Traffic Festival - Torino Live report, 07/07/2011

11/07/2011 di

Quest'anno il Traffic Festival - il festival gratuito di Torino - è tutto dedicato ai 150 anni dell'unità nazionale: un cast solo italiano con abbinamenti particolari tra la nuova e la vecchia guardia. La serata d'inaugurazione mette insieme: Crisitina Donà, Le luci della centrale elettrica e Francesco De Gregori. Sandro Giorello racconta. Le foto sono di Mattia Boero. La copertina in home è di Fabio Marchiaro.



A mio avviso, l'unica immagine da tener presente è il gran finale, quando Vasco Brondi canta "Viva l'Italia" davanti alle 50.000 persone dichiarate dagli organizzatori ("e forse hanno esagerato", ci siamo detti dopo l'annuncio al microfono). Anche solo per il lato emotivo della cosa: a lui tremavano le gambe e la voce, davanti aveva tutta quella gente in un silenzio attento, come se l'aspettassero già dal pomeriggio, appena usciti dal lavoro, come se fosse la risposta ad una stanchezza accumulata, del tipo: sappiamo che è solo una canzone, ma dopo una lunga giornata, dopo il caldo e l'afa, dopo i concerti di due emeriti sconosciuti vogliamo le canzoni belle; ne vogliamo una che parli di noi, quella della buona notte, ché quella al fiorellino, De Gregori, quasi non ce l'hai fatta cantare. Capisci l'aspettativa, ti immedesimi con lui, e tremano le gambe pure a te. E capisci: De Gregori ti ha affidato la chiusura della prima giornata di un festival dedicato ai 150 anni dell'unità d'Italia, e mentre facevi il suo brano più importante se ne è rimasto seduto lì vicino a guardarti come un padre sorridente, magari distratto, poco convinto/credibile, con la testa altrove (ha pure sbagliato il nome quando ti ha presentato la prima volta) ma rispettoso. Dopo cosa fai? Gli stringi la mano impacciato e lasci il palco. Basso profilo. Perché sei stato bravo a reggere il colpo ma non c'è bisogno di tirarsela.

E a cascata tutti gli altri pensieri: il passaggio di testimone tra vecchi e nuovi cantautori. Sul fatto che De Gregori e Brondi qualche affinità di scrittura ce l'hanno (le foto in cui non sorridevi e non guardavi, il senso di conforto misto a disillusione, o, più semplicemente, costatare come spesso una frase venga contraddetta dalla successiva). E poi l'uccidi il padre, quel bisogno che i vecchi si levino dai coglioni. E poi le parole: come stanno in piedi da sole per la forza che evocano, Brondi le può inserire a raffica a fine di "Le Petroliere" e mischiare un po' tutto, dischi, blog, libro, fare un riassunto della sua poetica da portare a casa come ricordo della serata; De Gregori, invece, può pronunciarle con il suo modo antipatico di spostare gli accenti per evitare che il pubblico canti con lui, oppure riarrangiarle a caso ("Buona notte Fiorellino" sopra "Rainy Day Women #12 & 35" di Bob Dylan, o "Rimmell" reggae; ad esempio). Ma sono pensieri alla rinfusa, lasciano il tempo che trovano; intanto Dente macina clic e condivisioni su Facebook solo con l'annuncio del titolo del suo nuovo disco. Ovvio che c'è/ci sarà un ricambio nella scena cantautorale italiana, ma non mi va di analizzarlo ora.

Dall'inizio: alle otto c'è il concerto di Cristina Donà (poi De Gregori le affiderà il ritornello de "La donna cannone", e la farà bene) ma me la perdo perchè mi chiama mio padre e discutiamo per mezzora buona su come sistemare la cucina nella casa nuova. Intanto guardo la piazza. Piazza San Carlo è una piazza stupenda, a Milano non lo si trova un posto così bello per fare un concerto. Quando è il turno di Vasco Brondi sono le nove di sera, è ancora chiaro, e la piazza è mediamente piena. Mixo, il presentatore, sbaglia il nome (e anche De Gregori farà lo stesso). La Centrale delle Luci Elettriche parte con "Cara Catastrofe". Non posso raccontarvi tutto il live per filo e per segno. Vi dico che il batterista Sebastiano de Gennaro è uno di quei geni capaci ti entrare piano, sconvolgere una "Quando tornerai dall'estero" e condurla in stato di grazia, o far diventare "Anidride carbonica" potentissima e violenta (e qualcuno dietro di me si lamenta per i volumi). Anche Giovani Ferrario aggiunge molto allo spettacolo: quando suona il basso sposta precise e consistenti masse d'aria, colpo dopo colpo; con la chitarra deposita strati di psichedelia intrecciandosi a quella di Lorenzo Corti. Poi: "L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici" si conclude con "Summer On A Solitary Beach" di Battiato. E poi cos'altro: molti tra il pubblico sono veramente emozionati, leggi le parole sulle labbra e pure la fan degreogoriana cinquantenne alle mie spalle ha gli occhi aperti di stupore dopo "Per combattere l'Acne". Uno dei migliori concerti che gli ho visto fare: i musicisti impeccabili, Lui ha cantato bene, senza sbrodolare e senza vistose stonature. Poi è arrivato De Gregori.

E' giusto scriverlo, messi a confronto con i musicisti che ho davanti ora, quelli di prima mi sembrano meno affascinanti: lo senti che al batterista di De Gregori basta un colpo di cassa per colpirti in pancia e buttarti a terra, senti il timbro gonfio e perfettamente compatto insieme agli altri strumenti sul palco, e dai un'occhiata alla faccia di tutti (a spanne direi cinquantenni anche loro) e pare stiano facendo l'azione più naturale della loro giornata. Così potenti, caldi, precisi. Questo nell'immediato, poi la magia svanisce in fretta, sia chiaro: anche se la prima è "Ninetto e la colonia" (è su "Buffalo Bill", uno dei miei album preferiti) proprio non la riconosco in questa versione scialba e un po' western. Anche la seconda non la riconosco, poi suona "Finestre Rotte" e "Niente da capire". Arrangiate senza alcun carisma, un suono che saprei descrivervi solo con "alla Dire Straits" o "senza tempo" (ma nella peggiore accezione del termine). Poi fa "Sempre per sempre" e incominci ad assumere l'espressione tipica di chi si ferma con lo guardo fisso davanti ad un capolavoro (un monumento, una chiesa con le scritte in latino, un quadro, fate voi) e non lo capisce. Poi "La storia siamo noi", con la fisarmonica che si fonde al violino, ed è davvero toccante, poi "Titanic" e, dopo un altro paio, "Alice". Sempre arrangiate e suonate di maniera ma ormai lo sai che non è quello l'importante. Anche iniziare "Rimmel" con l'ukulele (vi ricordate "Somewhere over the rainbow" rifatta da Israel Kamakawiwo'ole?) e finirla reggae-finto che manco in quel film della Disney con i giamaicani iscritti alle olimpiadi alle gare di bob. "Generale" zittisce tutti, anche i tre qui dietro che è dall'inizio del concerto che mi urlano nelle orecchie: "facci Ligabue, facci Vasco, facci Deandrè". "La donna cannone" è da colpo al cuore, affida il ritornello a Cristina Donà e lei ha una voce stupenda, non sbaglia una nota. Sulle spalle della trentenne davanti a me c'è un bambino di 6 anni: la canta tutta a memoria. E immagino sappiate che domanda mi è venuta in mente in quel momento, ripensando a Vasco Brondi, alla questione padri uccisi, ecc ecc. Poi arriva Vasco Brondi e fa "La storia siamo noi". Ecco. E' stato bravo. Il pubblico ha applaudito tanto.



Pagine: Cristina Donà Francesco De Gregori Le luci della centrale elettrica

Commenti (24)

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  • satana satana 22/07/2011 ore 10:37 @youwinimstupid

    "GIUDIZIO OGGETTIVO" mi mancava. Fenomenale. Un pò come un comunista di destra, robe così.

  • fu-manchu 19/08/2011 ore 11:54 @silicio

    che commento del cazzo! non riesco a trattenermi a mia volta da scriverne un altro: "giudizio oggettivo" è corretto!

  • sebastiano de gennaro 21/08/2011 ore 11:41 @sebastianodegennaro

    Mi intrometto nelle vostre importanti discussioni per fare una piccola rettifica sull'articolo, anche se con un buon mese di ritardo: il batterista delle luci della centrale elettrica non è Stefano Saccomani (che non so chi sia ma ne ho il massimo rispetto..) bensì Sebastiano de Gennaro.. ovvero me medesimo.

  • franco Marini 22/08/2011 ore 13:00 @frank1991

    il problema non è vasco brondi...

  • Marco Villa 22/08/2011 ore 14:10 @quid

    Abbiamo corretto, grazie della segnalazione (e scusa per l'errore).

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