Se tutto é skate punk, nulla é più skate punk

Da Salmo a Gazzelle (per non parlare di Billie Eilish oltreoceano), l'estetica californiana '80-'90, ancor più che il tanto declamato ritorno dell'emo, sta colonizzando ogni genere musicale
13/01/2020 09:42
di Giorgio Moltisanti

"Ti piace lo skate punk?", chiedo a Simo, un alunno appena maggiorenne della scuola dove lavoro. Siamo fianco a fianco durante la ricreazione, io, lui e un paio di suoi amici che ogni giorno vanno e vengono sopra le loro tavole. Vans ai piedi, calzini a scacchi o gialli, abbinati ai dettagli della felpa che indossano, bianchi della Volcom nel primo caso, fiammeggianti scritte Thrasher nel secondo. Li vedo tutti i giorni e nella mia testa parte, quasi in automatico, un pezzo a caso di skate punk. "Dice tipo Yungblud?", ribatte Simo, ritengo perciò di non dovergli fare altre domande. Il termine punk oggi è usato con mille accezioni, spesso a sproposito. La prima domanda da porsi è di quale punk si parla quando si parla di punk. Manuel Agnelli dichiara "La trap mi ricorda il punk", ma parla dei Clash o dei Misfits? Lil Peep, nell'immaginario collettivo, era punk come Tim Armstrong o Dee Dee Ramone? Il Punk di Gazzelle è quello dei Buzzcocks o dei Dead Kennedys? Achille Lauro si crede Sid Vicious o Iggy Pop? O si tratta solo di punk pourparler?

Per molti di noi parlare di skate punk vuol dire parlare di band legate agli anni '90. Nomi come NOFX, Lagwagon, Pennywise e formazioni conosciute negli anni del liceo, grazie al successo globale riscosso su Mtv da album come Smash degli Offspring o Dookie dei Green Day, entrambi nel 1994. Molte delle quali inserite nelle compilation della rivista Thrasher, la bibbia dello skateboarding. Dopo anni di scarponi da basket per emulare Michael Jordan, iniziarono a vedersi Vans e Airwalk, i pantaloni si accorciarono, i calzini diventarono improbabili, sotto i banchi si sfogliavano numeri di Skate che prometteva autografi di Tony Hawk. Tutti avevano una tavola da skate o millantavano di averne una. Ma anche se oggi ci sono in giro praticamente le stesse formazioni (i Bad Religion festeggiano il quarantennale proprio nel 2020) e una carovana di epigoni, nelle playlist di Spotify alla voce "Skateboarding Punk" appaiono in ordine Rancore, Lil Keed e Gucci Mane.

Torniamo alla ricreazione, i miei alunni quasi litigano. "Guarda che dice i Twenty One Pilots". "Ma quello è pop punk". La prima cosa da capire sul punk è che la differenza fondamentale con altre musiche è data dal fatto che il punk lancia sempre un messaggio. Sembra una cosa assai comune, ma non lo è. Il punk non è musica d’uso, che serve a far ballare o a vendere biscotti. E non è neanche musica d’intrattenimento come una sinfonia di Beethoven o una canzone dei Muse, che non hanno una funzione, se non il puro atto creativo di scriverle e ricreativo di ascoltarle, per quanto l’esperienza emotiva possa essere per alcuni qualcosa di incredibilmente bello.

Per valutare la musica punk bisogna innanzitutto verificarne l'efficacia: come faccio a valutare una canzone dei Dropkick Murphy's se non ne conosco il messaggio? Posso dire che la musica è bella o che apprezzo l'uso delle cornamuse, ma per capirla è necessario conoscere il messaggio dei bostoniani, a partire dall’appoggio alle cause della classe operaia. Allo stesso modo, posso scrivere la più bella canzone di punk hardcore, ma se il messaggio è vacuo sarà un fallimento. 

Lo stesso vale per lo skate punk, ossia il filone in apparenza più frivolo e perciò associabile e associato, dai miei alunni ma non solo, alle policromie di Lil Pump o di Billie Eilish: capirlo vuol dire calarlo nel contesto adatto e sperimentarne l'uso su se stessi, se no è soltanto un'altra pagliacciata come i deliri skate-pop di Avril Lavigne. Se stai ascoltando musica con la tua maglia Billabong sul tuo skate, ma non colleghi ciò che senti al tuo stato emotivo nei confronti di una città (e per estensione, di una società) di cemento che ti bolla come ribelle senza però curarsi di te, dei tuoi bisogni e dei tuoi spazi, è escluso che tu possa definire punk quello che stai ascoltando. Che poi nella tua playlist ci sia Gionny Scandal o Giovanni Allevi, "punk" anche loro per quel che si dice in giro, non ha nessuna importanza. Stai sentendo "musica d’intrattenimento", fattene una ragione.

Non c'è spazio qui per raccontare gli ultimi quarant'anni di skate punk (ma potreste leggere Grinding California di Konstantin Butz), fatto sta che fino a venti anni fa chi si accostava a questo genere lo conosceva bene e lo viveva nella sua essenza, spesso per via del contesto sociale e familiare in cui viveva. La connessione tra la tavola da skate e il primo EP dei Jody Foster Army non era mera casualità o, peggio, estetica. Il gruppo di Phoenix era cresciuto a pane e culto degli Z-Boys, il mitico gruppo di skaters californiani con i quali empatizzavano non solo il lifestyle sportivo ma anche l’inquietudine di vivere ai margini della società borghese, riversata nelle celebri occupazioni di piscine e usate come piste da skate.

Se la musica mainstream si chiudeva in un angolino con poche soluzioni nuove, zero inventiva e tante tamarrate, negli stereo degli skate punk svettano le invettive socio-politiche di band come i Bad Religion, che si definirono proprio per l'impegno programmatico e anti-sistema, insolito per una generazione che già piangeva le proprie miserie sentimentali e morali. Lo skate punk mischiava un messaggio micidiale a una propensione melodica inedita, il tutto all'interno di canzoni brevissime, come le falcate fatte per prender velocità sulle tavole.

Grazie all'uso sempre più fluido e trasversale delle parole, nell'ultimo anno l’espressione skate punk si è allontanata dal suo significato originario, trasformandosi in un vacuum dove tutto vale (quindi forse niente vale), liberando la creatività interpretativa di ciascuno. Così, se si indaga sui social,  si scopre che per le nuove generazioni skate punk potrebbe essere Sfera Ebbasta per via della Flying V che probabilmente non ha mai suonato, oppure Skrillex (questi nomi li hanno fatti i miei alunni) perché va sullo skateboard in numerosi video su YouTube. Per qualcuno Salmo, forse per qualche capacità con lo snowboard, Travis Scott invece è skate punk perché lo ha detto lui definendo i suoi Jackboys. 

È quindi la fine dello skate punk come musica precisa con un messaggio preciso. Sostituito con una estetica, un outfit, ma in sostanza una musica ricreativa con cui fare le proprie evoluzioni sopra skate o longboard. Del resto, da sempre, lo skate è considerato uno stile di vita: la competizione tra skater è un fatto di bellezza, stile e onore, e il vero premio è il riconoscimento tra simili, mica una medaglia.

Per questo motivo non dovrebbe stupire che nelle playlist non ci sono più No Use For a Name o RKL, ma nomi contemporanei con un'estetica associabile allo skate ma un sound più sul pezzo. Forse è giusto che le cose si siano evolute: questa è la musica, uno dei pochi mondi dove ancora tutto è possibile. Pure considerare skate e punk chi non ha nulla di che spartire né con lo skate, né con il punk. Anche se magari con un quel pizzico di nostalgia di chi sa come stanno le cose e lo custodisce oramai come un segreto. 

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L'articolo Se tutto é skate punk, nulla é più skate punk di Giorgio Moltisanti è apparso su Rockit.it il 13/01/2020 09:42

Tag: opinioni

Pagine: Salmo - Sfera Ebbasta

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