, una struttura. Come Stregoni credo che abbiamo toccato un nervo scoperto. Noi siamo ossessionati dal continuare a produrre segni: facciamo fotografie, canzoni, articoli, stories. E in questo momento, produrre segni significa gettarli in una stanza che di segni sta esplodendo, dove tutti parlano a voce alta e non si capisce nulla. Al posto di produrre segni, penso che dovremmo produrre dei contenitori di segni, delle strutture. Il tentativo di Stregoni era quello: creare un posto, un luogo. Non dico agli altri cosa devono fare, ma mi piacerebbe moltissimo dedicare le mie energie a produrre strutture e contenitori, perché questo significa produrre nuove relazioni. Al posto di produrre la canzone sui migranti con un atteggiamento drammatico e paternalistico, cioè con il retaggio culturale che abbiamo, con Stregoni vogliamo creare un luogo in cui le persone si possano incontrare in maniera nuova.

In che modo?

Stregoni è un cerchio magico in cui entri e di colpo vai bene così come sei. Abbiamo suonato con persone bravissime, tra cui alcuni membri dell’Orchestra Nazionale Siriana di Damasco rifugiati in Svezia, e con persone assolutamente incapaci di suonare. Eppure lo abbiamo fatto. Il vero oggetto di Stregoni è dimostrare che è possibile fare una band, fare stare in piedi qualcosa con persone che non si conoscono, attraverso un linguaggio forte come quello musicale. Con risultati qualitativamente altalenanti, ma anche con un livello di relazione creata sempre molto forte. Il tema centrale di Stregoni è usare la creatività non per inventarsi una musica nuova, ma per pensare un modo nuovo di fare musica

Già un anno e mezzo fa raccontavi la band come “una scatola che continua a svuotarsi e a riempirsi”, citando i linguaggi diversi a ogni concerto a seconda della provenienza dei partecipanti.

Noi, anche con un po’ strafottenza, dicevamo che quello di Stregoni è il suono vero dell’Europa di questi anni. Un elemento centrale sono i loop delle canzoni che piacciono a questi ragazzi, registrati dai loro cellulari (i concerti di Stregoni iniziano sempre con il campionamento di una traccia musicale presente nel telefono di uno dei partecipanti, su cui poi la band inizia a suonare; un atto sempre rivendicato dalla band nella sua dimensione anche politica, dal momento che il cellulare, fondamentale per tentare la traversata del Mediterraneo, è anche un elemento ricorrente della propaganda populista contro l'immigrazione, che lo ha eletto a indicatore di benessere per smentire le condizioni di necessità, anche economica, dei migranti, ndr). Una cosa che ho imparato, e che mi ha fatto molto abbassare le orecchie, è che, nel trovarsi su palco con persone provenienti dal Mali, dall’Afghanistan o dal Pakistan, ci sono sensibilità e culture musicali molto diverse. Nei musicisti italiani e in generale europei c’è un individualismo molto più forte, c’è sempre quello che vuole emergere. In altre culture la musica è di tutti e in mezzo alle persone, è un attrattore, una calamita che tiene insieme. Magari finivano sul palco persone che arrivavano da parti opposte del mondo, che a fatica riuscivano a trovare un modo per venirsi incontro e fare stare tutto in piedi. Che è una grande metafora: quando poi la musica inizia a girare, si percepisce una sensazione di complicità.

È quello che è successo?

Tante volte, ed è fantastico. Se avessimo preso un insieme di rifugiati per comporre musica, magari avremmo anche ottenuti dei pezzi interessanti, ma non avremmo fatto niente di utile a nessuno. A noi interessava andare a vedere cosa stava succedendo. Andare al Presidio Baobab (presidio umanitario per assistenza ai migranti di Roma, ndr) a suonare con i generatori elettrici, perché non avevano neanche la corrente. Per vedere cosa dicevano queste persone, che cosa ci raccontavano, che cosa ascoltavano. C’è un sacco di roba da scoprire. Ma non con atteggiamento nostalgico: ricordo che una volta abbiamo suonato prima di Mulatu Astatke e per partecipare a Stregoni sono arrivati alcuni ragazzi etiopi, che ci dicevano: lui è vecchio, noi ascoltiamo altra roba. Un po’ come se organizzassimo un concerto dedicato a Morricone e arrivasse un ragazzo giovane: ci direbbe che Morricone è un super boomer e che lui ascolta Massimo Pericolo. La musica continua a rinnovarsi ed è in continuo cambiamento.

Arriviamo a oggi e al documentario in uscita. Come nasce Senza voce e come si inserisce all’interno del progetto?

Senza voce è partito come un racconto del viaggio di Stregoni in Europa, dalla Sicilia alla Svezia, attraverso tutta l'Italia e raggiungendo poi Parigi, Bruxelles e Molenbeek-Saint-Jean, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Un viaggio durante il quale abbiamo suonato sia per strada che nei teatri, incontrando diverse persone interpreti dello stesso modo di concepire il rapporto con l’immigrazione e con i nuovi arrivati. Nel corso del viaggio abbiamo fatto molte interviste e incontri: abbiamo suonato insieme ai Refugees of Rap, un duo hip hop siriano scappato dalla Siria dopo che una loro hit è stata messa all’indice dal regime di Bashar al-Assad. Nell’intervista, uno di loro racconta come la musica sia the most powerful weapon in the world.

Hai citato l'incontro con persone che, attraverso l'Europa, interpretano l'immigrazione con la stessa visione di Stregoni. Ci racconti qualcuno di questi incontri?

Ad Amsterdam abbiamo suonato su una barca che originariamente aveva percorso la tratta Tunisia - Lampedusa, donata poi a un’associazione che si occupa di cultura e poesia. Su questa imbarcazione organizzavano reading attraverso i canali di Amsterdam. Il titolare della società era un profugo siriano, che ha imparato a nuotare e a guidare la barca in occasione della sua migrazione. Ad Amburgo abbiamo incontrato l’FC Lampedusa, una squadra di calcio formata da rifugiati, di cui abbiamo anche scritto l’inno. Ci sono tante storie e tantissima musica. Su questo siamo stati inflessibili: non volevamo un documentario sulle migrazioni, che è un tema già molto trattato, ma sulla musica in un contesto estremo. Per raccontare come essa sia magica.

(Paris - Theatre de Verre)

Nelle esperienze di accoglienza che avete visto durante il viaggio, che differenze hai riscontrato tra l'Italia e gli altri contesti europei che avete visitato?

La differenza è devastante. Forse pensando al 2015 noi ricordiamo solo i traffici in mare e gli attacchi alle ONG, ma io ho anche un ricordo forte di un’Italia che mostrava coraggio e voglia di accogliere. Il tessuto era forte anche dall’altra parte, non solo dal lato del populismo e dell’odio. Girando in Europa, questa convinzione si è ulteriormente rafforzata. A Parigi abbiamo suonato per strada alla stazione della metropolitana di Stalingrad, XIX arrondissement, dove 2000 persone vivevano accampate per strada, grazie al cibo portato da volontari e venendo sgomberate ogni settimana per motivi igienico-sanitari. In uno dei paesi più ricchi del mondo, nel cuore del benessere, una situazione del genere è una vergogna. Gli anni successivi hanno costruito una struttura e le cose sono migliorate, ma l’impatto è stato enorme. E così anche nei paesi nordici: a Copenhagen abbiamo suonato in un centro migranti meraviglioso, ma a 35 minuti dalla città. Un super ghetto con tutti comfort, una prigione dorata. Quando siamo arrivati, gli ospiti sono esplosi di gioia ed energie. Lo stesso in Svezia: noi abbiamo un po’ il mito della Svezia democratica che accoglie, in realtà durante gli incontri ci hanno spiegato che questo è durato per un periodo, poi il governo ha fatto di tutto per chiudere confini. La gente si è mobilitata dal basso: siamo stati in un centro gestito da un collettivo, che ha creato anche un servizio di bus navetta che ha aiutato 15.000 persone ad arrivare da Malmö a Stoccolma e Göteborg.

E in Italia?

Con massima sincerità, le situazioni più virtuose le abbiamo viste in Italia, dove abbiamo trovato progetti di accoglienza molto forti. Che poi molti si spostino in Francia perché sanno il francese o in Germania perché c’è più lavoro, è un altro discorso. Io chiaramente avendo una timeline di Facebook un po’ particolare, vedo cosa combinano (ride). L’orizzonte che cercano queste persone è il lavoro, non certo una vita ai margini o diventare tutti spacciatori come sostiene la vulgata populista. Nel documentario c’è un passaggio, in cui un ragazzo riporta questa frase: tu non vuoi vivere come viveva tuo nonno e lui non voleva vivere come viveva il suo. Io ero convinto, e lo sono tuttora anche se ora ci sono altri problemi, che accogliere persone con un’accoglienza ferma e degna fosse una sfida alla nostra portata. Creando un circolo virtuoso.

In un diario passato di Stregoni, scrivevi che l'obiettivo ultimo di questo circolo è arrivare ad ignorarsi.

È vero. Ti faccio un esempio: il mio vicino di casa è un ragazzo di Stregoni e lavora come operatore in una struttura per disabili. È una persona perfettamente italiana e viviamo felici al punto da ignorarci. Siamo amici e ci vogliamo bene, ma non è che tutte le sere è a casa mia: lui si fa la sua vita, a volte ci incrociamo per le scale, altre volte trascorriamo le serate insieme, in una situazione normalissima. Che è quello a cui dovremmo ambire: vai in posta o in palestra e non noti niente di diverso, perché le persone sono inserite in un percorso e si fanno la loro vita. Nel 2017 abbiamo girato un breve documentario in uno SPRAR delle Marche. Abbiamo suonato durante il festival di paese e tutti conoscevano gli ospiti del centro: vedendoli esibirsi sul palco, i concittadini sono impazziti. E, tornando al discorso di prima sulla normalità come obiettivo finale, uno dei partecipanti a metà concerto se n’è andato, perché lavorava come maschera al cinema.

(Karemaski Multi Art Lab, Arezzo. © Gabriele Spadini)

Chi è il ragazzo nella fotografia della locandina del documentario e perché avete scelto quello scatto?

Ti è piaciuta?

Molto. Come anche il titolo.

Anche perché ovviamente non sai quanto l’abbiamo menata per queste cose (ride). Spesso ai concerti qualcuno ci scatta fotografie. Io stesso curo qualsiasi cosa, dalle foto ai video. A volte capita che mentre suoniamo sul palco siamo in collegamento via Skype con Nigeria e Africa, ci seguono anche da lì. Avevamo scelto una foto che era stata scattata a un concerto e che ci piaceva molto. Abbiamo contattato l’autrice, ma purtroppo aveva rotto l’hard disk e non aveva un originale in alta da inviarci. Secondo me, però, quella fotografia era davvero lo scatto che rappresentava al meglio Stregoni: raffigurava un ragazzo arrivato tutto serio, che durante il concerto era cambiato completamente, era esploso, carichissimo. Quindi l’abbiamo ricreata, con la stessa posa. Il ragazzo che appare è il mio vicino di casa, di cui ti parlavo prima.

Il film esce per la regia di Joe Barba ed è scritto da te. Quali sono state le fasi di lavorazione?

Non so dirti perché, ma durante tutto il percorso di Stregoni ho tenuto dei diari. Succedevano talmente tante cose, volevo raccontare Stregoni mentre succedeva. Mi segnavo i nomi, anche perché noi non abbiamo molta confidenza con nomi che non siano Silvia, Stefano e Federica. Il film è la trasposizione visiva di queste considerazioni scritte a caldo. Un processo quasi automatico. Anche perché, per motivi di budget, nel corso di tutto il progetto eravamo comunque solo noi tre.

(Teatro Camploy - Verona © Ana Blagojevic)

Abbiamo iniziato parlando di come il mondo intorno a Stregoni sia cambiato dalla fondazione del progetto a oggi. Mi piacerebbe chiudere parlando di quello che Stregoni ha cambiato dentro di te.

È stato un percorso forte. Quando conosci persone che hanno camminato sei mesi per arrivare dalla Turchia all’Austria o all’Alto Adige, quando ti fanno vedere le cicatrici che hanno addosso o ti raccontano che il fratello perseguitato è stato ammazzato una notte e quella stessa notte è iniziata la fuga verso l’Europa, ti colpisce. Vedere questi fatti senza filtro è un’esperienza forte. Dall’altra parte però ti ripeto: incontri persone che ce la fanno, che lottano. Che sono dentro alla loro storia. E a me questo ha sempre dato molta forza. Nel documentario sono presenti alcuni di questi momenti. A Molenbeek abbiamo conosciuto il fondatore dell’associazione Refugees Got Talent: un ragazzo iracheno che ha imparato a suonare la chitarra su YouTube, dando vita alla prima band metal di Mosul e ricevendo per questo minacce di morte dall’Isis. E mentre parlavamo con lui, ci diceva: Quando ci minacciavano, noi ci dicevamo che si muore una volta. O moriamo di noia, sentendoci completamente svuotati da questa dittatura, o prendiamo in mano la nostra vita. È venuto in Europa e ha iniziato a suonare in Belgio, a partecipare a festival. Le persone hanno dentro una forza che le spinge ad andare avanti: questo per me è stata una lezione e basta. È più il tempo che passi ammirando la forza di volontà che come umani siamo in grado di mettere in campo, che quella in cui pensi poverini, che sfortunati.

La copertina del documentario
La copertina del documentario

Qual è la consapevolezza che più ti porti dentro dopo tutti questi anni da stregone?

Che la maggior parte delle persone cerca solo di fare il proprio meglio nella propria vita. Non vuole rubare, né uccidere, né fare del male agli altri. Spera solo di non doverci rimettere. È stata un’avventura pazzesca da ogni punto di vista. Partendo da come l’abbiamo orchestrata, come un gruppo aperto di oltre cinquemila persone. C’è solo da imparare, anche dagli errori. Prima di iniziare i concerti, spiegavamo sempre al pubblico che ci eravamo conosciuti quello stesso pomeriggio. Lo dicevamo proprio: non siamo di certo preparati, vedrete che ci saranno degli errori. Che però rappresentano anche la fatica del venirsi incontro, il disegno dietro a Stregoni. E crea una situazione per cui le persone sotto palco realizzano che siamo davvero allo sbaraglio e si chiedono se ce la faremo. E l’euforia e l’empatia aumentano, perché ce la facciamo sempre.

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Senza voce, la storia di Stregoni sarà disponibile dal 30 aprile al 16 maggio nella piattaforma del Trento Film Festival (noleggio singolo film 5€, online pass per tutti i film 25€).

Il post citato all'inizio del pezzo è di Nicola Feninno e può essere letto integralmente qui.

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L'articolo "Senza voce": la musica è vita e conflitto di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2021-04-16 09:45:00

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