Afterhours / intervista

Manuel Agnelli - La responsabilità morale di essere liberi

Pochi giorni fa, Manuel Agnelli ha annunciato le date di "An Evening with Manuel Agnelli", lo spettacolo solista che porterà nei teatri italiani a partire dal prossimo marzo. Abbiamo colto l'occasione per rivolgergli qualche domanda
21/12/2018 10:00

Negli ultimi mesi ci siamo confrontati più di una volta con Manuel Agnelli, dal racconto dei trent'anni degli Afterhours al concerto celebrativo della band al Forum di Assago. Qualche giorno fa, Manuel ha presentato ufficialmente "An Evening with Manuel Agnelli", lo spettacolo solista (con la partecipazione di Rodrigo D'Erasmo) che porterà nei teatri italiani a partire dal prossimo marzo, a cui si è poi unita la conferma ufficiale della conclusione del suo percorso come giudice di X Factor. Abbiamo colto l'occasione per rivolgergli qualche domanda.   

Questi ultimi anni sono stati molto intensi per te: la partecipazione a X Factor, il programma "Ossigeno" su Rai 3, la data celebrativa sold out dei trent’anni di Afterhours al Forum di Assago. Ancor prima, il racconto mai così duro di "Folfiri o Folfox". Ora hai annunciato un tour come solista, in cui mescolerai pezzi tuoi, musica che ti ha influenzato e letteratura. Da cosa nasce questa esigenza?
Non sono per forza esperienze che si collegano coerentemente, sono tutte reazioni a delle situazioni. Per me la musica è un po' sempre stata così: un modo di riuscire a spiegarmi, ma anche di reagire alle cose che succedono. Per quanto riguarda il tour nei teatri, non avevo tanto l’esigenza di fare un tour con contenuti culturali di un certo tipo, non è quello che mi interessa in questo momento. Credo che ognuno di noi, facendo ciò che fa, nel proprio piccolo faccia in qualche modo cultura. Già esistendo, se vuoi. Per me l'esigenza principale in questo momento era fare un tour che non avesse una grande progettualità, una grande produzione. Molto libero, musicalmente e anche proprio come approccio. Ho trascorso tre anni ad altissimo livello professionale, sia in televisione che fuori. In questo momento per me era importante dedicarmi a un progetto certo non fatto a caso, ma che non avesse particolari pressioni professionali e a livello di risultati. Volevo riavvicinarmi alla musica in maniera molto istintiva, meno professionale.

Nel dichiarare concluso il tuo percorso a X Factor, hai affermato che “hai detto quello che dovevi dire e fatto quello che dovevi fare”. Pensi che in tua assenza la tua visione potrà essere portata avanti oppure non vedremo più una band suonare i Prozac+ in prima serata?
Questo dipenderà da chi sceglieranno come giudici (ride, ndr). Penso che ci siano alcuni personaggi che possono sostituirmi a livello di assegnazioni, dando pezzi che lì dentro non si siano sentiti prima e che si fa in generale fatica a sentire in televisione. Però non sono molti e devono avere un carattere televisivo. E, in generale, un carattere. Ci sono tantissimi musicisti di grande cultura, però non è detto che poi siano televisivi. A me però non interessa molto la parte delle assegnazioni. Mi interessava e interessa molto di più la parte di discorso e di visione sulla musica: sul perché fare musica, sul come fare musica. Una visione lontana dai numeri e dal successo a tutti costi. Dal successo come primo risultato, come perché. Non c'è niente di male nel successo, intendiamoci. Però vedo che molte band, anche interessanti da un punto di vista musicale, hanno il successo come primo obiettivo, se non l’unico. Lì sì per me c’è qualcosa di male. Mi interessava di più una visione lontana dal mercato, lontana dalle vendite, lontana dal fatto di riempire per forza un palasport per avere un senso. Io penso che un senso si possa avere se crei delle cose molto interessanti musicalmente, con del contenuto, se fai informazione, se hai un’urgenza espressiva che ti porta a fare delle cose uniche, diverse da ciò che è stato fatto prima. I discorsi che mi interessano di più sono questi.

Quanto ha inciso nella tua scelta l’allontanamento di Asia Argento dal programma? 
Nella scelta di allontanarmi non molto, è una cosa a cui pensavo da mesi. Quest'anno ero molto perplesso rispetto alla mia partecipazione e la presenza di Asia mi aveva convinto definitivamente, perché con lei al tavolo avrei sicuramente avuto una persona con cui condividere la visione sulla musica. E perché avrebbe avuto un atteggiamento abbastanza estremo, che mi avrebbe permesso di esserlo a mia volta senza risultare un maestrino saccente e antipatico. Cosa che in realtà purtroppo ho rischiato di essere, proprio perché il discorso sulla musica non è mai stato approfondito più di tanto, mentre a me interessava molto. Però sul fatto di terminare conta di più che io abbia fatto un percorso in lungo e in largo lì dentro. E che ritenga quel percorso compiuto.

Rispetto ai concerti con la band, "An Evening with Manuel Agnelli" sarà un appuntamento più intimo, in cui dialogherai con il pubblico. È un po’ una novità rispetto all’attitudine che hai sempre avuto durante i live degli Afterhours.
Nasce dall’esigenza di avere un rapporto diverso con il pubblico, che spero sia vivo. Il problema con il pubblico è che, quando ti rappresenti in un certo modo e al pubblico piace, vuole rivedere sempre quello. Anche per questo siamo sempre stati molto rigorosi, molto asciutti nel presentarci durante i concerti. Se c’è un vantaggio che la televisione mi ha dato è stato quello di aprirmi molto nei confronti del pubblico, riuscendo comunque a manifestare delle cose e a raccontare dei contenuti. Sarà una cosa abbastanza naturale, non dobbiamo forzare questo elemento. Però proverò a raccontare se non altro il perché di certe canzoni, perché una piuttosto che un’altra, come sono nate. E qual era il contesto intorno a me quando sono state scritte.

Perché hai scelto di portare il tour attraverso teatri?
Il teatro ti permette di avere un’intimità con il pubblico. Un rapporto meno celebrativo, ma anche meno caotico, che è quello che sia io che Rodrigo D’Erasmo (che accompagnerà Agnelli sul palco in tutte le date, ndr) cercavamo per questo tour. Raccontare le storie nei club è un conto, raccontarle nei teatri un altro. E poi i teatri hanno una personalità, che se vuoi arricchisce la parte musicale senza bisogno di grandi produzioni. E ti aiutano nell'instaurare un'atmosfera. 

Immagino che coloro che hanno a casa una copia de “I racconti del tubetto” si stiano chiedendo se durante il tour potremo ascoltare anche testi tuoi. 
Io vorrei leggere cose non per forza scritte da me. Raccontare delle cose che magari all’inizio mi riguarderanno, ma che sono emblematiche anche se non le ho vissute io e se non appartengono necessariamente alle mie esperienze. Proprio perché non voglio che sia un progetto troppo programmato, in realtà decideremo anche all’ultimo momento cosa fare. Anche la sera a cena al ristorante, appena prima di salire sul palco. Voglio avere questa libertà. Che è un lusso, me ne rendo conto, ma è anche una libertà che mi sono guadagnato e che magari in futuro farò fatica a permettermi. Quando uscirà un nuovo disco con gli After e dovremo fare un tour promozionale e probabilmente rispettare una scaletta, inserire un certo tipo di pezzi... È giusto avere dei riguardi nei confronti del pubblico, però poi questo ti condiziona. E io questo tour me lo vedo proprio come liberatorio, da qualsiasi tipo di condizionamento, anche artistico. 

Pochi giorni fa avete anche annunciato l'uscita del docufilm "Noi siamo Afterhours", realizzato dal regista Giorgio Testi, accompagnato da un doppio cd del live al Forum di Assago.
Sicuramente è stato un concerto unico. Ci è andata anche un po’ di culo, ti dico la verità. Un concerto così grande, dodicimila spettatori, il Forum strapieno da mesi. Io ero molto scettico sulle registrazioni, pensavo che ci avrebbero un po' imbalsamato sul palco, di solito succede così. Mi hanno proprio dovuto convincere, però sono riuscito ad affrontare il palco, e tutta la band ci è riuscita, senza pensare al fatto che saremmo stati ripresi e registrati. Non ero sicuro che le avremmo usate, sarebbe stato più che altro un documento che testimoniava quello che era successo. In realtà poi le abbiamo viste e sentite e il materiale era ottimo, quindi per fortuna mi sono fatto convincere (ride, ndr). La fortuna è stata anche che il concerto è stato veramente speciale, soprattutto a livello di atmosfera e di rapporto col pubblico. E credo che questo si veda. In qualche modo, come al solito è il caso che decide per te. Ed è bello avere una testimonianza del genere, che ci rappresenta. Sono contento di farlo uscire, mi sento rappresentato e sono contento di lasciarmi una testimonianza di questo genere alle spalle.

Hai citato i dodicimila spettatori. In quell'occasione avete visto un pubblico molto cambiato dopo la tua partecipazione a X Factor?
Una minoranza, un misto fra giovanissimi e tantissime MILF. Però la verità è che il pubblico a livello numerico non è cambiato molto. La visibilità sì, insieme allo spazio sui media e alla loro disponibilità a parlare di noi.

Immagino che sia soddisfacente, anche pensando alla discussione generata dall'annuncio della tua partecipazione come giudice a un talent nel 2016, fra coloro che condividevano la tua scelta e il tuo desiderio di provare a contaminare il programma attraverso la tua storia e la tua visione, e coloro che ti accusarono fin da subito di esserti imborghesito.
Ma sì, io penso che se prendi delle posizioni, qualsiasi esse siano, ci sarà sempre qualcuno che è contrario. Avrai sempre qualcuno che ti critica, ed è una cosa alla quale mi sono abbastanza abituato negli anni, anche se l’era di Internet ha portato un sacco di superficialità rispetto a questo tipo di posizioni e di critiche. Non è che non mi facciano più né caldo né freddo, perché non è vero, però mi servono più per prendere le misure e capire quanto bene sto comunicando un concetto, che per abbattermi o preoccuparmi. Per quello che sono come persona, e anche come musicista e personaggio, le critiche a quello che faccio fanno parte della mia storia (ride, ndr). Per cui le accetto e, anzi, mi preoccupo se non ci sono. 

C'è una domanda che mi piace sempre rivolgere durante le interviste, cioè che ruolo abbiano per te la musica e l’arte oggi.
Secondo me la musica, e l’arte in generale, prima ancora di emozionare, prima ancora anche solo di smuovere, hanno come sempre il ruolo di fare informazione. Per me sono rimaste forse le uniche forme a poterci riuscire oggi. Ultimamente c’è stato un disgregamento terrificante nel modo di fare informazione: piattaforme web che usano feedback di notizie non verificate, che poi dal niente diventano vere, giornalisti che cercano la notizia a tutti i costi. Forse è sempre stato così, adesso però questo fenomeno è più visibile e anche più dannoso. Sicuramente si fa fatica a trovare verità nei media ora, di qualsiasi forma essi siano. La musica aiuta a fare comunicazione non filtrata, in maniera probabilmente più sincera. E questo è fondamentale in questo momento, perché le dà un ruolo sociale e anche politico pesante, e io credo siano ruoli che la musica e l’arte devono riprendersi. Perché ce n’è bisogno, tanto. Però è chiaro che lo devono fare senza sentirsi un ruolo addosso, altrimenti diventi un media anche tu e finisci per cadere negli stessi meccanismi che stanno rovinando la comunicazione in questi giorni. Anche comunicare contenuti deteriori è una libertà che l’arte deve avere: comunicare cose impopolari, comunicare in maniera impopolare. Sono tutte cose che come concetto si stanno perdendo, perché le persone sono educate a cercare il consenso. Ma in realtà è il dissenso, quello che dobbiamo provocare. Perché ci aiuta a ragionare. Ci aiuta ad analizzare le cose in maniera libera.

La tua menzione al web e al ruolo dell'artista mi ha fatto pensare ai tragici fatti di Corinaldo del 7 dicembre, dopo i quali parte della rete si è scatenata contro Sfera Ebbasta, attribuendogli una responsabilità etica rispetto a quanto accaduto.
Queste sono cose molto serie. Io credo che ci sia una responsabilità oggettiva e penale da parte di qualcuno, che deve essere ricercata e condannata. La responsabilità etica o estetica la trovo però parte di una chiusura mentale. Lo ripeto, non ci possono essere barriere nell’espressione: anche se tu ti esprimi attraverso contenuti deteriori, non sociali, che la maggior parte delle persone considera sbagliati, secondo me hai una funzione. Ed è una funzione molto importante. In queste condanne all'artista mi sembra di sentire le accuse di satanismo all'heavy metal o di nichilismo al punk. La musica è sempre un prodotto della società, mai il contrario. La musica veicola e fa informazione. Credo si faccia molta confusione fra le responsabilità vere, che in questo caso sono penali, e le responsabilità morali. Nell’arte non ci sono responsabilità morali. Anzi, l’arte ha la responsabilità morale di essere completamente libera, di non pensare alle responsabilità morali che potrebbe avere. Perché è l’unico campo della vita dove dobbiamo avere quel tipo di libertà.

 


Di seguito le date di "An Evening with Manuel Agnelli", qui le prevendite.

30.03 ASSISI (PG), Teatro Lyrick

02.04 FIRENZE, Obihall

03.04 MESTRE, Teatro Toniolo

05.04 PESCARA, Teatro Massimo

06.04 TARANTO, Teatro Fusco

08.04 CATANIA, Teatro Land

09.04 PALERMO, Teatro Golden

11.04 SENIGALLIA (AN), Teatro La Fenice

12.04 BOLOGNA, Auditorium Manzoni

14.04 MILANO, Teatro Dal Verme

15.04 MILANO, Teatro Dal Verme

16.04 TORINO, Teatro Colosseo

18.04 ROMA, Auditorium Parco Della Musica / sala Sinopoli

19.04 GENOVA, Teatro Della Tosse

23.04 NAPOLI, Teatro Bellini

24.04 RENDE (CS), Teatro Auditorium Unical - Color Fest

27.04 TRIESTE, Politeama Rossetti - Sala Assicurazioni Generali

30.04 SASSARI, Teatro Comunale - Festival Abbabula

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L'articolo Manuel Agnelli - La responsabilità morale di essere liberi di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 21/12/2018 10:00

Tag: intervista

Pagine: Afterhours

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