Spotify, l'arroganza di chi pretende una musica su misura

Il lockdown ha fatto balzare i numeri della piattaforma streaming e aumentato gli appetiti del fondatore Daniel Ek. Che ora dice ai musicisti di produrre di più e più in fretta, perché il mercato vuole quello. Ma fino a quando si possono tollerare simili visioni dell'arte e della discografia?
03/08/2020 15:18

In un’intervista di qualche giorno fa su Music Ally, il CEO di Spotify Daniel Ek ha parlato della situazione del colosso dello streaming musicale dopo la pubblicazione dei suoi risultati finanziari sul secondo trimestre del 2020. Numeri impressionanti, principalmente dovuti al lockdown: 138 milioni di abbonati Premium, 299 milioni di utenti totali, 1,89 miliardi di fatturato. Nonostante le perdite operative di 167 milioni di dollari e una perdita netta per l’azienda di 356 milioni, il resto del 2020 si prospetta molto roseo, con partnership ed esclusive – il podcast di Michelle Obama è già un successo – pronte a fare il botto.

Come però ben sappiamo, Spotify non è esattamente il regno delle coccole e degli abbracci, ma una macchina da soldi che si è conquistata nel tempo una posizione dominante sul mercato e che si può permettere di dettare la linea del settore. L’argomento più scottante è quello del compenso degli artisti, ridotto a frazioni di centesimo per ascolto. Per Ek però la colpa non è di Spotify che paga poco, è degli artisti. A suo dire, per un musicista fare un disco ogni 3-4 anni non basta, bisogna creare un contatto continuo con i fan, mantenere un engagement alto, portare avanti un dialogo senza fine tra chi crea e chi consuma. Produrre, produrre e ancora produrre. Un ragionamento che, a pensarci bene, fa rabbrividire e che qualcuno non ha preso bene, come il bassista dei R.E.M. Mike Mills nel tweet qua sotto. O David Crosby, che ha chiamato Ek “obnoxious little shit”.

L’industria musicale fin dalla sua nascita ha qualcosa di corrotto nell’animo: il concetto di produzione applicato in campo artistico, sempre che di arte si possa parlare, svilisce l’intento di chi cerca di creare qualcosa di significativo e bello, o anche solo di mettersi alla prova. Poi per forza di cose ci sono delle regole a cui bisogna sottostare, fa parte del gioco, piaccia o no. Spotify però questo gioco l’ha profondamente cambiato e, se prima c’erano le sue distorsioni e i suoi lati più loschi, quella che Ek racconta è una meccanica malata. Il processo di trasformazione dell’industria musicale nel modello T fordistico è la perversione neoliberista applicata all’arte, dove dovrebbe essere proprio la creatività a vincere sulla quantità e sulla sistematicità. Un’immagine avvilente, che Ek sembra auspicare. "Produci, consuma, crepa", cantava Giovanni Lindo Ferretti. "Suona, ascolta, crepa", verrebbe da dire adesso.

Se fino all’avvento di Napster i musicisti guadagnavano principalmente con le vendite dei dischi, il digitale ha quasi fatto collassare il mercato. Ora gli artisti hanno le maggiori entrate con i live – motivo per cui il covid è stata una mazzata anche per chi suona –, mentre lo streaming non permette un ritorno economico adeguato. Ek sostiene che c’è chi riesca a campare anche solo dagli ascolti digitali, ma anche qua salta fuori la miopia di chi solo apparentemente ha reso la musica un bellissimo oceano dove tuffarsi senza pericoli: a galleggiare ci sono solo i nomi più grossi, mentre chi ha dimensioni più ridotte è destinato ad affondare.

Prendiamo a titolo esemplificativo la classifica di Billboard dei 50 artisti più pagati nel 2018: al primo posto c’è Taylor Swift – citata tra l’altro nell’intervista a Ek – con 99,6 milioni di dollari. Per quanto sia una cifra esorbitante, 90 di questi milioni arrivano dai concerti, mentre “solo” 5,67 milioni dallo streaming. Si tratta comunque di un numero molto alto, ma allo stesso tempo sono in pochi a fare gli ascolti che fa Taylor Swift, basta guardare quanto bene stia andando il suo ultimo disco, Folklore, pubblicato a sorpresa il 24 luglio scorso.

Per guadagnare da Spotify bisogna ottenere ascolti. E tanti. Per farlo, inevitabilmente si finisce con l'andare incontro al gusto del pubblico mainstream, provocando un appiattimento dell’offerta, una limitazione alla creatività del musicista. Esattamente l’opposto della varietà che Spotify tanto professa. E che effettivamente offre, perché il catalogo a disposizione dell’azienda svedese è vastissimo, ma a lungo termine il rischio è di arrivare a milioni di nomi tutti uguali tra loro.

Se poi ci pensiamo bene, il concetto di produzione sistematica già è tragicamente inserito in campo musicale: a suo tempo avevamo parlato della piaga delle instasong a tema coronavirus, ma in generale l’idea di sfornare canzoni come se fossero panini del MacDonald’s è visibile nelle realtà più commerciali, da chi vuole ballare un reggae in spiaggia alla trap, che è passata dal far incazzare i boomer a prendersi tutto il mercato musicale.

Le parole di Daniel Ek mortificano chi la musica la ama, ma allo stesso tempo evidenziano quanto di tossico ci sia nell’industria: siamo arrivati a un punto in cui è la presenza costante a permettere di sopravvivere. Puoi essere il miglior cantante su questo pianeta, ma se tra un disco e l’altro trascorre troppo tempo il pubblico è pronto a dimenticarti, perché nel mezzo passano intere carovane di artisti senza neanche riuscire a rendercene conto. E il peggio è che questo discorso parte dall’amministratore delegato del maggiore servizio in streaming a livello globale e da cui non si può più prescindere. Tutti quelli che hanno provato a resistere si sono dovuti alla fine piegare a rendere il proprio catalogo disponibile su Spotify, come la stessa Taylor Swift tanto apprezzata da Ek.

È un discorso che si può estendere all’intera industria dell’intrattenimento, dove il fenomeno da catena di montaggio risalta dai film della Marvel alle serie Netflix, fino a parlare in generale ai colossi big tech e ai sogni bagnati del capitalismo sfrenato (signor Bezos, stiamo guardando lei). Come fare quindi? Su Spotify non si può non stare, ma non si possono neanche accettare le condizioni di chi si trova con il coltello dalla parte del manico e ne è consapevole. Noi stessi abbiamo questo problema, tra la necessità di far ascoltare ai nostri lettori quello che succede nella musica italiana – una playlist come quella qua sopra non sarebbe realizzabile altrimenti – e il non voler sottostare a un gigante che ragiona in termini di produttività e non di qualità, stritolando il mercato. Ma una soluzione a queste contraddizioni la dovremo trovare, e al più presto.

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L'articolo Spotify, l'arroganza di chi pretende una musica su misura di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 03/08/2020 15:18

Tag: spotify - opinione

Commenti (10)
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  • Giulio Pons 53 giorni fa

    Mario Maneri quanto si prende dalla SIAE con 2 milioni di views su youtube? E quanto da Youtube?

    > rispondi a @pons
  • Giulio Pons 53 giorni fa

    Alberto Facchin ma come i vitalizi!? ma no dai.

    > rispondi a @pons
  • Mario Maneri 52 giorni fa

    Giulio Pons dalla Siae qualche decina di euro, da YouTube qualcosa di più ma dipende da tanti fattori..

    > rispondi a @mario.maneri
  • Andrea La Placa 52 giorni fa

    Ha ragione Ek, che non sta dicendo ai musicisti come suonare, ma che sta parlando di economia dell'industria dell'intrattenimento, e su quello ha ragione. Effettivamente fare un disco ogni 3-4 anni in un periodo in cui dischi non vendono, in un periodo in cui si campa di live, views, follower, non è la cosa più intelligente economicamente parlando. Ed Ek parla di economia. Spotify inoltre ha soppiantato le radio, e prima non c'era un gran numero di artisti che vivevano di radio. Quindi è ora di finirla, capire che la discografia economicamente al momento è morta e tentare di trovare una strada percorribile per il sostentamento economico. Anche accettando i consigli di chi sa contare e capendo che lo streaming non è la discografia.

    Se poi qualcuno vuole non badare all'economia ma produrre semplicemente qualcosa di bello, nessuno lo obbliga a pubblicarlo o farci soldi, può rimanere nella sua cameretta con quel qualcosa di bello e suonarselo. E non leggere le interviste di Ek. No?

    > rispondi a @brainandwodka
  • Federica Fefè 52 giorni fa

    Tutto bello e giusto, a parte che Taylor Swift non si è affatto piegata, anzi: prima di rendere disponibile la propria discografia su spotify ha preteso una paga più equa per gli artisti emergenti, e solo dopo aver raggiunto un accordo ha iniziato la propria collaborazione con la piattaforma. E sempre parlando di Taylor Swift, lei pubblica di media un album ogni due anni, e dopo finiti tour e promozione sparisce. Eppure, ogni nuovo album batte i record del precedente e i suoi fan non fanno che aumentare. Esempio lampante è il suo ultimo album, pubblicato neanche un anno dopo quello precedente e che senza promozione, proprio perché uscito a sorpresa, ha fatto lo stesso successo che lei fa ormai da 10 anni. E per farlo non ha dovuto sacrificare la propria arte, floklore è un capolavoro lirico. La verità che non sembrate voler accettare è che il mercato musicale è proprio questo: un mercato. È una borsa, e in borsa bisogna saperci giocare, bisogna sapersi muovere. Il vero problema è che fanno uscire sempre più “artisti” che non sanno giocare, e che per restare a galla devono sottostare alle regole invece che sfruttarle a proprio favore per creare la loro arte (se effettivamente sono in grado di fare arte). Guardate come è dovuta uscire Arisa prima di poter pubblicare un pezzo come La Notte, oppure Lady Gaga, che ha fatto parlare di sé più per i suoi look esagerati che per la sua musica. Dico tutto questo da artista emergente, che ha ancora molto da imparare e che non ha ancora visto neanche i decimi di centesimo di una riproduzione spotify. Se si vuole fare della musica un lavoro non si può pretendere che l’arte prescinda dal mercato. E almeno questo io l’ho capito.

    > rispondi a @federicastuff
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