Nessun risultato batte la magia: intervista a Manuel Agnelli Intervista

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03/04/2018 di

Solo qualche mese fa Manuel Agnelli aveva rilasciato a Rockit una lunga intervista in cui si ripercorrevano le tappe della carriera trentennale degli Afterhours, che è stata ampiamente festeggiata dalla band con un tour celebrativo, la pubblicazione di un'antologia e una data sold out che si terrà il 10 aprile al Mediolanum Forum di Assago di Milano. Nel frattempo c'è stata la seconda edizione di X-Factor che l'ha visto seduto al tavolo dei giudici e un suo programma televisivo alla RAI, "Ossigeno", dove ha potuto ospitare tantissimi artisti di fama nazionale e internazionale. L'abbiamo reincontrato prima del concerto del Forum, una data che sarà simbolica per tanti versi e che sarà anche l'ultima occasione di vedere gli Afterhours dal vivo per un po'.

Dall’ultima volta che abbiamo parlato non è passato molto tempo, però sono successe tante cose: il tour, l’antologia, X-Factor, “Ossigeno”, l’annuncio del sold out al Forum... allora ti avevo chiesto di individuare il momento più luminoso della carriera degli Afterhours e tu mi hai indicato la data all’Irving Plaza di NY nel 2006. Hai avuto modo di pensare ad altri momenti importanti, ora che li hai ripercorsi tutti?
Momenti importanti sì, ma l’Irving Plaza non lo batti, c’erano 2000 persone, avrebbero potuto essere 5, ma è stato un momento magico. I momenti magici non li batti con i risultati, e molti di noi suonano per quello. 5 persone o 5000, l’importante è la magia che riesci a creare. È banale, però è così. Non è detto che il Forum non possa diventare il più luminoso, ma per adesso è semplicemente un sold out, cioè una grandissima soddisfazione. Però il concerto dobbiamo ancora farlo, magari è un concerto di merda. Speriamo di no (ride).

L'America è stata più volte una specie di sliding doors per la vostra carriera, perché nel ‘90 avevate pensato di trasferirvi. In questo momento come guardi all’America, è ancora un punto di riferimento?
Sicuramente lo è artisticamente, a livello professionale l’abbiamo esplorato in lungo e in largo avendo fatto 10 tour come Afterhours e poi altri per conto mio come tastierista di Mark Lanegan e Greg Dulli. Ho deciso di non trasferirmi là anche nel 2006 perché avevo già 40 anni, una famiglia e una bambina. Sono contento di essere rimasto per come sono andate le cose, per quello che gli After significano qua. E anche per le prospettive: adesso mi permetto di suonare con chi voglio anche a livello internazionale, basti guardare gli ospiti con cui ho avuto l’occasione di suonare a “Ossigeno”. È una soddisfazione pazzesca. Con i Gizmodrome ho suonato “Don’t box me in”, che è uno dei pezzi della mia gioventù, la colonna sonora di “Rumble Fish”. Copeland l’aveva suonata con Stan Ridgway dei Wall of Voodoo, che erano il mio gruppo preferito. Per cui io ho fatto la parte di Stan Ridgway quella sera (sorride). Ho suonato con Ben Harper, con Joan as Police Woman, è una grande libertà. Forse sarebbe successo anche in America ma in un altro ruolo. E poi qui ho una situazione di grande conforto, mi sento a casa.

Il tuo rapporto con Milano è cambiato nel tempo, lo si capisce dalle tue canzoni, ma al di là della tua esperienza personale, secondo te in questo momento Milano come si colloca sulla cartina della musica italiana?
Milano è l’unica città italiana che sta crescendo, negli ultimi 5-6 anni è cambiata molto, è diventata più bella, meno provinciale, si respira un’aria frizzante. Come scena musicale mi sento di dire che forse i cantautori nuovi arrivano da Roma, per cantautori intendo il nuovo indie italiano (che per me sono cantautori). In verità non arrivano solo da Roma, Motta non è romano ed è uno dei migliori, Brunori neanche, e secondo me lui è il migliore di questa generazione. In ogni caso Roma ha una sua centralità adesso, ma non so quanto possa durare. Milano sicuramente è più dinamica e nei prossimi mesi produrrà delle cose interessanti, invece Roma è un po’ indietro rispetto a com’era negli anni ’90.

All’inizio della vostra carriera come Afterhours avevate l’abitudine di inserire nei vostri ep delle cover di qualsiasi estrazione, dai Joy Division ai Bee Gees, dai King Crimson ai CCR, che dimostravano non solo un certo modo di pensare alla musica, ma anche uno studio, una conoscenza di cose cronologicamente lontane da voi. Pensi che esista ancora nelle giovani band questo tipo di ricerca?
C’è sicuramente un baratro generazionale, non solo musicalmente. Prima c’era stato ma in maniera più naturale, nel senso che noi abbiamo ricevuto delle esperienze dalla generazione precedente, le abbiamo rielaborate, abbiamo rubato tutto quello che potevamo rubare, per poi poterli rifiutare e andare da un’altra parte. Rifiutavamo per esempio il cantautorato italiano, non ci interessava né musicalmente né come formula, però l’autopromozione, la controcultura, l’autodeterminazione, sono tutte cose che abbiamo imparato dalle esperienze degli anni ’70. E poi c’era una curiosità naturale nell’andare indietro, non solo nell’ascoltare il contemporaneo. Io non trovo negativo che ci sia una spaccatura, generazionalmente deve esserci ed è anche molto raro per l’Italia che succeda. Non trovo eccitante quello che i musicisti contemporanei stanno facendo, trovo che sia una spaccatura con un ritorno in realtà al passato, ci stiamo perdendo molti esperimenti musicali e sociali, e questo succede quando non assorbi le esperienze delle generazioni precedenti: rifai gli stessi errori. Quindi non mi interessa musicalmente quello che sta succedendo, però non trovo male che ci sia una spaccatura. Anzi, è una cosa dinamica, è una scena che ha ragione di essere perché parla a moltissime persone, anche se non mi piace.

Considerando che ci sono moltissime etichette indipendenti che però come numeri e come modo di attaccare il mercato si possono considerare a pieno titolo delle piccole major, ma ci sono moltissime band che fanno il loro senza riuscire a trovare sbocchi per suonare o farsi produrre, secondo te ci sarà un rigurgito di ritorno alla nicchia che porterà a una seconda rivoluzione tipo quella di cui siete stati protagonisti negli anni ’90?
Potrebbe essere, è difficile prevederlo perché i fenomeni musicali vanno di pari passo anche con la tecnologia, ma è sempre stato così: quando hanno commercializzato il sintetizzatore è nato il synth pop. Siamo sempre stati influenzati da queste cose, adesso ancora di più perché sono le piattaforme a determinare il suono. Basti pensare a “Ossigeno”: è paradossale che la televisione la guardino in pochissimi, ma sul RaiPlay la percentuale di streaming è mostruosa, c’è una differenza di share incredibile. Questa cosa avviene anche nella musica, per cui la gente produrrà musica per le piattaforme che poi le supporteranno, lo sta già facendo. È difficile capire se ci sarà una scena vera e propria oppure diverse situazioni singole e piccole che faranno cose completamente diverse. Sicuramente dovrà esserci una reazione a questa situazione, anche perché ai ragazzini di questa roba non gliene frega niente, sono già oltre. Ne ho incontrati tanti quest’anno che anche se non hanno la consapevolezza estetica di quello che suonano, sono già avanti. I Maneskin sono un esempio, fanno rock’n’roll senza sapere di farlo, non sanno cos’è, lo sono. Sono un esempio come tanti di cosa c’è di diverso dai cantautori in giro. Ho sentito tantissime cose legate al chitarra e voce stile Ed Sheeran nel "grande quadro", mentre nell’underground ho sentito delle produzioni che mi sembrano molto anni ’90.

Ma "le scene" esistono ancora?
Se volessimo analizzare questo aspetto ogni 5 anni bisognerebbe scrivere un trattato di sociologia, sono corsi e ricorsi. Quello che mi fa impressione è che le scene vere, legate anche al sociale, non esistano più. Prima ce n’era una che seguiva un’altra, per esempio al punk seguiva il post-punk, il grunge, il brit-pop, e ogni grande scena prendeva il posto di un'altra. Adesso ce ne sono tante piccole che convivono. Quando dicono "il rock è morto" mi annoio molto, perché nella mia vita il rock è morto almeno 20 volte. 

Trovo sempre paradossale che ci si lamenti della musica contemporanea guardando con nostaglia al passato, perché la verità è che la musica brutta c'è sempre stata, solo che quando un progetto musicale non è valido finisce nel dimenticatoio e non ci viene tramandato.
È vero, a parte qualche moda ogni tanto. Quello che è certo è che i punti di riferimento sono cambiati: quello che per me è un gruppo che fa schifo e non è importante nella storia non viene percepito così, ai ragazzi non importa nulla. Questo è giusto e deve succedere per rimescolare un po' le carte, ma mi spiace per le esperienze che si perdono. Io rivendico la possibilità di dire che tipo di musica mi piace e sono contento della musica che mi piace, ma non perché ai miei tempi la musica fosse migliore, anzi c'era un sacco di merda, ma ho dei punti di riferimento ben precisi. 

Nel libro che accompagna l'antologia a un certo punto dici che nei primi anni era la critica a riconoscervi come qualcosa di importante, ma il successo di pubblico ci ha messo del tempo prima di arrivare seriamente. In questo momento la critica che ruolo ha? Segue i gusti delle persone o è ancora capace di scoprire delle cose?
Non dimentichiamo mai né il contesto né il tipo di musica che facevamo noi, perché non puoi metterci sullo stesso piano con un altro gruppo qualsiasi. Noi siamo comunque un’anomalia per la musica che abbiamo fatto, per questo Paese, per la nostra storia. È difficile fare poi un confronto e renderlo una regola. La stampa secondo me prima forzatamente doveva avere un minimo di responsabilità in più. Adesso esce un sacco di roba, tutti scrivono, tutti hanno un blog, tutti hanno una piattaforma. Le cazzate si perdono. Ti ricordi le famose dichiarazioni che mi hanno appioppato sui Queen? Durante un panel una volta ho detto che Bob Dylan, pur non avendo le capacità musicali pure di un gruppo di quattro straordinari talenti come i Queen, a livello identitario era stato più forte. E per la storia questo è oggettivo, Dylan ha cambiato la storia, non quella della musica, la storia del sociale. Allora un giornalista scrisse che io avevo detto che i Queen erano solo quattro buoni musicisti. Questa dichiarazione è stata ripresa senza controllo della fonte da un sacco di piattaforme ed è diventata verità. Una volta questo sarebbe stato impossibile. Se un giornalista diceva una cazzata veniva massacrato e quindi i giornalisti stessi, non tanto per deontologia, ma per paura o comunque preoccupazione, stavano attenti a mettere la h al posto giusto nei nomi che citavano e a dire le cose come andavano dette. Questo tipo di responsabilità professionale si è persa nel marasma delle cose. Anche chi prima ce l’aveva proprio come regola generale adesso si è adattato a questo modo di fare pazzesco e incontrollato, questa è la vera diversità. Il punto nevralgico e dolente di quello che sta succedendo adesso non è il fatto che ci sia troppa roba o che se ne parli troppo, è il linguaggio e la precisione che si usano quando se ne parla. 

Per quanto riguarda invece l'aspetto di come si fruisce del live, tu che hai passato 30 anni sui palchi, che differenze noti? Te lo chiedo perché nel mio lavoro mi capita di vedere sia grandi show dove la parte di spettacolo è considerevole sia concerti dove la scenografia c'è senza esserci. Penso al concerto di Nick Cave.
Questo succede perché Nick Cave, come me, ha vissuto il periodo pre-digitale, analogico, che i ragazzi più giovani non conoscono. Il suo concerto è un atto politico, è molto fisico: lui cerca il contatto con le persone, tocca in continuazione il pubblico, non ha bisogno di razzetti, fuoco e altre cazzate. Una cosa così forte è insostituibile, si può solo imparare. Per certi versi è scioccante, è una messa, un rito. Le immagini in bianco e nero, le luci à la Las Vegas degli anni '60, tutto giallo, tutto blu. Non c'è spettacolo che può sostituire la forza di questa cosa. Torniamo lì, a quella energia primordiale.

È stato di ispirazione per te vederlo sullo stesso palco dove salirai tra una settimana?
È stato di grande conforto, perché sono cose che sento e penso da sempre. Per questo sono sempre stato un fan di Nick Cave, per il tipo di autenticità che anche nel teatro riesce a trasmettere. Questa essenza è più importante di qualsiasi risultato numerico, dei sold out, dei biglietti. Un concerto così chi l'ha visto non se lo dimenticherà mai più. Ci sono tanti concerti sold out con produzioni galattiche che sono puro intrattenimento, e non c'è niente di male. Ma ora sono troppi. In questo senso mi riaggancio alla tua domanda di prima, il modo anche di vivere il live è cambiato. Si preferisce la quantità alla qualità, quindi devi suonare 3 ore, un sacco di pezzi, così come quando scarichi x megabyte di mp3 invece di scaricare una sola cosa con un'identità precisa. Allo stesso tempo, siccome produrre concerti costa, e quindi anche i biglietti costano, la gente pretende di vedere qualcosa, anche a livello di show, che corrisponda al prezzo del biglietto. È difficile avere il talento e l'energia all'altezza del prezzo del biglietto, molti sopperiscono con lo spettacolo. È difficile trovare dei talenti all'altezza del costo del biglietto. Anche a livello di perizia tecnica, io sono un punk e non dovrei dirlo, anche i Sex Pistols dicevano di non saper suonare o cantare, ma avevano un'identità molto precisa nel loro modo di cantare e di suonare. Adesso ho l'impressione che, semplicemente, la gente non lo sappia fare.

E il vostro palco in questo senso come sarà?
Nessuna grande produzione, però è un concerto celebrativo, è inutile negarlo, quindi vogliamo essere all'altezza del Forum, anche perché non ci suoniamo tutti i giorni. Per un gruppo come noi che fa un tipo di musica piuttosto ostica per il nostro Paese, è un grandissimo risultato. Ci faremo riprendere e probabilmente ne ricaveremo un prodotto video.




Secondo te quanti anni fa potevate già fare il Forum e non l’avete fatto?
Nel 2008 abbiamo fatto il Palavobis tutto esaurito con biglietti veri, non politici, 6500 persone. Gli anni record come persone ai concerti sono stati quelli tra il 2002 al 2009. Dopo di che la cosa si è stabilizzata e adesso è cresciuta di nuovo. Non lo so, forse potevamo provare a farlo anche prima, ma perché mi fai questa domanda?

Perché ti volevo chiedere se non ti fa un pochino incazzare il dichiarato sold out di band con un decimo della vostra storia.
(ride un sacco) L’hai detto tu, dichiarato sold out. Il nostro è un sold out vero, abbiamo aspettato fino all’ultimo a dichiararlo. Non mi fa incazzare, solo perché ancora una volta traggo soddisfazione dalle cose che facciamo e perché per me il punto non sono i numeri. C’è una grande distorsione oggi nel considerare le cose che hanno senso perché fanno numeri e le cose che non fanno numeri. È una distorsione molto brutta che viene alimentata anche dagli organi di informazione in maniera abbastanza criminale. Se fai Wembey sei un grande, sennò non conti un cazzo. I Velvet Underground hanno venduto 6000 copie del Banana album quando è uscito eppure hanno contaminato 4 generazioni di musicisti come nessun altro, hanno cambiato la storia della musica. Posso pensare a un sacco di nomi nella storia dell’arte che sono morti poveri in canna eppure hanno cambiato il corso delle cose. È ora di tornare veramente e ristrutturarsi un attimo, per cercare la qualità non solo nei numeri, che sono l’unico dato oggettivo che uno può avere.

Eppure ora se fai un concerto in un club normale con 3/400 persone sembra quasi che non conti nulla.
Sì, la gente proprio non si rende conto. Anche nel tour del 2006 in America, che per noi è stata una delle vette, abbiamo fatto aperture con 20 persone davanti e l’emozione, l’energia, era mostruosa. Quello è il senso di fare le cose, però se non hai quell’energia lì e non hai quella capacità di emozionare ci credo che vai a cercarti i numeri, perché è l’unica cosa che puoi cercare. È sempre un serpente che si mangia la coda. Se uno ha quella magia gli bastano due persone, se non ce l’ha ne occorrono due milioni per avere un senso. Però è brutto che si tramandi questo equivoco enorme. È brutto perché la gente non fa più le cose per i motivi giusti, che son quelli di trasmettere quello che pensi, quello che senti, il tuo linguaggio, la tua attitudine indipendentemente dalla risposta che avrai. Da un bel po’ oramai è così, ma anche vent’anni fa veniva da me a chiedere come si fa a diventare famosi. È giusto portare avanti il tuo progetto, farlo crescere il più possibile e fare di tutto, ma se tu hai impostato il tuo progetto per avere successo sei un idiota, stai sprecando una delle cose più preziose che ci sono. 

Tra gli ospiti del concerto ci saranno diversi ex-Afterhours, e più volte hai avuto modo di raccontare quanto i cambi di formazione siano stati fondamentali per mantenere viva l'energia. Invece in questa occasione vorrei parlare di quelli che se ne sono andati. Chi ha abbandonato o è stato allontanato dalla band, ha portato via qualcosa con sé che non è mai più tornato come spirito negli After? Per esempio, quando se n'è andato Dario Ciffo, si è portato via qualcosa?
È molto difficile generalizzare, quando Dario se n'è andato come spirito e mente non era più nella band, quindi per certi versi è stato meglio così. Quando Giorgio Prette se n’è andato dopo mesi e mesi di situazione tormentata, secondo me gli After erano diventati un’azienda e non dico che lui abbia fatto bene ad andarsene, è molto difficile da spiegare, dico che io non volevo più un’azienda.

Secondo te le energie si perdono quando suonare diventa un lavoro?
Anche, ma non è obbligatorio farlo diventare un lavoro, soprattutto non è obbligatorio perdere la consapevolezza e il rispetto nei confronti delle persone che questo progetto l’hanno creato e comunque hanno dato una possibilità in un modo o nell’altro a te, per applicarti, per realizzarti. Quando ti trovi all’interno di una struttura che mantiene le famiglie, la responsabilità è molto grande.



Finiamo sempre a parlare del passato, ma vorrei parlare un po’ di futuro. Stai scrivendo?
Ho cominciato a buttare giù delle cose e ho molta voglia di fare musica, ho molte idee e vorrei passare quest’anno a scrivere. E voglio tornare a suonare, ho voglia di fare un sacco di cose, non solo con gli After, ma anche di fare delle cose mie completamente diverse. Ho ripreso a suonare il pianoforte da 3 o 4 anni, uno strumento vero che so suonare e vorrei chiudere un cerchio facendo delle cose che mi permettano di usarlo. Non per forza delle ballate, anzi, anche musica molto ritmica.

Quindi pensi che potrebbe uscire qualcosa e che potresti fare dei concerti come Manuel Agnelli?
Sì, non per forza quest’anno perché quest’anno voglio scrivere. Sicuramente l’unica data con gli After è il Forum, ma "Folfiri o Folfox" non si è ancora esaurito per me e dentro di me, quindi il prossimo anno può darsi che si faccia qualcosa, magari in teatro, magari una rivisitazione. È questo l’approccio con cui mi muovo adesso. Vasco Brondi ha raccontato a "Ossigeno" di questo suo approccio, che ha scavallato questo desiderio di essere a tutti i costi attuale. L’underground secondo me oggi è vittima di questo modo di fare le cose che siano a tutti i costi nuove e a tutti i costi à la page, mentre le cose più interessanti che sento io sono contaminate, hanno un sacco di influenze. Le Ibeyi, che fanno pop da un certo punto di vista, hanno delle influenze di musica afro come di musica caraibica, di musica elettronica, non è che siano geniali o innovative al massimo, ma hanno un sacco di personalità e questa è una cosa che m’interessa. Prendi i Talking Heads, hanno preso quel tipo di chitarre in levare dei Television, hanno aggiunto la parte afro, poi è arrivato Adrian Belew a fare tutte le parti chitarristiche diverse, cioè sono stati un gruppo unico, degli innovatori che non hanno inventato il rock’n’roll, non hanno inventato il post-punk, nessuno ha inventato nulla. Tutti hanno preso, anche i più grandi artisti della storia della musica avevano dei riferimenti precisi. Questa sete di inventare poi porta a produrre delle cose che sono forzate, che in realtà non hanno una forza emotiva e un contenuto artistico sufficientemente alto. E a questo bisogna ritornare.

 

 

Tag: intervista concerti anniversario

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