13/06/2016

”Tu giurami che noi non moriremo mai” (“Grande”)

Sarebbe bello credere, credere e basta, senza doversi scontrare con la realtà: all’amore e a Dio, alle relazioni profondissime che non temono caducità, alla vita eterna ché fino a quando ci siamo la morte, in fondo, non sappiamo cos’è. Ma ciò che resta in cui credere, attraversando le pieghe più increspate e meno nitide dell’esistenza, inciampando fragorosamente in dolori che ti costringono a cambiare la strada che ti sembrava così dritta e sicura, siamo forse soltanto noi: un universo immenso in un corpo piccolo, un milione di possibilità affogate in una perenne indecisione, la forza e la paura che si mescolano per riaccendere certe luci che sembravano spente.

Folfiri o Folfox” è la celebrazione del momento esatto in cui qualcosa si spezza, del rumore che fa e della spinta che provoca, prima dentro ciascuno, poi verso il mondo: scalare la sofferenza per raggiungerne la cima e scoprire nuovi orizzonti, nuvole più bianche, azzurri più intensi, e infiniti modi per sentirsi di nuovo vivi. Che siano le nostre scelte, il destino o qualcuno che gioca a dadi coi nostri sogni non conta: siamo qui, e per il tempo in cui ci siamo vogliamo credere a ogni promessa, alla sua sincera intenzione nell’istante in cui viene pronunciata che è lo stesso in cui capiamo che non potrà essere mantenuta. Folfiri e Folfox sono il nome di due cicli chemioterapici, ci troviamo subito senza inutili giri di parole davanti al cancro, e tutto parte dalla scomparsa del padre di Manuel Agnelli, passando per altri lutti che hanno colpito i membri della band; ma nonostante questo, il denso, doppio album che nasce dalla malattia, diventa un passo dopo l’altro un’esplosione di vita, la carta da giocare per riconoscersi in una speranza, la prova che ci siamo ancora e possiamo essere felici, o almeno tentare di esserlo.

L’intensità di questo disco è qualcosa che si fa fatica a descrivere: un equilibrio perfetto tra rock, brani dominati dalla chitarra acustica, contaminazioni sperimentali, e due perle dal sapore pop (“Non voglio ritrovare il tuo nome” e “Se io fossi il giudice”) a completare un quadro fatto di pennellate nette e cura dei dettagli, di slanci scuri e sfumature vitree, e tutto è funzionale al resto, e ogni traccia poggia sull’altra quasi che ne avesse bisogno e ne fosse al tempo il sostegno. “Grande” è il punto di partenza, l’effettiva base che permette all’album di crescere e diventare meraviglia: la voce di Agnelli è uno squarcio perpetuo, la tensione emotiva sale con gli strumenti che si innestano, tutti insieme, su un tappeto fatto fino a un secondo prima di chitarre e battiti fortissimi, a simulare l’abbraccio necessario nell’apice dell commozione, la bellezza che esplode quando tutto sembra incomprensibile, come il sole che scoppia dietro quella cima, e che scoppierà comunque, che il nostro dolore ci sia o meno. Dalla dolcezza soffusa di pianoforte e violini, ora lievi e un attimo dopo distorti, di “L’odore della giacca di mio padre”, dove sembra di essere nel pieno di un discorso introspettivo davanti allo specchio, alla dolcezza dilatata tra corde di leggerezza acustica di “Lasciati ingannare (una volta ancora)” dove tutto invece sembra aprirsi per lasciare entrare aria nuova, e aria ancora più fresca con “Oggi” dove quel ”Ti direi che oggi può guarire tutto, ti direi che oggi è dove sei, e che lì il tuo male ora non ci troverà mai” è la promessa essenziale, è aggrapparsi a noi perché non c’è null’altro che sia più forte.

Il classico oceano di chitarre elettrificate in stile Afterhours si spalanca in “Ti cambia il sapore”, dove di fronte al dubbio sull’esistenza di un essere superiore, di una trama già definita, l’imperativo è semplicemente uno: ”Devi solo vivere”; stesso oceano distorto in “Qualche tipo di grandezza”, ancor più distorto in “Fa male solo la prima volta”, mentre la ballata rock intrisa di umori contrastanti “Né pani né pesci” riporta molto alle atmosfere di “Quello che non c’è”. In maniera geometrica si snocciolano intarsi di pura sperimentazione, la litania mefistofelica di “San Miguel” che è un gioco a due tra Agnelli e Iriondo, le contorsioni strumentali e sovversive di “Cetuximab”, la teatralità noise di “Folfiri o Folfox”, e a far da contrappeso gli slanci lineari e puliti di quelle che ho già definito le perle dell’album: ”Non voglio ritrovare il tuo nome” e “Se io fossi il giudice”, destinate a diventare classici insieme a “Grande”. E proprio la canzone che chiude il disco, contiene le parole che sono essenza dell’intero percorso: ”Ognuno ha un modo di abbracciare il mondo, il modo che ho è soffrire fino in fondo”, e poi quel ‘libero’ ripetuto tante volte da diventare la necessaria chiave di lettura per affrontare, attraversare e consumare lentamente il dolore. La libertà che è un concetto di base in tutto questo lavoro, un paio d’ali capaci di farci raggiungere quella cima molto più in fretta.

Con una formazione nuova che vede Stefano Pilia alla chitarra e Fabio Rondanini alla batteria, gli Afterhours realizzano un’opera deflagrante, un vortice emozionale fatto di salite impervie, brusche svolte e pause di pura poesia, per poi scendere a gran velocità verso il sole che scoppia, e nonostante la malattia, il senso di perdita, le battaglie dai risultati incerti, restiamo noi, ”scoprendo che il dolore non era la destinazione vera, che tutto è folle ormai, ma in questo sogno qui noi non moriamo più, e non moriremo mai”.

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La recensione Afterhours - Recensione - Folfiri o Folfox di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 21/07/2019

Commenti (16)

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  • Michelazzo 16/06/2016 ore 18:22 @Michelazzo

    Fortunatamente per le mie orecchie, anche io, non essendo troppo giovane, li ascolto dall'inizio ed ho imparato ad apprezzarli da subito. Semplicemente difendo quest'album perchè ritengo che, pur non essendo minimamente all'altezza dei suoi illustri precedenti è nel complesso sullo stesso di livello di "Padania" e nettamente superiore a "i Milanesi ammazzano il sabato.."
    Ritengo che due - tre pezzi che riescano a coinvolgere ed emozionare ci sono, il resto sono buone canzoni e qualche sperimentazione.
    Se mi aspettassi che a distanza di vent'anni gli Afterhours sfornino un nuovo "Hai paura del buio?" sarei fuori strada, così come non mi aspetterei mai che Springsteen scriva un altro "Darkness on the edge of town". Le motivazioni, l'ispirazione, il modo stesso di concepire la musica deve per forza cambiare, perchè è il musicista stesso che non è più il ragazzo che vent'ani prima scriveva "Voglio una pelle splendida". Personalmente, ritengo una dote il fatto che gli Afterhours restino su questi livelli, nonostante l'età, il tempo, i cambi di formazione e la mediocrità dell'industria musicale italiana.

  • Riccardo Cepparulo 24/06/2016 ore 15:06 @rccardo.cepparulo

    Irondo e' accreditato nel disco. (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Folfiri_o_Folfox). Ha un ruolo marginale nei testi e nelle musiche, ma prepoderante negli arrangiamenti, che sono quelli che mi fanno piu' incazzare

  • leos71 04/07/2016 ore 12:32 @leos71

    probabilmente non essendo un fan della prima ora, ho difficoltà a comprendere le critiche di chi "li ha nel sangue". sarà anche perché ho vissuto l'esperienza straziante di mio padre malato di tumore e sottoposto alle, alla fine inutili, cure chemioterapiche, questo album lo trovo né poco comprensibile né schiavo dei supposti deliri autocelebrativi di Agnelli & C.. anzi la divisione quasi geometrica fra ballate, pezzi rock/punk e speriemntazioni rumoristche, lo rende quasi prevedibile ed è questo il maggior punto debole, una divisione a tavolino che quasi delude. a parte questo, non un è greatest hits, ma la quantità di brani notevoli è tale che è difficile lamentarsi.

  • Kerry Mcrogers 29/08/2016 ore 19:48 @alessiovuk

    Questo album è una perla, se solo fossi più sfrontato direi capolavoro. È questione di tempo e diventerà un must della loro discografia. "Hai paura del buio" e "Germi" sono dei buoni album, ottimi se consideriamo il periodo musicale di quando sono stati pubblicati, ma "Folfiri o Folfix" ha una maturità compositivo/testuale che quei album si sognano di avere. Ascoltarli oggi risultano puerili. L'unico album davvero paragonabile come profondità e intensità è "Quello che non c'è", ma quest'ultimo lavoro è senz altro più vario e completo.

  • Andrea Pastro 23/09/2016 ore 13:15 @ilpastro

    Condivido con chi afferma che è un ottimo album. Non hanno senso i confronti con gli Afterhours del 1986, era un altro mondo che ci piaccia o no. Noi evolviamo, non tutti d'accordo, la musica deve evolvere con noi altrimenti diventa autoriferita e mero esercizio stilistico.
    Personalmente lo considero un capolavoro, alcune tracce più in sintonia con i miei gusti certo, altre meno, ma in generale un livello compositivo superbo.
    pace.

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