Le Stelle di Mario Schifano, l'esperimento più interessante della storia della musica italiana Rubrica

20/03/2012 di

Parrà strano, ma il capolavoro dei '60 italiani è sconosciuto ai più, specie in Italia, meno all’estero, dove gode di buon culto tra gli amanti della psychedelia. Un disco di qualità e imponenza tali, anticipatore di tali e tante cose, da trascendere i patri confini: è "Dedicato a" de Le stelle di Mario Schifano, 1967.

Schifano, pittore e cineasta romano, era il maggior artista pop italiano, considerato l’erede di Andy Warhol. Il quale dall’anno prima era intrippatissimo coi Velvet Underground, tanto da cucirgli addosso l’Exploding Plastic Inevitable Show. Partito da aprile negli Usa, con esibizioni di ballerini S/M, proiezioni di film e foto sfocate sulla band in concerto, toccò Londra, Parigi, Roma e Berlino tra fine '66 e inizio '67. I Velvet dal vivo non erano tranquilli come il loro primo album (aprile '67), ma coniugavano svenevolezze melodiche ad inauditi assalti sonori, come quella "Melody Laughter" figlia di John Cage (e non Cale) e madre dei primi Sonic Youth che si trova nei numerosi bootleg anni '90 tratti dalla data del 4 novembre 1966 a Columbus, Ohio.

La mistione di arti, l’incredibile dilatazione dei confini della mente, l’inimmaginabile hype che accompagnava band e show flashò Schifano, che allora viveva a Londra frequentando Stones e Beatles e spupazzandosi Anita Pallenberg tra uno Stones e l’altro (fu morosa di Brian Jones, Keith Richards, cui diede tre figli, e Mick Jagger; vista soffiatasi la Pallenberg, Schifano soffiò a sua volta Marianne Faithfull a Jagger). Tornato a Roma cercò l’equivalente italico dei Velvet, cosa ben difficile, visto che a nessun gruppo beat era stato permesso registrare con la violenza sonora sprigionata nei live.
Intanto, in Veneto, il bassista veneziano Giandomenico Crescentini, fuoriuscito dai milanesi New Dada, spalla proprio degli Stones nel tour italiano di aprile 1967, aveva messo su un gruppo psichedelico con l’altro veneto Nello Marini, tastierista afrochiomato e ben baffuto, avanguardista jazz che celava studi classici, il chitarrista romano Urbano Orlandi, controfigura di Sterling Morrison, e il batterista alessandrino Sergio Cerra, noto per la sua ossessione per la moda milanese. Trasferitisi a Roma, l’amico comune Ettore Rosboch (diventerà produttore cinematografico, tra l’altro di "Non ci resta che piangere") li presentò a Schifano. Erano così perfetti da non sembrare veri. E pestavano duro. Scelsero il nome in omaggio a una serie di quadri dell’artista.

(un live delle Stelle, forse al Piper di Roma, nel 1967)

E lui li fece suonare a settembre al Teatro di via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini), sparandogli addosso il suo film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle", scioccando l’intellighenzia italiana avant-garde (per inciso, Anna Carini era la conduttrice di "Countdown", programma di Radio Rai assieme a Giancarlo Guardabassi; ed era, guarda caso, la nuova morosa di Schifano).

Quindi li spedì al Piper di Torino, il locale più alla moda della città covo della psichedelia nazionale, insieme a Venezia, Livorno e Roma. Ma a Torino c’erano le sperimentazioni elettroniche di Enore Zaffiri. Insomma, un ambiente privo di preconcetti. Al Fono Folk Stereostudio, Rosboch registrò cinque pezzi delle Stelle, tutti finiti sulla facciata B del futuro lp.
"Molto Alto" è un diluvio di distorsione sul pulsare oscuro di “tamburi lontani / distorti dall’eco”, come recita il testo: un moderno rito pagano, anello mancante tra i Seeds di "Future" e il kraut dei Faust '71–'75 di "Last".

La ballata "Susan Song" è un ponte gettato tra delicatezze Velvet ("Sunday Morning") e Stones ("Ruby Tuesday") e i rosolii che le già attive Orme serviranno però solo tra '71 e '72 con "Collage" e "Uomo di pezza".

Se "E dopo" unisce beat, chitarre distorte e piani quasi mozartiani, "Intervallo" è la colonna sonora rhythm’n’blues suonata dai Faust di un drug party. "Molto lontano (a colori)" dà una versione raga rock del tema di "Molto alto" su cui s’inserisce un flauto che è già Jethro Tull e il cui cantato salmodiante anticipa i CSI di buoni 25 anni. Ma mancava ancora qualcosa.

Già, perché per Rosboch il biglietto da visita della band non poteva essere questo. Ci voleva il "Melody Laughter" italiano, la colonna sonora per l’Exploding Plastic Inevitable Show versione Schifano. Chiamò lo scultore e pianista d’avanguardia svizzero Peter Hartmann, chiamò il pittore e scultore americano Paul Thek al tamburello, e sedette lui stesso al piano. Ordinò una jam session, totalmente improvvisata, sull’esempio dei Velvet ma anche dei Pink Floyd di Barrett. Registrò mentre ancora il gruppo si sistemava: si sentono i musicisti lamentarsi dell’altezza del volume in cuffia, Hartmann dire "Sempre odio la polizia soprattutto quando fermano un pazzo che sta guidando così". Poi la giovine nobildonna hippie torinese Francesca Camerana (oggi direttrice artistica di LingottoMusica) parte con una ballata in stile rinascimentale su versi dell’Orlando Furioso di Ariosto: "Orlando, fa che ti raccordi / di me ne l’orazion tue grate a Di; / né men ti raccomando la mia Fiordi… / ma dir non poté: – … ligi -, e qui finìo."
Da qui il brano prende il titolo, "Le ultime parole di Brandimante", dall’Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltarsi con tv accesa, senza volume), forse l’unico al mondo con credits e istruzioni per l’ascolto.

Era un invito a farsi in casa il proprio piccolo Exploding Plastic Inevitabile, tenuto conto delle istruzioni di ascolto (la tv accesa, che allora trasmetteva moltissime news). I versi mancanti dell’ottava ariostesca (E voci e suoni d’angeli concordi / tosto in aria s’udir, che l’alma uscìo; / la qual disciolta dal corporeo velo / fra dolce melodia salì nel cielo) stridono con i diciassette minuti di pura violenza sonica che seguono, una jam impressionante che fa impallidire qualsiasi cosa registrata fino allora al mondo.
È evidente un intento politico: l’eroico cavaliere antico è metafora del moderno Street Fighting Man (siamo solo nel ’67, ma già è pieno di rivolte di strada in Usa e d’occupazioni di università in Italia; ah, e il brano degli Stones esce il 31 agosto 1968, più di otto mesi dopo). Ai suoni angelici si sostituisce la mimesi sonora del dolore fisico della morte e della violenza degli scontri: a tratti ci si ricorda di John Cage, ma si anticipano pure il furioso kraut di Faust, Amon Düül I e II, Can o il lirismo chitarristico e tribale del miglior Santana (tutti 1969). Alla fine la devastazione si dissolve come nuvole all’apparir del sole, e fa spazio a un brano di sapore classico condotto da una tromba, che non è altro che la sigla finale delle trasmissioni Rai (che allora terminavano verso mezzanotte), "Armonie dal pianeta Saturno" di Roberto Lupi. 

Uscito il disco, stampato in sole 1000 copie con copertina autografa di Schifano (ne avete uno in soffitta? Vale tra i 4000 e i 6000€), Le Stelle si esibiscono il 28 dicembre al Piper di Roma nel pazzesco show "Grande angolo, sogni e stelle", ideato dall’artista capitolino. Sul palco, anche il cantautore freak americano Shawn Phillips e Gerard Malanga della Factory di Andy Warhol; su quattro grandi schermi panoramici, filmati girati fra i guerriglieri vietnamiti, spezzoni di western con Tom Mix e di film girati da Schifano. Le Stelle non si ripeteranno più: nel 68 pubblicarono un singolo stanco e banale, "E il mondo va / Su una strada".

Nello Marini, qualche anno dopo, prese parte a un’altra grande e sfortunata esperienza, i Venetian Power. Degli altri si è persa ogni traccia. Crescentini è stato rintracciato dal giornalista Alberto Piccinini: oggi vive in una roulotte a Venezia entroterra. Degli altri, nessuna traccia. Di grande psichedelia in Italia ne faranno i romani Chetro & Co. (un unico e incredibile 45 giri," Danze della sera /Le pietre numerate", 1968) e il milanese Claudio Rocchi ("Viaggio", 1970; "Volo magico n. 1", 1971). Ma la sordità totale di media e pubblico italiani fecero perdere l’occasione di inventare il kraut prima della Germania. Da noi andrà l’accademico prog, sempre a traino dell’estero, vecchia tara italica.
Il sorpasso sui tempi e l’anticipazione del futuro durò un attimo: le Stelle caddero presto a terra, e con esse finì il sogno di smettere di essere lontana provincia dell’Impero.

Tag: Retroterra

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