Il suono della montagna sarà sempre dentro di noi

Dicono che Dave Cocks non sia più qua già da un anno, ormai. E allora cos'è quel giro di basso che ci scuote tutte quante le ossa?
24/06/2020 15:41

La montagna sta sempre lì, che tu la guardi oppure no. Sta lì anche se non la consideri, se sei andato lontano, se ti dimentichi di lei o se provi a farlo perché ti ha fatto tanto male. Tanti pensano che stia sempre zitta, ma il silenzio è un’illusione. Fa un gran rumore, al contrario: una specie di formula sacra, del tutto terrena. 

Dicono che Dave Cocks non sia più qua tra noi già da un anno. Io, però, non gli credo. Magari si sono solo dimenticati di staccargli il jack, ma il suo giro di basso mi scuote ogni volta che torno in me per un istante.  Live all'Osteria Via Briona, Domodossola, nel 2015Live all'Osteria Via Briona, Domodossola, nel 2015

La prima volta che ho incrociato quelle frequenze facevo il liceo, e ai concerti contavo e ricontavo le corde degli strumenti per capire chi faceva cosa. Il basso di Dave toccava per terra, la schiena era piegata in due come una sdraio dopo il tramonto. Non doveva essere particolarmente comodo. Alla festa di fine anno, sul parquet dell'istituto Giorgio Spezia, gli Urban Poison arrivavano con un curriculum di tutto rispetto.

La prima volta era stata pochi mesi prima a Crodo, alla Botte d’oro, a due passi dallo stabilimento in cui fino a poco fa si è prodotto tutto il crodino che finiva nei vostri aperitivi. Sarà stato il 2001, e per quella mezz’oretta di cover e primi esperimenti di creatività adolescenziale il proprietario aveva devoluto nelle tasche dei ragazzi ben 300mila lire, cifra che, euro più o meno – complice l’asfissia che stava per coinvolgere il mercato dei live – sarebbe rimasta la stessa nei 10 anni successivi. I quattro membri della band, 60 anni mal contati tutti assieme, erano così giovani da non riuscire, nonostante l’impegno, a bersi tutto il cachet. Con gli anni avrebbero fatto straordinari progressi. 

Dave al Fuzz Club Festival a Londra nel 2015Dave al Fuzz Club Festival a Londra nel 2015 Il concerto al liceo, come per chiunque sia cresciuto guardando Italia 1, più che un punto di partenza rappresentava un approdo. Appena un anno prima su quei listelli al centro della palestra, Dave e Fra erano rimasti folgorati dai quattro accordi dei Fat Guys, che oggi sono tutti dei figurini, ma che rimangono dei veri punk. Tra l’“immagina il giorno” e il giorno stesso erano trascorsi appena 12 mesi, non indimencabili da un punto di vista didattico, ma parecchio densi di fotta musicale. 

Dave aveva una formazione da clarinettista, di cui aveva imparato i rudimenti alle scuole medie, indirizzo musicale. Allora aveva un imponente scodellone di capelli mechati, il primo piercing e una giacca della Umbro cui attribuiva funzioni talismaniche. Dalla chiave di basso del primo strumento a fiato, era passato al basso vero e proprio solo perché Fra era stato più lesto a dire che avrebbe suonato lui la chitarra nella nascitura band. 

Il primo problema fu trovare un nome all’ensemble, una costante nella storia della loro amicizia. Una volta, su uno di quei giornaletti pieni di t-shirt acriliche e semi, scoprirono che esisteva una varietà di cannabis chiamata Durban Poison, che, tolta la “D” iniziale, sapeva tanto di rabbia metropolitana e fanculi al sistema. Era perfetto.

Dave in un frame da 'Sleepless' dei PiatcionsDave in un frame da 'Sleepless' dei Piatcions

Gli Urban Poison, naturalmente, facevano crossover. “Ai tempi era l’unica controcultura accessibile, fossimo nati anche solo cinque anni prima avremmo fatto punk rock”, esordisce Fra, che ci accompagnerà d’ora in poi con le parole e la memoria. “Allora c’era Napster, e lasciavamo la 56k accesa tutta la notte per poter ascoltare un disco. Ci dividevamo le tracce: dalla 1 alla 7 io e le altre tu, poi ci svegliamo la mattina e avevamo scaricato due canzoni a testa e la terza era in coda”. 

Siccome fare post punk a 14 anni a Domodossola nel 2001 “sarebbe stata una mezza menata”, si fecero folgorare da Zach de la Rocha. “I Rage Against the Machine allora erano la cosa più vicina a esprimere la ribellione di un adolescente, e ci davano una carica straordinaria sia il suono che per i contenuti. Certo, della storia dell’EZLN o degli altri temi che sollevavano capivamo quello che può capire un ragazzino che faceva la prima liceo a inizio millennio. Che magari è più di quello che capisce un ragazzino di adesso, ma comunque meno di quello che bisognerebbe capire. Per altro tutt’ora non è che ne capisca un granché”.

The Battle of Mexico City rappresentò l’inizio di tutto. Fra e Dave – assieme a una decina di altri nostri amici di Domodossola, che in quel momento pareva il molo di Port Antonio in Giamaica – corsero a farsi i dreadlocks. Dave ci mise tre settimane a intrecciarli tutti. Li abbinava a degli ultrabaggy trousers con il cavallo all’altezza dei talloni, tutti strappati. Ancora oggi mi domando come fosse possibile che qualcuno offrisse loro un passaggio quando si mettevano a fare dito per scendere dalla sala prove di Crodo alle 11 di sera.

A parecchi tra noi il crossover faceva cagare, eravamo più orientati verso i Clash, il 2 Tone Ska, i cantautori se corrotti dai genitori, o i Sangue Misto se in balia dei fratelli maggiori. Ma degli Urban Poison andavamo tutti pazzi, erano il nostro orgoglio, i nostri fratelli e le nostre mascotte allo stesso tempo. E quando partiva “vaffanculo la techno” sul ritornello di Killing In The Name non un solo indice restava a riposo. Nei concerti nei pub della provincia o alla feste campestri tra giugno e luglio, che aspettavamo trepidanti per nove mesi come si fa con un figlio, la prima fila era la nostra. 

Il jazz bass di Dave, stranamente non insanguinatoIl jazz bass di Dave, stranamente non insanguinato

Assieme ai Rage e a qualche cover non esattamente impeccabile dei Guns o di Marylin Manson, arrivarono i primi pezzi loro. Di solito non avevano un titolo, tanto che quando, dopo l’impronosticabile vittoria di un concorso giovanile al Cinema Corso di Domodossola, una giornalista della tv locale chiese ai ragazzi come si chiamasse il pezzo che avevano appena eseguito, loro dovettero improvvisare. "Spaghetti e Ganja”, risposero. 

Il rappato di Fra era super convinto, spesso sostituiva le parole con qualcosa di molto simile a un “Tiaz”. Almeno, a noi pareva così. Dave era sempre piegato a metà quando suonava, il volto coperto dai “rasta”. Aveva imparato la posa da Fieldy, il bassista dei Korn, il suo secondo idolo di gioventù. Sempre per colpa sua aveva iniziato a suona il basso slappato, picchiettando il pollice sulle corde.

Nata come tecnica del funky, poi seguita da Flea e molti altri, in quegli anni era un must per i musicisti crossover. Dopo un primo Hartke nero scrausissimo, comprato assieme a cavi e ampli tipo set delle pentole, Dave convinse il padre a sborsare una milionata e, oltre a una testata della Fender che ogni due prove prendeva fuoco, si aggiudicò il basso cinque corde di Fieldy.

Fra e Dave nel 2013Fra e Dave nel 2013

Non era tecnico, perché non faceva nulla per esserlo. Non ha mai scritto una nota in vita sua o letto uno spartito: per lui la musica non era una materia da imparare, quanto un’alternativa a fare caciara in giro. Però, con il passare del tempo e le ore in sala prove, ormai andava a 200 all’ora. Quando poi, rimanendo sempre fedele al dogma del Less is More, avrebbe iniziato a sperimentare pesantemente con il suo basso, aveva le basi adeguate per farlo. 

Gli ascolti man mano si affinarono, e si adeguarono ai tempi. Dai Limp Bizkit e gli H-Strychnine – nu metal from Ferrara, di cui i ragazzi si infatuarono durante un live al Perché no? di Verbania, il locale per eccellenza per la musica dal vivo in provincia – si passò a Helmet e Snapcase. Poi lo stoner e i Kyuss, le Desert Sessions, i Fu Manchu. “Ci pareva un crossover più da adulti, come se la cosa si stesse facendo più seria. E poi ci sembrava un suono più fresco, anche se storicamente era venuto prima. Abbiamo sempre avuto la tendenza a prendere una piega e spostarci gradualmente verso altre direzioni, in maniera più o meno cosciente a seconda dell’età”. 

Complice della “deriva”, la girandola di avvicendamenti alla batteria. In Ossola i percussionisti erano materia più che rara e la sostituzione ogni volta era un casino: dopo Della toccò a Dario, poi un pastore con due benne al posto delle mani che in estate saliva all’alpeggio e quindi non poteva suonare – e siccome si suonava solo d’estate non era il massimo –, alla fine toccò a Bombo.

Dave si convertì al plettro e lo stile della band continuò a evolversi. Tutto nasceva in sala prove, dove ogni settimana volavano via almeno sei o sette ore. Cui se ne aggiungevano altrettante di viaggio, visto che – non abbiamo mai capito perché – le loro salette erano sempre in culo ai lupi.

Crodo, Croveo, Ornavasso, il capannone di Trobaso, che a un certo punto andò a fuoco grazie alla non brillante idea di un tipo di lasciare un moccino di sigaretta accesa in un posto in cui c’erano più tappeti che a Marrakech. Posti che non vi diranno molto, ma che per uno di Domodossola significano una cosa ben precisa: sbattimenti. Solo tanti anni dopo sarebbe arrivato il covo di Pieve Vergonte, una seconda casa per Dave (o forse la prima, per tempo trascorso e lavori effettuati).

Dave live nel 2018Dave live nel 2018

Rimasti una volta di più senza batterista, per Fra e Dave era tempo di cambiare un po’ di cose. Il nuovo drummer, Carellino, portava solo magliette nere con su draghi e teschi, era giovanissimo e tutto da plasmare. Gli Urban Poison andavano in pensione e, dopo un live come Red Lines e un altro come Los Locos – nome fortunatamente abortito prima di scoprire quanto potessero essere impietosi gli avvocati del duo della Macarena –, fu scelto come nome Thee Piatcions.

L’articolo iniziale era un tributo a Thee S.T.P., un’istituzione sul lago Maggiore, Piatcions rispecchiava la nuova anima autoironica e presa bene del gruppo. Gli ex nu metallari si erano spostati su sonorità decisamente più rock. Il G8 era finito con gravi perdite, e anche l’impegno adolescenziale mostrava cenni di cedimento. Avevano scoperto Bob Dylan e i Velvet Underground, la psichedelia, la leggenda impellicciata di Leighton Koizumi, i Morlocks, 13th Floor Elevators, i Fuzztones, Tito and the Brainsuckers. A voler cercare delle definizioni, erano una band garage di Domodossola

Throw Down Bones European Tour, 2016Throw Down Bones European Tour, 2016 

A 19 anni la prima firma per un’etichetta. Successe durante un live al csa Buridda di Genova, uno dei primi fuori dal Piemonte. Sotto il palco c’erano al massimo cinque persone, perché tutti gli altri se ne erano andati nella saletta cucina ad ascoltare reggae da uno stereo, ma Monica li avvicinò e chiese se volessero entrare in Suiteside Records. Quella notte dormirono per terra su dei materassini sottratti in qualche modo alla Costa Crociere, il soffitto della stanza era puntellato dai tubi Innocenti.

I Piatcions durarono cinque anni e si tolsero grandi soddisfazioni. Per noi era ormai normale doverli condividere con l’estero. Prima ci furono i pub dei vecchi punk irredenti in giro per l’Italia, poi i club veneti, infine i posti più fighi della scena come il Rocket o il Magnolia. Nel 2013 erano alla Collinetta del MI AMI, e parecchi ricordano la performance di quegli invasati a distanza di anni. “Suonare davanti a gente che conosceva e apprezzava il nostro genere per noi era un importante salto di qualità”, ricorda Fra.

A 23 anni la prima chiamata dall’estero fu un po’ più che di prestigio. “Andammo al Cavern Club di Liverpool, a una specie di festival dell’underground che poi si rivelò una mezza cazzata. Ma per noi era qualcosa di magico: noleggiammo un camper da sette posti con gli amici e rimanemmo in giro una settimana per una sola data. E poi il soffitto di mattoni, la scalinata profonda che porta nelle due sale ad arco, le foto dei Beatles dappertutto”.

Tour europeo del 2018Tour europeo del 2018

Le sonorità della band erano decisamente diverse ora, talvolta persino bizzarre. Dave si era preso un Fender Mexico, la linea entry level del brand, fatta fuori dall’America, con cui dava vita a una suonata dritta, densa, piena di colpi. Non era il basso di accompagnamento del garage, il tempo dell’emulazione stava terminando. Gli echi di anni ’60 e ’70 erano sempre più evidenti, i pezzi divenivano più dilatati, qua e là spuntavano i primi svarioni con protagonista il kazoo. Poi ecco il tamburello e l’organo.

Registrarono il primo sette pollici all'Out Side In Side di Montebelluna, con Matteo Bordin dei Mojomatics, band che adoravano. Ora i pezzi erano in inglese, e se Mary Mary era ancora garage classico, Homeless Blues chiariva che una nuova strada era stata imboccata. Il secondo singolo della band coltivava ancor più la vena psichedelica, il terzo era quasi shoegaze. In mezzo un disco come Senseless Sense, molto suadente. “Un disco di definizione, sicuramente acerbo, ma che per noi era l’inizio di qualcosa di nuovo”.

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Ora, mentre esplodeva la Rete ed era molto più facile conoscere nuova musica e fare conoscere la propria, i riferimenti della band erano gruppi come i Telescopes – con cui Fra poi suonerà –, My Bloody Valentine’s, Brian Jonestown Massacre, Black Rebel Motorcycle Club. “Non abbiamo mai cercato il suono che funzionasse, di vendere qualcosa a qualcuno”, dice Fra, e mi fa sorridere che ritenga necessario specificarlo. 

“Se io Dave ci siamo presi delle soddisfazioni è perché abbiamo fatto le nostre cose, che poi per un qualche motivo funzionavano. Forse la gente vedeva quanto ci spendevamo, quanto ci mettessimo a nudo per la musica. E anche quando avevamo atteggiamenti sopra le righe, tipo ribaltare la batteria o spintonarci tra noi sul palco, non era uno show studiato, ma solo il nostro modo di ‘buttarcela fuori’”. 

Lo stile musicale di Dave si era fatto più solido e definito, fino a diventare inconfondibile. Allora tra di noi cominciammo a parlare di “suono della montagna”: quella che sta dentro i nostri occhi ogni volta che torniamo a casa e alziamo lo sguardo, nella nostra anima quando ce ne andiamo per rifugiarci nei nostri trilocali e nelle corde del suo basso. 

Live all'Oslo Club di Londra al Label Mates Festival, nel 2019Live all'Oslo Club di Londra al Label Mates Festival, nel 2019

Alle chitarre super effettate di Fra faceva da contrappunto il suo suono incalzante, senza grandi swing. Tutto quanto si basava su quel gioco. Sul suo basso venivano costruite le canzoni, non in saletta, dove si arrivava con una specie di testo e il giro di chitarra, ma durante l’esecuzione, quando quel carro armato sonoro teneva le fila di tutto, una granitica certezza che faceva muovere la testa e non faceva calare l’energia, o perdersi tra le mille variazioni sul tema che la psych porta con sé.

La sua musica si è sviluppata fino a divenire un mantra”, racconta Fra. “Ti ripeto per tutta la canzone lo stesso giro di basso: magari il primo minuto ti annoia, il secondo pure, ma poi, se ti va di farlo, entri in un’altra dimensione. Faceva le cose semplici, con attitudine punk e allo stesso tempo una grande cura. Dave ha dato un’estrema coerenza sonora a tutto quello di incoerente che abbiamo fatto per 15 anni”. 

I Piatcions giravano parecchio, in Inghilterra molto più che da noi. Passarono su BBC 6, ricevettero ottime rece sui magazine specializzati, suonarono nei migliori festival underground. “All’inizio ci esibivamo per primi, poi a metà serata, dopo qualche anno eravamo headliner. Sul palco facevamo un gran macello, eravamo sempre carichi a mille”. 

Con mezzi di fortuna affittati per l’occasione e poi sul bus hippy che Dave si era fatto pittare a Milano dal writer Bros – un consiglio: se non volete essere fermati dagli sbirri di mezza Europa, lasciatelo bianco –, la band era sempre in tour. Lisbona, Liverpool, la Francia, Oslo, l’Olanda, Zagabria e poi la Germania. A tracciare linee a caso su una cartina dell’Europa, probabilmente sarebbero stati meno chilometri. I nostri soci che, di volta in volta, si offrivano da roadie tornavano indietro entusiasti e devastanti nel metabolismo. 

Segni particolari?Segni particolari?

Attorno al 2010 le cose cambiarono di nuovo. In una Londra dominata dall’indie rock di Franz Ferdinand e Horrors, i ragazzi venuti da Domodossola iniziavano a entrare in un giro che non sapeva ancora di essere un giro. Nemmeno lì shoegaze, noise e psych rock avevano una vera e propria scena, anche se c’erano alcuni locali di riferimento che ospitavano i live di band come Telescopes, The Koolaid Electric Company o Underground Youth. 

La consacrazione avvenne allo Shacklewell Arms di Hackney – un altro posto cui Dave e Fra devono parecchio, al netto dell’inflessibilità a noi ben nota dei suoi buttafuori –, dove conobbero i boss di Fuzz Club Records, che, a partire dall'East Side, in pochi anni sarebbe diventata l’etichetta di riferimento per quel mondo. E che gli avrebbe pubblicato tutti i loro ultimi lavori.

La fine dei Piatcions non fu traumatica. Alla decisione di Carellino di mollare, si andò avanti in due, senza batterista. “Dave era un po’ pigliato male, gli sembrava mancasse qualcosa. Poi gli ho detto ‘se ne va un bro e che cazzo facciamo, ci mettiamo a fare le audizioni?’ e si è convinto”, racconta Fra. 

I due si misero al lavoro con l'obiettivo di abbattere sempre più a fondo la struttura canzone e raggiungere un suono quasi sciamanico: Fra sostituì del tutto la voce con melodie di synth e chitarra, grazie alle centinaia di pedalini che nel frattempo aveva imparato a costruirsi da solo, Dave teneva come sempre la "pacca" con il basso, per evitare che la musica diventasse troppo cervellotica, morbosa. Nell’ultimo periodo inserì anche le percussioni: il risultato era una specie di krautrock zeppo di drum machine e di loop.

Percussioni, 2018Percussioni, 2018

 “Throw Down Bones è figlio della nostra totale incapacità di trovare nomi per le band”, dice Fra. “C’è chi pensa che sia una figata scegliersi il nome, invece è una gran rottura di cazzo. Una notte guardavo un documentario di Rai Storia e c’erano dei tipi che scuoiavano i polli e buttavano le loro ossa in un cerchio per leggere il futuro. Quel gesto mi colpì: mi sembrava che rispecchiasse un progetto abbastanza scuro come quello che avevamo in mente”. 

Era il 2015, avevano rischiato tutto rottamando un nome che, almeno nella loro nicchia, era molto apprezzato, e si erano messi a fare musica sempre più difficile. “Una sera suonavamo a Berlino come headliner in un festival pieno di gruppi, per cui non era previsto il soundcheck. Quando siamo saliti sul palco, computer e drum machine erano impallati: non c’era l’ossatura del set. Abbiamo fatto un pezzo solo di 45 minuti, mai provato prima. É stata una delle serate più fighe di sempre”.

L’improvvisazione era la chiave del primo disco, omonimo, dei Throw Down Bones. Uscì in 700 copie in vinile per Fuzz e andò sold out in tre giorni: il loro suono, sempre più distorto, arrivava alla gente come e più di prima. Nasceva dal lavoro di due settimane, chiusi in studio con James Aparicio, ingegnere del suono già al fianco di Nick Cave e Spiritualized. Erano entrati senza nemmeno una canzone pronta, uscivano con nove tracce piene di atmosfera, ripetitive e introspettive, dolci. “La cosa più speciale e contro ogni logica che abbiamo fatto nella vita: un atto d’amore”. 

L'unico preziosissimo singolo uscito a nome Dave CocksL'unico preziosissimo singolo uscito a nome Dave Cocks

Il secondo disco, Two, è uscito un anno e mezzo fa. Fra intanto era andato a vivere a Londra, dove si era abbeverato a nuove sonorità, sempre più elettroniche. Dopo un album fatto in 14 giorni di clausura, questo sorgeva in un anno e mezzo di tormentata relazione a distanza. Le tracce erano spedite per mail a Dave che, da Domodossola, ci metteva su il basso e le rimandava, fino a trovare la quadra.

“Mettersi sulla stessa lunghezza d’onda è stata una sofferenza, anche perché io ero preso dai nuovi input sonori che il contesto mi offriva, mentre Dave era sempre settato sui suoi mood: la pace, la ripetitività della montagna. Per me quello è il disco della fratellanza”. 

“Fra ormai vuol fare techno, finiremo a suonare al Number”, diceva in quel periodo Dave – che se non stava suonando il basso, stava pigliando per il culo qualcuno: non ho mai conosciuto un po’ più bravo di lui in questa arte – riferito al socio. Eppure, nonostante il nuovo impianto sonoro che richiamava all’industrial berlinese e a certi suoni “pesanti” degli anni ’90, tra i due lavori dei Throw Down Bones c’è una continuità più che percepibile. Era il basso di Dave, sempre uguale a se stesso, per quanti fossero i battiti al minuto prodotti.

L’ultimo tour della band è stato lo scorso marzo, l’ennesimo mese in furgone in giro per l’Europa. A suonare ogni sera, a guidare 10 ore al giorno, a bere troppo e dormire troppo poco. “Per come lo vivevamo noi, un tour è più stressante che lavorare in miniera e più divertente di una vacanza da diciotteni. Più passano gli anni, più aumentano la fatica, i momenti di silenzio, quelli in cui ti casca la catena. Eppure io non ricordo una singola volta in cui Dave si sia lamentato: aveva la stessa carica di quando avevamo 15 anni e suonavamo a 18 chilometri da casa”. 

Dave, qua in MaroccoDave, qua in Marocco

Perché quella cosa, la musica, era la loro cosa: quello che tiene assieme per vent’anni due ragazzi, anche quando non lo sono più. Perché l'uomo è fatto anzitutto delle rinunce che fa: morose, grigliate con gli amici e partite dell’Italia al Mondiale, tornare a casa e dover lavorare il doppio per recuperare il tempo perduto – e la certezza che in ogni caso rimarrai sempre povero –, mesi interi lontano dalla tua bimba meravigliosa, con la speranza che capirà che quella cosa per te è la vita stessa.

Se vi state domandando se ne sia valsa la pena, la domanda è sbagliata. Ve ne propongo, per chiudere, una io: se è vero, come dicono, che Dave Cocks non sia più tra di noi ormai da un anno, perché a me scoppiano ancora le orecchie della sua musica?

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L'articolo Il suono della montagna sarà sempre dentro di noi di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 24/06/2020 15:41

Tag: anniversario

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