Osare è possibile: il live report del debutto a Napoli de "I Soviet + L'elettricità" Live report, 07/11/2017

I Soviet + L'elettricità al Teatro Augusteo di Napoli (tutte le foto sono di Giulia Pesarin)"I Soviet + L'elettricità" al Teatro Augusteo di Napoli (tutte le foto sono di Giulia Pesarin)
13/11/2017 di

Come si celebra l’anniversario di un evento storico che ha influenzato le sorti del mondo per quasi un secolo, incendiando le speranze e i sogni di milioni di persone in una società migliore e allo stesso tempo causando fame, repressione e nuove forme di diseguaglianza? E come si rimette in piedi un gruppo che ha avuto un impatto culturale incalcolabile in un’epoca che sembra lontana un millennio e che risulta spaccato da un conflitto che, se non di natura personale, è comunque ideologicamente insanabile? Semplice, non facendolo. Chiamato alle armi dall’impellente bisogno di prendere parola nel silenzio di buona parte dell’opinione pubblica che circonda il centenario della Rivoluzione Russa, lo storico chitarrista e fondatore di CCCP prima e CSI poi Massimo Zamboni riunisce sotto l’egida di “I Soviet + L'elettricità” un manipolo di compagni di strada vecchi e nuovi in quello che non è un concerto, tantomeno una reunion.

 

Comizio musicale, queste le parole usate da Zamboni per descrivere uno spettacolo che prima di essere spettacolo è la problematizzazione di un patrimonio culturale e politico ancora comune a molti. I musicisti non sono un gruppo, sono un comitato centrale: impeccabili in divise pseudo-sovietiche, suonano nascosti da una serie di schermi che formano una struttura di tribune; svetta centrale un podio che sostiene le salmodie e le autoritarie declamazione dell’ottima Angela Baraldi, ormai una vecchia conoscenza di chi segue Zamboni nei vari progetti che portano avanti l’eredità di CCCP/CSI, e di Max Collini degli Offlaga Disco Pax, in un certo senso figli putativi dei CCCP o almeno figli dello stesso cosmo emiliano.

Così va avanti per quasi due ore una narrazione a toni alterni, ora epica e marziale, ora delicata, di un tema che, appunto, per portata storica e politica è sensibilissimo e sfaccettato. Si parla attraverso letture o citazioni che arrivano dritte dall’alba della Repubblica dei Soviet, ma anche da quell’Italia con lo sguardo rivolto al sol dell’avvenire che è l’humus dei CCCP, raccontandone glorie, magnifiche sorti internazionaliste, ma anche miserie materiali e morali. Attraverso i visual, che sottolineano le canzoni, talvolta ne stravolgono il senso originale (“Radio Kabul”, fra i momenti migliori della serata), e ci presentano ovviamente l’immancabile apparato iconografico sovietico di manifesti, foto, filmati d’epoca. E poi ovviamente ci sono loro, le canzoni: un best of del repertorio più politico dei CCCP, con qualche piccolo ma fondamentale assaggio della riflessione post-cortina di ferro dei CSI. In particolare il trittico “CCCP" - "Militanz" - "Huligani Dangereux” è causa di particolare fomento, ma anche in chiusura e apertura c’è da aspettarsi momenti di emozione pura soprattutto per chi ha assaggiato dal vivo solo il repertorio Post-CSI e quello più intimistico-clericale che porta in giro GLF.

Si aggiungono al piatto alcuni estratti dal repertorio solista di Zamboni e dalla breve avventura Post-CSI, fra i momenti più intensi della scaletta - e non era scontato -, più un’indovinata cover degli Offlaga Disco Pax. Gli arrangiamenti spaziano dal fedele (alla linea), con le chitarre ronzanti, le batterie secche e tirate, al completamente rimesso a nuovo con buona dose di coraggio, davanti a un pubblico composto anche di persone che si sarebbero probabilmente accontentate del karaoke; coraggio premiato da risultati a volte ottimi (“Morire”, “Unità di produzione”), a volte meno esaltanti. Sempre ottimo il lavoro di batteria e percussioni dei due Simone (Filippi e Beneventi), vero tocco di classe in diversi episodi; peccato per qualche problema di audio che si trascina dietro anche qualche leggero momento di incertezza. Perlopiù estraneo al gioco delle tribune e delle divise c’è lui, padrone quasi assoluto del proscenio, Fatur. L’anima teatrale e fisica delle performance dei vecchi CCCP qui prende il sopravvento e l’artista del popolo si aggira disorientato e incerto, gattona carponi, mentre alle sue spalle scorre e suona il racconto di un pezzo di novecento. La forma fisica è cambiata, ma è la stessa l’attitudine con cui contrappunta l’enfasi delle canzoni e ora è soldato, ora operaio, ora fanatico pseudo-Isis. Fra le mani, sul corpo, un armamentario di attrezzi di scena che potrebbero avere un fascino steampunk, se non fosse che qui a regnare è più il mito dell’acciaio (steelpunk?).

Il dialogo-non dialogo fra la performance di Fatur e la narrazione musicale e rituale alle sue spalle è una delle chiavi interpretative più efficaci per capire uno spettacolo dalla sostanza originale, che riesce a coniugare il valore artistico di un caposaldo della musica italiana con un atteggiamento celebrativo ma ponderato, partigiano senza essere tifoso, verso uno episodio fondamentale della storia moderna e per la storia delle idee. In pieno stile CCCP, “I Soviet + L’elettricità” abbraccia una certa ambiguità che si rispecchia facilmente anche nel pubblico: potreste trovarvi di fianco al nostalgico pronto a sventolare la bandiera con falce e martello ad ogni occasione utile, al punkettone old school, all’hipster più blasé, a gente di tutte le età e provenienze culturali. La linea, come al solito, non c’è o almeno è dubbiosa come l’Imperatore, ma l’ineffabile pravda del punk emiliano filosovietico continua ad avere dopo più di trent’anni una schiera eterogenea ed appassionata di fedeli. I progetti che hanno ripreso questa eredità sono stati diversi e con intenti e risultati vari, ma questo comizio musicale si staglia nettamente sullo sfondo, se non altro per il tipo di produzione e per l’ambizione politica. “Osare è perdere”, si dice in “Manifesto”, ma certe cose è già una vittoria portarle su un palco.

Tag: live report

Commenti (1)

  • L\'isola Di Arturo 5 mesi fa @giovanna.deflorio

    Mi sarei aspettata un minimo di autocritica o un pizzico di ironia che forse li avrebbe salvati da un risultato ai limiti del ridicolo. Una parodia di se stessi, le rovine di un mondo che non c'è più. Lo specchio fedele di una sinistra che non trova più uno spazio o una ragione di esistere. Tristezza.

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